Eden

Eden

Ventisettesima gru
We’ve been through this such a long long time
Just tryin’ to kill the pain
But lovers always come and lovers always go
And no one’s really sure who’s lettin’ go today
Walking away
Guns n’ Roses – November Rain

Gli strinse forte la mano.
«È il primo concerto a cui vengo».
Jaden le rivolse un mezzo sorriso, e riprese a guardare il muro di persone che li dividevano dal palco. Perlomeno, è il mio primo concerto dopo che ho deciso di dimenticare.
La sua memoria era tornata indietro, senza che lei lo volesse, a quelle serate passate nei locali più assurdi della città, con lui che le parlava di generi e chitarre e faceva pronostici su chi avrebbe avuto successo e chi invece si sarebbe diviso da lì a pochi mesi.
Non ho mai controllato se avesse indovinato.
Avrebbe dovuto immaginarselo. Non poteva non tornarle tutto in mente. Lui era quello dei concerti, delle band, che capiva chi fosse davvero bravo a suonare la chitarra e chi una mezza calzetta che a stento azzeccava una nota. Era quello che voleva fare carriera nel mondo della musica. Quello che partì per realizzare il suo sogno, lasciandosi dietro un biglietto e un cuore infranto.
Perché? Era da quel giorno sul treno che non riusciva a toglierselo dalla testa.
Non aveva fatto nulla per scoprire se fosse lui o no, ma la città era piccola, erano passate tre settimane e nulla di diverso era accaduto. Ormai Iris era convinta di aver semplicemente visto qualcuno che gli assomigliava, anche perché rincontrarlo proprio il giorno della millesima gru sarebbe stata una coincidenza troppo assurda.
Coincidenza, o desiderio che si realizza?
Ancora non riusciva a capire se ci avesse creduto veramente, a quella storia delle gru, o se fosse stato solo un modo come un altro per avere speranza. Sapeva solo che da quel giorno non poteva far altro che pensare a lui, a tutte le ore, come un chiodo fisso che si era limitato ad addormentarsi per tre anni per poi tornare fuori con la forza di un fiume in piena. Cinque maledetti anni, da quando se n’era andato. E lei non aveva fatto un solo passo in avanti.
«Ti dispiace se restiamo qui?»
Si voltò di scatto come se qualcosa l’avesse punta. Jaden le sorrise, alzò le braccia in segno di resa. «Ok, se non vuoi tentiamo di farci largo in quella bolgia, per quanto sembra un’impresa disperata».
Lei inspirò, scosse il capo. Gli lanciò uno sguardo di scuse.
«No, va bene qui». Non voleva avvicinarsi al palco. A lui piaceva avvicinarsi al palco, arrivava anche due ore prima per poterlo fare.
Gli strinse la mano un po’ più forte. «Restiamo qui».
«Va bene».
Iris guardò l’orologio. Le nove meno venti. Il concerto non sarebbe incominciato prima di mezz’ora, forse anche più tardi.  Che cosa avrebbero fatto fino a quel momento?
«Ti va se ci sediamo un attimo?» Jaden accennò a un muretto lì vicino. «Vorrei parlarti».
Appunto. Se l’era aspettato, e aveva deciso di accettare lo stesso il suo invito. Non aveva ancora deciso cosa avrebbe dovuto dirgli, temeva che la verità l’avrebbe ferito. L’ultima cosa al mondo che lei voleva era ferirlo.
Annuì, lo seguì a capo chino. Gli si sedette accanto, lui le teneva ancora stretta la mano, non accennava a parlare. Iris sentiva l’ansia crescere per ogni secondo di silenzio che si accumulava. Più fa fatica a dirlo, più deve essere difficile.
«Ci ho riflettuto negli ultimi tempi» cominciò lui all’improvviso. Non la guardava. «Su noi due, intendo».
Iris attese che continuasse.
«Ho pensato tanto a te, a come sei». Finalmente alzò gli occhi sui suoi. Non sembrava felice. «Al motivo per cui io ti ami. E c’è una cosa che devo dirti, che non posso più tenere per me».
«Non mi ami più».
Le sfuggì dalle labbra prima che potesse fermarlo. Sentì un nodo alla gola, una morsa al petto. Solo in quel momento si rese conto di quanto sentire una frase del genere le avrebbe fatto male. Jaden scosse il capo, un’onda di sollievo la invase. «Non è così semplice».
Iris mantenne il suo silenzio. Strinse il pugno per impedire alla mano di tremare.
«Io ci ho pensato» riprese. «Stiamo insieme da tre anni, e non mi sembra di averti mai fatto troppe domande». Esitò. «So che non ti piace, e non volevo forzarti in nessun modo. Anche quando ti comportavi in modo strano e avrei voluto chiederti perché, ho sempre aspettato che fossi tu a parlarmene. Sapevo che preferivi così, e non volevo darti fastidio o farti sentire a disagio con me». Alzò gli occhi su di lei. «Ho sempre cercato di venirti incontro».
Iris annuì, il nodo alla gola le impediva di parlare. Era vero, tutto quanto. Lui non le aveva mai fatto domande. E lei…
Io non ho mai creduto di dovergli dare delle risposte.
«Ora sono stanco». Si girò verso il palco, ancora deserto, in penombra. «Sono stanco di silenzi, sono stanco di farmi domande inutilmente, sono…» Trasse un sospiro, guardò il cielo. Si voltò di nuovo verso di lei. «Sono stanco» concluse, la voce smorzata.
Iris annuì di nuovo. Non piangere. Avrebbe dovuto capirlo che quel momento sarebbe arrivato. Il momento delle spiegazioni, il momento in cui avrebbe dovuto raccontargli tutto.
«Forse non ti fidi ancora di me» azzardò lui, forse intuendo il suo tormento interiore. Sul suo volto era comparso un sorriso amaro.
Lei si affrettò a scuotere il capo. Magari fosse così semplice.
«E allora cos’è?»
Iris sapeva che Jaden non avrebbe distolto lo sguardo da lei finché non avesse avuto una risposta.
«È solo che…» Respirò, cercò di ritrovare la voce. «È solo che se ne parlo lo rendo reale». Ma che scempiaggini sto dicendo? «Se ne parlo ho paura di non riuscire a dimenticare».
«Iris», esitò un attimo, come se stesse ancora cercando di capire cosa lei gli aveva detto, «a me pare che tu non riesca a dimenticare anche senza parlarne. Qualsiasi cosa a cui tu ti riferisca».
«Lo so» sussurrò. Non piangere. Non è il momento di piangere.
«E allora… perché?»
Lei scosse il capo. Avrebbe voluto dirgli di smetterla di farle domande, avrebbe voluto alzarsi e piantarlo lì, immaginò di dargli uno spintone e fuggire verso la fermata dell’autobus. No. Non se lo meritava, lo aveva già ferito a sufficienza.
«Perché ho paura».
Jaden continuava a guardarla serio, imperturbabile al fiume di assurdità che uscivano dalla sua bocca.
«Paura… di cosa?»
«Del passato». Non dovette nemmeno pensare la risposta. «Di quello che ero. Di quello che non sono riuscita a diventare. Di quello che non voglio tornare a essere».
Jaden alzò gli occhi al cielo, scosse il capo. L’espressione nei suoi occhi era sufficiente a spezzarle il cuore.
«Iris, io non ci capisco niente».
«Nemmeno io» sussurrò. Una lacrima le sfuggì dalle ciglia e le cadde sui jeans, lasciando un cerchio a malapena visibile nella penombra. «Vorrei riuscire a essere più chiara».
«C’è qualcun altro?»
Alzò gli occhi, un’altra lacrima le scivolò lungo la guancia, si fermò sul mento. Non si preoccupò di scacciarla via. «Questo almeno ho il diritto di saperlo» aggiunse lui, senza scomporsi.
Iris espirò a fondo, lo sentì irrigidirsi al suo fianco. «C’era» ammise. «C’era. Ed è tornato». Si morse il labbro, a fatica alzò lo sguardo su quello di lui. «Almeno credo. E non so più se c’è ancora o no. Non so più se voglio vederlo o vorrei che sparisse per sempre dalla faccia della terra».
Jaden rimase in silenzio, come se volesse analizzare le sue parole una per una prima di decidere se piantarla lì sotto le luci colorate del concerto, prima di sentire la prima nota.
Non si mosse. «Ed io?» le sussurrò, infine.
«Che cosa?»
«Vuoi vedermi ancora o vuoi che sparisca dalla faccia della terra?» Le rivolse un sorriso che sapeva di scuse. «Ho bisogno di saperlo, almeno questo».
«Cosa penso di te?»
Lui annuì.
«Io ti amo». Ti prego, ti prego, non lasciarmi sola.
Jaden spalancò gli occhi, esitò, sul suo volto si aprì quel sorriso che ogni giorno riusciva a ricordarle perché stava con lui da tanto tempo più di qualsiasi altra cosa.
Iris si lasciò abbracciare, cingendolo con le braccia, sentendo il suo cuore che ricominciava a battere.
Ma si può amare due persone contemporaneamente? Quella domanda ormai le sembrava la storia della sua vita, e mai come in quel momento era stata meno sicura della risposta.

La seconda vita

La seconda vita

Trama (da Ibs.it):

In un mondo governato dalla luce e dall’ombra, Etenn è un quattordicenne infelice della sua vita da scudiero, anche se il colore dorato dei suoi occhi lascia capire che in lui c’è qualcosa di speciale. Proprio quando Qurasch, il figlio del Demonio, minaccia di gettare la Terra di Lycenell nel buio e nel silenzio per condannarla alla sua stessa solitudine, Etenn entra in possesso del Sitael, una sfera di Luce allo stato puro, e da quel momento niente per lui sarà più come prima. Perché il Sitael è l’unica arma in grado di sconfiggere Qurasch, ed Etenn ha la capacità di usarlo come nessun altro. Nel lungo viaggio che lo porterà faccia a faccia con il suo nemico naturale, tra mille prove che riuscirà a superare solo grazie alla sua forza di volontà e all’aiuto degli amici che lo accompagneranno in questa seconda vita, Etenn dovrà mettere insieme i pezzi del proprio passato. E scoprirà lati di se stesso più oscuri di quanto non avrebbe voluto.

Sitael - La seconda vita
Alessia Fiorentino
2011, 457 p., rilegato
Rizzoli

Premetto che la recensione riguarderà la seconda edizione del libro, quella edita da Rizzoli, migliorata, sistemata e corretta. Detto questo, non oso pensare a come fosse l’edizione precedente.
In realtà Sitael, nonostante tutto (e il tutto è tanto) secondo me avrebbe avuto la possibilità di essere non dico un ottimo romanzo, ma perlomeno un buon libro per ragazzini di dieci anni (e non è una critica, non questa: non c’è niente di male a scrivere per ragazzini di dieci anni), se trattato da mani più esperte. Non metto in dubbio l’impegno e la buona volontà dell’autrice, ma il lavoro va valutato per quello che è.

La prima cosa che si può dire è che l’inesperienza traspare dalle pagine in maniera lampante. L’autrice ha dichiarato di non avere mai letto fantasy, e di avere scritto la storia che avrebbe voluto leggere. A parte il fatto che il mettersi a scrivere un genere che non si conosce è delirante, è più o meno la stessa cosa che ha detto Tolkien. Con risultati un tantino diversi (e con un diverso background di studi e documentazione).
A onor del vero, in un’intervista l’autrice ha specificato di essere stata fraintesa: non era vero, come lei aveva dichiarato, che non avesse mai letto fantasy. Aveva letto i lib

ri di Harry Potter e visto i film del Signore degli Anelli. Ehm, non so se questo a parere suo avesse dovuto cambiare tutto, ma non penso che una sola serie fantasy e un paio di film costituiscano un’esperienza di genere sufficiente per avventurarsi in un lavoro impegnativo come la stesura di un romanzo. Fine dell’angolo della pignola.

Nove punti chiave

Attenzione: di seguito mostruosi spoiler

1.    Narratore
Personalmente è stata la cosa che mi ha dato più fastidio. Il punto di vista adottato ufficialmente è il narratore onnisciente che va qua e là. Per la maggior parte della storia è esterno, che vomita informazioni random sui vari personaggi, il loro background, la loro storia, per poi entrare ogni tanto nella loro testa e passare a un’altra tre secondi dopo e… a me saliva il nervoso.
È il solito punto di vista irritante che spiega le cose tutte e subito, senza dare la possibilità al lettore di conoscere i personaggi poco per volta. In questo caso, visto che Etenn, il protagonista, perde la memoria, sarebbe stato carino non spiegare tutta la sua storia nelle prime righe – il lettore capisce che è il prescelto nel prologo, manco nel primo capitolo! – ma lasciare che venisse scoperta passo per passo a

ssieme ai personaggi. Ma forse era troppo difficile.

2.    Ma che caso!
Leggendo questo libro mi è sembrato di giocare a Pokémon. No, non ci sono mostriciattoli pucciosi in giro, ma seriamente come struttura mi dava più l’idea di un videogioco che di un romanzo. Per chiarire, i giocatori personaggi devono arrivare dal punto A al punto B, che in questo caso corrisponde alla città del Sole conquistata dal Cattivo e quindi avvolta nella tenebra. Sì, il cattivo vuole togliere la luce dal mondo. Senza luce non cresce nulla. Il cattivo mangia aria.
Ma continuiamo. Durante questo viaggio i nostri allegri protagonisti incontrano tutto l’ecosistema di Lycenell. Senza contare che loro sono tre sharephi, un elfa (poteva mancare?), un paio di umani più il protagonista che però è speciale, e allora…
Ovviamente i personaggi trovano sempre il modo di sfruttare le loro straordinarie abilità per salvarsi… no, era uno scherzo.
Sì, se avete pensato deus ex machina, avete pensato bene.

3.    Etenn
È biondo e ha gli occhi dorati. L’ho già detto che è biondo? Ed ha anche gli occhi dorati. Ed è pure biondo. Con gli occhi dorati.
Siete sicuri di aver capito che è biondo con gli occhi dorati?

4.    Sottigliezze
Quando parliamo di cura per i dettagli, non sono la persona più indicata per fare prediche. Come per qualsiasi altra cosa, come scrittrice sono parecchio distratta, e spesso anche come lettrice. Ma alle volte ci arrivo persino io.
Come può il capitano dell’esercito d’élite del continente essere uno storpio il cui atto eroico per meritarsi il titolo è stato salvare il fratello minore da un incendio buttandosi con lui dalla finestra?
Se per curare il veleno dato dalle zanne del drago è necessario mangiarne il cuore, come puoi dirmi «non uccideremo il drago, prenderemo solo un piccolo pezzo di cuore?»
Come puoi abbandonare un amico in pasto alle sirene, tornare una settimana dopo e pensare di trovarlo vivo? Sì, lo trovano vivo!
Saranno piccolezze prese una ad una – e questi sono solo degli esempi – ma sommati danno un senso generale di fastidio alla cosa cavolo sto leggendo io, ed è in questi casi che si vedono libri volare attraverso le stanze.

5.    Luce e ombra

Personalmente, non detesto le storie dalla trama un po’ scontata, se sono ben narrate e coinvolgenti. Appunto. Per questo il fatto che si trattasse di una lotta tra la luce e l’ombra, sebbene sia meno originale di un libro sui vampiri che vanno al liceo e s’innamorano, non mi ha schifata a prescindere. In generale il fantasy classico mi piace, e in generale la storia di Sitael m’incuriosiva.
Purtroppo, l’inesperienza ha il suo peso e si sente. Non in merito ai plagi, ma in merito alla strutturazione.

Non ci sono sfumature, ci sono i buoni, i cattivi, i cattivi che sembrano buoni e i buoni che sembrano cattivi, ma non c’è il grigio dell’essere umano.
Il cattivo è pura tenebra incarnata, vuole distruggere il mondo perché sì, è circondato da altri cattivi che sono quasi cattivi quanto lui, bla, bla, bla. Per questo dico che a otto o dieci anni può piacere. Oltre dovresti già aver imparato ad essere un pochino più esigente.

6.    Redenzione
Ovviamente, non mancano i cattivi che diventano buoni solo perché sfiorati dalla magica luce della bontà dei protagonisti. In questo è d’esempio il centauro buono che si sacrifica per salvarli mentre tutti i suoi compagnucci vorrebbero cuocerli alla brace e mangiarli per cena o venderli al supercattivo (non ricordo bene ora). Idem per il gigante, solo che qui c’è l’aggravante che il gigante era convinto di quello che faceva prima, ma bastano poche parole piene d’ammore da parte di Etenn per convincerlo a passare dalla parte dei buoni.
Sinceramente, torno a leggere Topolino.

7.    Miscellanea
Ora, non posso dire che questo sia un punto solamente negativo, ma ho trovato il libro un po’ troppo pieno di qualsiasicosa, come se fosse un grande contenitore per l’immondizia per tutto ciò che può un minimo “fare fantasy”, ma senza una precisa logica.
Ci sono i giganti, nascosti nelle montagne (e vabbè). Ci sono gli sharephi, degli strani ibridi di elfi e nonsocosa che detestano gli elfi perché millenni fa li hanno abbandonati (che ha la stessa logica del detestare gli ebrei nel 2012 per la morte di Cristo, ma tant’è…). Ci sono i centauri. Ci sono le ninfe. Ci sono i pirati, ovviamente classic style, sia mai ci si allontani un pochettino. Ci sono le idre. Ci sono le sirene. E di sicuro c’è anche qualcos’altro, solo che è un po’ di tempo che ho terminato il libro e non lo ricordo.
Ora, se tutte queste razze avessero un ruolo attivo mi starebbe bene, ma molte volte mi sapevano di messe lì per fare comparsata, come chi si piazza davanti alla telecamera del tiggì per salutare la mamma. Non mi piace pensare male, ma l’immagine che mi sono fatta suonava un po’ come: «visto quanto sono brava e fantasiosa? Ci ho messo anche i pirati

8.    Motivazioni
Penso che arrivati a questo punto dell’evoluzione umana l’Evil Overlord dovrebbe essere presente solo nelle parodie. Ora, capisco tutto, capisco l’essere frustrati (…), capisco l’essere incazzati con il mondo, capisco il sentirsi inferiori perché si è brutti e gli altri sono belli e luminosi, ma santa pazienza, solo io lo trovo un motivo idiota per distruggere il mondo?
Voglio dire, persino nei film più mentecatti sui supereroi ormai si sforzano di cercare motivazioni un pochino più articolate.
Il cattivo che vuole distruggere la terra perché sì ormai lo lascerei a Dragon Ball. Quando lo trovo su un libro pubblicato che non reca la scritta dai sei agli otto anni mi aspetto qualcosa di un pochino più profondo. Ah, e non crediate comunque che anche il cattivo non sia giovane e affascinante.

9.    Stile
Concludo con una tirata d’orecchi nel miglior stile maestrina frustrata. Come ho scritto, l’edizione è riveduta e corretta, rieditata e tutto quanto. Rimane comunque un pessimo libro.
Purtroppo non ho il libro sottomano – né avrei la forza per rileggere e cercare le citazioni, comunque – ma il raccontato la fa da padrone, con una generale sensazione di riassunto, specie nei punti chiave, com’è logico che sia (si fa per dire).
Ribadisco che comunque per essere un’opera prima di una ragazza che non ha mai studiato scrittura e che di fantasy ha letto poco o niente le potenzialità ce le ha. Insomma, per il momento siamo ancora al concime, ma mi sembra ci sia la discreta possibilità che crescendo dalla sua scrittura possa nascere qualcosa di buono, se coltivato nella maniera giusta.
Quindi, come opera d’esordio non ci siamo proprio, ma almeno c’è la buona volontà – scrive molto, a quanto ho letto, e ha già completato due trilogie e diversi libri autoconclusivi (certo che, se sono tutti così…)

In coda comunque apprezzo l’onestà della Rizzoli che l’ha venduto rilegato a dodici euro. Avessi dovuto spenderne una ventina mi sarei tenuta la curiosità.

Gusti discutibili

Gusti discutibili

Visto che *qualcuno* continua a dirmi che i miei gusti in fatto di uomini fanno schifo (com’era? Denutriti e sul punto di morire?), farò un tentativo: la lista dei nove uomini più  belli gnokki secondo me medesima.
Vediamo se è vero.

9. Harry Lloyd
Anche con i capelli platinati di Viserys, ma in fondo lo preferisco moro.
8. Paul Bettany
Anche quando faceva l’albino nel Codice da Vinci, almeno qualcosa in quel film si salva. La mia versione preferita rimane quella del tennista di Wimbledon.
7. Hyde
È giapponese, è Adam Lang. È. Ci metto vicino anche Tetsuji Tamayama, perché è Takumi e anche semplicemente perché sì.
6. Nestor Carbonell
Generalmente non mi piace l’uomo ispanico, ma lui fa eccezione.
5. Robert Pattinson
… No, è uno scherzo. Me lo sono fatto piacere quando interpretava Cedric solo perché interpretava Cedric, ma ho smesso quasi subito. Ma adesso non sembrerà da omicidio se dico Ian Somerhalder.
4. Michael Fassbender
Colpo di fulmine a metà di Bastardi Senza Gloria. Grande delusione nello scoprire che muore quasi subito.
3. Heath Ledger
Non gli ho mai perdonato di aver osato morire. Era il mio uomo ideale per tutto il periodo del liceo.
2. Tuomas Holopainen
Serve dire perché?
1. Cillian Murphy
Sì, mi piacciono mori e con gli occhi azzurri. E con l’aria bambinesca e contorta insieme.

… Aggiungo il decimo, perché “il decimo è quello decente”, no? E io sfido chiunque a dire «è brutto» davanti a una foto di Gregory Peck.

Cappuccino

Cappuccino

« Mi chiamo Gianluca ».
Me lo disse mentre buttava via in fondi del caffè, un’informazione insignificante lasciata cadere tra i rifiuti. Inghiottii troppo in fretta un sorso di cappuccino, e mi ustionai la gola.
« Sofia » riuscii a boccheggiare.
Lui si voltò verso di me e mi sorrise un’altra volta. « Lo so ». Non disse altro, lasciandomi lì con la tazza in mano e probabilmente anche con lo sguardo da idiota.
« Perché non sei andata a lezione allora? »
« Non ne avevo voglia ». Parole sante. Quel giorno di voglia ne avevo proprio zero.
Allineò le tazzine sul bancone. « La materia incriminata? »
Sospirai, sono sicura che sospirai. « Inglese ».
« Don’t you like it? »
Scossi la testa. Non avevo la minima intenzione di dargli corda in quella lingua astrusa.
« E non dirmi che imparare l’inglese è importante » lo minacciai. Ero sempre stata piuttosto suscettibile sull’argomento.
« Non volevo dire niente ». Si appoggiò sui gomiti al bancone, davanti al mio naso. « Non mi sembravi il tipo da saltare le lezioni, tutto qui ».
« Oggi non era giornata » tagliai corto.
Lui annuì, come se quello che stavo dicendo avesse perfettamente senso, quando non ne aveva nemmeno ai miei occhi. Ero uscita di casa talmente in ritardo da non riuscire nemmeno a fermarmi per la colazione. Avevo fatto di corsa tutta la strada da casa all’università, dopodiché mi ero girata ed ero tornata indietro. Avevo voglia di cappuccino, e zero voglia di umiliarmi con le stupide domande dell’insegnante. Detestavo l’inglese, lo detestavo proprio.
Glielo raccontai, ne sono sicura. Gli raccontai dei mille e uno motivi per cui Sofia detesta l’inglese, uno per uno. Lui mi ascoltò, appoggiato al muro alle sue spalle, senza mai smettere di guardarmi. Non so esattamente per quanto tempo sia andata avanti ad annoiarlo. Sono stata interrotta solo dall’arrivo di un altro cliente.
In quel momento, avvertii delusione. Non per non aver finito il mio stupido discorso – quando devo sfogarmi su qualcosa in genere va a finire che divento ridicola, forse non è stato un male che sia stata fermata prima che la cosa cominciasse a degenerare – ma per l’intimità che ci era stata portata via, la stessa che all’inizio mi aveva messo un po’ a disagio.
Incassai il colpo, e finii il cappuccino che intanto era diventato freddo. Soffocai un sorriso: c’era voluta una sequela di lamentele sull’inglese per far freddare un cappuccino, credo fosse la prima volta che mi succedeva da lustri. Gli sorrisi un’ultima volta mentre raccoglievo giacca e dizionario, e uscii di nuovo nel gelo della strada, consapevole che se non avessi studiato almeno un paio d’ore quella mattina mi sarei sentita in colpa per il resto della giornata.
Solo quando arrivai a casa mi resi conto che mi ero dimenticata di pagare.

Degli insulti e della critica

Degli insulti e della critica

Cristoforo Colombo

Aggiungo i miei due cent a una questione già largamente trattata, ma che sembra ancora avvolta in una fitta nebbia di dubbi e opinioni contrastanti.
Molti autori pubblicati – non serve neanche fare dei nomi, a questo punto – si sono più volte scagliati contro le critiche, o, quando non lo hanno fatto, le hanno deliberatamente ignorate. Tutto ciò rientra tranquillamente nei loro diritti, non è mio interesse confutare ciò.
Il punto che voglio trattare è quando si dice che gli insulti vanno ignorati, che sono solo frutto di invidiosi o perditempo, che chi insulta un libro non merita nemmeno di essere preso in considerazione. Tutto ciò è vero fino a un certo punto.
Che gli insulti siano sbagliati, o al limite discutibili, penso siano tutti d’accordo. Sul fatto che siano da ignorare il discorso cambia.
Ma vado con ordine. Poniamo l’uscita del libro dell’autore esordiente Cristoforo Colombo. Libro fantasy, perché è il settore a maggiore concentrato di “cose che voi umani…”, che parla del viaggio dell’eroe Pippo e della sua allegra Compagnia per trovare il Talismano dell’Evil Overlord nel Regno delle Tenebre. Lasciamo perdere per un attimo il motivo per cui il libro viene pubblicato – Cristoforo ha dieci anni; la mamma di Cristoforo lavora per la casa editrice; Cristoforo conosce un agente letterario; Cristoforo è molto ricco; Cristoforo è molto fortunato – sta di fatto che tot tempo dopo il libro fa la sua bella mostra sullo scaffale della libreria della città, con tanto di copertina strafiga e venduto al modico prezzo di venti euro.
Aggiungiamo la clausola Buona Fede™: il romanzo è mediocre per essere buoni, la trama è aria fritta, il POV aleggia nell’Iperuranio, i duelli invece che dai personaggi sono combattuti da aggettivi e avverbi e il Deus ex Machina è sempre dietro l’angolo, ma Cristoforo questo non lo sa. Cristoforo è ingenuo, si è informato poco, si è fatto trarre in inganno dai complimenti di qualche parente che parla troppo, ha letto un paio di libri di fantasy italiano e si è fatto l’idea che è così che si scrive un libro. Quindi, non abbiamo davanti una persona disonesta che sa di scrivere vaccate e se ne frega dei lettori. Abbiamo un ragazzo/uomo ingenuo – forse un po’ tonto – che crede veramente di aver scritto, se non il capolavoro del secolo dopo Il Signore degli Anelli, perlomeno un libro godibile e formalmente corretto.
Passano le settimane, e cominciano ad arrivare le prime recensioni. Su dieci recensioni, quattro si possono riassumere in altrettante parole: il libro fa schifo.
Ohibò. Cristoforo è confuso, amareggiato, arrabbiato. E a ragione: chi non lo sarebbe se qualcuno dicesse che il proprio lavoro, frutto di fatica e impegno, fa schifo? Ma qui arriva il dilemma: secondo molti autori – e lettori – Cristoforo dovrebbe prestare orecchio solo alle altre recensioni (che in questo caso dicono un generico bellissimo!, senza a loro volta argomentare) e lasciare perdere chi insulta o dice che il libro fa schifo perché:
a)    è un frustrato/invidioso (ormai un evergreen);
b)    ha molto tempo da perdere
c)    vuole solo insultare
d)    non è una critica argomentata quindi non vale niente.
Il dilemma diventa, è giusto ignorare quel fa schifo non argomentato e prendere per Verità Assoluta™ un bellissimo altrettanto non argomentato?
Il punto è che dovrebbe valere il contrario. Mi spiego meglio.
Un libro di per sé regolarmente pubblicato – non da casa editrice a pagamento, che richiede un discorso a parte – dovrebbe essere bello di default. In questo caso dovrebbero entrare in gioco altre variabili, come quelle dei gusti personali, ma a parte qualche refuso o piccolo errore – che può sfuggire anche ai migliori – il libro dovrebbe non solo non fare schifo, ma essere di buona qualità e non provocare questo tipo di commenti.
Quando un lettore dice che un libro è bello, dice l’ovvio. È stato pubblicato, come minimo deve essere bello. Al massimo può non piacere per altri motivi.
Ma qualunque sia il motivo per il quale quattro persone pensino che faccia schifo, un autore dovrebbe avere il dovere di chiedersi perché quelle quattro persone lo pensano.
Perché sono invidiose. Questa è la tipica risposta da autore ignorante e pieno di sé che crede di aver scritto un capolavoro. La storia dell’invidia va bene finché si studia alle elementari, ma, gioie mie, che risultato devo aspettarmi dal lavoro di uno scrittore che ragiona come un bimbo delle elementari?
Perché non hanno altro da fare che criticare. E il recensore potrebbe ribattere che lo scrittore non aveva altro da fare che scrivere stronzate, è un discorso che non porta a nulla. Ognuno usa il suo tempo come vuole, come accusa è vuota.
Vuole solo insultare. Possibilissimo, di idioti è pieno il mondo. Ma secondo la mia esperienza gli idioti leggono poco, se leggono non recensiscono, se recensiscono scrivono bellissimo! È possibile, ma non è la prima possibilità.
Non è argomentato. Vero, ma, come sopra, neppure il bellissimo lo è. Una critica non argomentata è sempre una critica.
Nel libro c’è qualcosa che non va. La scoperta dell’acqua calda, l’unica ipotesi a cui un autore esordiente non arriva mai. Anche se un lettore è maleducato, usa le parolacce, insulta random, denigra lo scritto con le più becere metafore, magari, magari, non è perché ha mangiato pesce avariato a pranzo o perché il giorno prima si è preso le legnate e si sfoga demolendo romanzi altrui, o perché il nome Cristoforo gli ispira antipatia, ma perché nel libro ci sono dei difetti.
Quindi, prima di pensare a ipotesi complottistiche made in Italy, sarebbe opportuno chiedersi perché la lettura della propria opera ha fatto incazzare un lettore, ridere di gusto un altro, bruciare il libro un terzo. NON cominciare a dire chi sei tu per criticare, ma cosa ho scritto io per essere criticato. Lasciamo perdere quando la recensione negativa è articolata e ricca di argomenti, ma ancora viene bollata come da frustrati, o da soliti invidiosi.
Quindi, il succo del discorso è: ignorare gli insulti è da idioti. Perché se qualcuno insulta la tua opera – o te come autore, non certo come persona – dopo averla letta un motivo ce l’ha per forza. Ovviamente non nego la possibilità che qualcuno insulti perché sì, ma a logica direi che i casi sono davvero rari.
Per l’ennesima volta, quando Cristoforo pubblica, si espone a un giudizio: inutile poi lamentarsi se il giudizio è cattivo, crudele, malvagio o blasfemo.
Ha avuto ragione Neil Gaiman quando disse George Martin is not your bitch, ma è vero anche il contrario: un lettore non è un bidone della spazzatura programmato solo per fare complimenti. È una persona, come lo è l’autore. Inutile dire «è facile pubblicare su internet perché ci si nasconde dietro un soprannome», dal momento che non mi pare ci siano leggi che vietano di pubblicare sotto pseudonimo. Se ti metti in gioco con nome e faccia, accetti quello che ne viene. Se ne hai la maturità. Altrimenti, vai a piantare alberi.

Alba e Crepuscolo

Alba e Crepuscolo

Trama (dal sito della Piemme):

Il tradimento di Bedwyr, l’erede di Ahina Sohul, lascia atterriti i membri della Compagnia delle Cinque Razze Libere, ma la speranza si riaccende al rivelarsi di un secondo erede al trono degli uomini. Mentre la Compagnia viaggia per le terre di Nadesh in cerca di nuove alleanze contro il Signore delle Nebbie, Eynis, giunta assieme a Jadifh nella città dei Ribelli, si trova a confrontarsi con la sorella gemella Eryn, separata da lei dalla nascita. Qualcosa di terribile nel passato di Eryn la porta ad essere ostile nei confronti di Eynis. Se vogliono sconfiggere il Male, però, le ragazze dovranno restare unite: solo insieme, infatti, potranno richiamare lo Spirito della Luce, che nessun mago è mai riuscito a evocare…

Sono masochista, lo so. Anzi, sono una frustrata, che perde tempo leggendo libri che sa già le faranno schifo in barba a quelli che lavorano duramente tutto il giorno per mantenere un parassita come me, così siamo tutti contenti. Ma la realtà è che è stato divertente leggere questo libro – a sbafo, capiamoci, ho giurato che non avrei mai dato un euro a questa donzella e manterrò i miei propositi – e di tempo prezioso non me ne ha portato via poi molto, vista la pregnanza dei contenuti. Ma con ordine.
Parlo solo del terzo perché è quello di cui si è parlato di meno. Del primo se ne parla a sufficienza qui e qui, per il secondo va bene Anobii. Primo motivo. Secondo, perché, sebbene l’obiettivo primario della mia lettura fosse quello di ridere e distrarmi un po’ dall’esame che incombeva, c’era una piccola luce di speranza sul fatto che, ormai diciottenne e con due libri macellati alle spalle (e dalle macellazioni si dovrebbe trarre insegnamento), la signorina Rosso fosse riuscita a mettere insieme una conclusione decente. Sì e no. Più no che sì. Decisamente più no.

Nove punti chiave

Attenzione: di seguito mostruosi spoiler

1.    Amor che move il sole e l’altre stelle
L’amore è il punto catalizzatore del romanzo, la chiave di volta, il sole e la luna, le ciambelle e la Nutella. L’amore è ovviamente tra Eynis e Jadifh, i due protagonisti (per gli stolti che dal sottotitolo del primo volume ancora credevano fosse Bedwyr).
Chiaramente, si amano di un amore ultraterreno, che trascende il tempo e lo spazio e altrettanto chiaramente non se lo dicono. Ma lui è il Principe delle Nebbie, l’erede designato del cattivo di turno, e tra di loro c’è la traditrice gemella di lei, affetta da turbe psichiche, che nel mezzo di una battaglia battagliosissima se ne esce con

« Non portarmelo via, Eynis».

Che la sorella sia effettivamente innamorata di Jadifh o lo dica per sport, credetemi, non si capisce nel corso dell’intero romanzo. Comunque, per chi volesse saperlo, c’è l’happy end e i due cavalcano via felici e contenti verso il loro nido d’amore.
Non mancano sottocoppie, dalle più esplicite – Rooth e Giada – alle appena accennate – Gladwin che fa gli occhi dolci a una guaritrice, Eryn e Bedwyr che parlottano in maniera sospetta per qualunque fanghérl, ma viene lasciato tutto all’immaginazione, come del resto gran parte del romanzo. Almeno il fatto che non abbia accoppiato tutti in maniere esplicita come nella peggio fanfiction conta come punto a favore.

2.    Malbrek
Una cosa positiva: si capisce perché Malbrek abbia creato un suo erede. In realtà il Signore delle Nebbie è un agglomerato di spiriti cattivi che aspetta solo il momento giusto per trasmigrare dal corpo che occupano attualmente a quello molto più prestante di Jadifh. Quindi, non è che voglia farsi uccidere perché è un completo idiota, ma perché la sua morte danneggerebbe solo un corpo che non ha più nessuna volontà.
Una cosa negativa: il modo in cui viene sconfitto è un’autentica tamarrata (a mio modestissimo parere). La scena è la seguente: Malbrek riduce Jadifh in fin di vita per costringerlo a richiamare gli spiriti che lo “abitano” e risvegliare il Principe delle Nebbie. Sfida Galdwin, comparso nelle sue principesche sembianze, a ucciderlo. Questi, docile, obbedisce ma COLPO DI SCENA! Eynis, che promise a Jadifh di non permettergli di diventare il Principe delle Nebbie, si frappone fra i due cosicché la spada di Galdwin la trapassa da parte a parte.
E in quel momento l’elfo che fu Malbrek, colpito dal fatto che lei si sia sacrificata per salvarlo, si risveglia dal sonno durato millenni, espelle gli spiriti dal suo corpo, immediatamente tutti gli Amorphi tornano animali e la guerra è vinta.
Ah, ovviamente Eryn riesce a salvare Eynis passandole la sua energia, don’t worry!
Direi che questo vince anche su Paolini e il suo Galbatorix ucciso dal rimorso.

3.    Occhi
Una cosa positiva, anche se un po’ da fiaba. Ho apprezzato la spiegazione della differenza di colore tra gli occhi delle due gemelle. In sintesi, l’elfo superpotentissimo padre delle due aveva passato anni a immagazzinare energia per uccidere i Mohrger (non ricordo mai dove vada l’acca, devo controllare tutte le volte sul libro. Beata pazienza). Grazie a questo, uno dei suoi occhi era diventato verde. Alla nascita delle bambine, la seconda ha l’ardire di uccidere la madre (pare, anche questo non è molto chiaro: lo deduco dal fatto che la madre è scomparsa nel nulla) e di morire appena nata. Quindi l’elfo riversa tutta l’energia immagazzinata per ridare vita alla bimba, la quale di conseguenza ha gli occhi verdi.
L’elfo occupato di smistare le due alle famiglie adottive (che poi si scopre essere il loro reale nonno), vedendo che la magia è troppa per una bimba così piccola, le appone un sigillo, che avrebbe potuto essere aperto solo dalla chiave – ovviamente, l’altra gemella – nel caso le due avessero tentato di evocare insieme lo Spirito della Luce, unica arma in grado di distruggere i tre dell’Apocalisse.
Ora, tralasciando tutte le ingenuità – la luce per sconfiggere le tenebre, la bambina morta che avrebbe potuto essere semplicemente in fin di vita e guadagnarci in credibilità – l’idea di base dei sigilli non mi è sembrata cattivissima, almeno dà un senso alla differenza negli occhi (dopo l’evocazione gli occhi di Eynis tornano gialli come quelli della sorella) e alla potenza repressa della protagonista, che rimane comunque inspiegabile sotto moltissimi altri aspetti.
Chiaramente, il fatto che Eynis sia l’unica ad aver evocato lo Spirito della Luce nella storia del mondo fa perdere i pochi punti guadagnati. L’unica consolazione è che lo fa attingendo all’energia immagazzinata dal padre, quindi non è tutto frutto del suo innato talento.

4.    Out of character reverse
Bedwyr da buono era diventato cattivo ma non poteva certo non tornare buono, ci mancherebbe altro. Il punto chiave è un discorso con Eryn, che gli rivela la triste verità:

I soldati di Pseudos attaccano la gente, spadroneggiano, distruggono i villaggi spacciandosi per Amorphi o Ribelli.

Che bene o male era esattamente quello che sosteneva la Compagnia delle Razze di cui faceva parte prima di cambiare bandiera in preda a una sindrome premestruale particolarmente intensa.
Ma ora si fa prendere – di nuovo – dai dubbi. Meno male che non diventa Re, visto che basta una storiella imbastita in trenta secondi trenta per fargli cambiare idea al ritmo di una trottola.
Comunque Bedwyr ha bisogno di un’ulteriore conferma, e visto che il popolo di Ahina Sohul definisce Pseudos un bravo sovrano, prende il suo cavallo e va a interrogare la gente dei villaggi del circondario, che gli serve tutt’un altro minestrone.

Pseudos è un impostore, alleato degli amorphi. Il principe rappresenterebbe il potere legittimo, ma è già stato traviato dall’usurpatore. I Ribelli sono l’unica speranza di pace per Nadesh.

Contando su queste affidabilissime fonti, Bedwyr fugge sotto le sembianze di un falco, potere che deriva da una piuma affidatogli dall’Aquila Bianca, al secolo la sua mammina – non ci è dato sapere come lui possa sapere a cosa serva, quella piuma – e vola veloce verso i ribelli.

5.    Pathos
No, non cercatelo. Non c’è. Un grande difetto che permane anche in questo terzo volume è il ritmo narrativo lista-della-spesa, con il grande difetto che questa condizione permane anche nelle scene che dovrebbero essere di maggior coinvolgimento per il lettore. Un esempio è la scena del duello tra Bedwyr e Pseudos. Scena che potrei riportare per intero in questa recensione senza paura di occupare troppo spazio. Non lo farò per comodità, ma per la cronaca la scena da Bedwyr che entra nella sala del trono (quando nella scena precedente era in mezzo alla battaglia: come vi sia riuscito a entrare, non ci è dato sapere) al momento in cui taglia la testa allo zio con un solo fendente conta 370 parole. La morte dell’Usurpatore condensata in un duello raccontato in mezza pagina di Word.
Stesso vale per tutte le altre scene.
Il recupero delle pagine nel Regno dei Lupi deve avvenire sottraendole da una grotta dove sono sorvegliate da un drago millenario. Ovviamente, chiunque vi sia entrato non ne è mai uscito vivo. Ovviamente, i nostri eroi vi entrano, svegliano il drago che con nonchalance prende e vola via senza che nessuno si spezzi nemmeno un’unghia. Ma che fortunelli!

6.    Stile
Non sono un’esperta, ma questa è un’aggravante (per il libro): non c’è una sola scena che non mi sia sembrata il riassunto del riassunto del riassunto, particolari lasciati agli avverbi e agli aggettivi, descrizioni ridotte all’osso, duelli ridotti a due parole in croce. Di esempi ce ne sono a bizzeffe.
Questo dal duello finale di cui sopra:

Si scambiarono una rapida serie di colpi, le lame delle spade che cozzavano e mandavano scintille risuonando nella grande sala deserta. Era difficile dire chi fosse in vantaggio: Pseudos era avanti con gli anni, ma era un esperto guerriero. Bedwyr dal canto suo, giovane e nel vivo delle forze, era indebolito dalla ferita al fianco che continuava a sanguinare. Pseudos se ne accorse, e si sporse in avanti a colpirlo con un pugno nel punto offeso. Sentendo gli anelli della cotta di maglia conficcarsi nella ferita aperta, Bedwyr urlò.

Lasciamo perdere la gestione del punto di vista – in teoria è quello di Bedwyr, in pratica aleggia fuori dalla coscienza di entrambi come uno spettatore annoiato che sorseggia un cocktail e piazza una scommessa.
Andiamo sul romantico:

Jadifh la guardò negli occhi per un attimo, le prese il viso tra le mani e la baciò.
Quando si allontanò, lei non si era pienamente resa conto di ciò che era successo: ammutolita, continuava a stringergli il colletto tra i pugni, gli occhi sgranati.
Ma quando lui esitante si chinò di nuovo, Eynis gli lasciò andare la camicia, si aggrappò al suo collo, e si baciarono ancora per un lungo istante.

Questo il primo bacio, atteso da stormi di giovani fan da anni e anni e anni. Ma nessun problema, ne verranno molti altri, a seguire. Quantità compensa qualità!
Senza parlare di una piccola perla: la sorella adottiva di Eynis le chiede se sia innamorata di Jadifh, e lei, dopo aver cercato di negare l’innegabile, annuisce con adorabile imbarazzo. Ma alla domanda se lui la ami, la risposta è:

Non saprei. Non me l’ha mai detto.

No, gliel’ha solo dimostrato in tutti i modi umanamente possibili. Ma si sa, «raccontare e non mostrare» si abbina benissimo con «dire e non dimostrare».

7.    Inutilesse
Ci sono stati molti punti di questo libro in cui ho pensato: Paolini!
Un esempio è l’incontro con gli “elfi scuri”, che dà il via a un interessante siparietto in cui viene riassunta la storia dei quattro elfi fondatori di Nadesh. Questi elfi avranno un ruolo chiave nella storia che giustifica un sermone lungo tre volte qualsiasi scena madre o scompariranno nel nulla per il resto della storia? Serve dare una risposta?
Interessante anche la comparsa degli elfi dei flutti, con l’unico ruolo di fare numero per vincere la guerra. Chi siano non l’ho capito bene, ma questa può essere stata mia disattenzione. Sta di fatto che ripescano Galdwin che cade dal dorso del drago dritto nel mare in tempesta e sì, sopravvive. Magia!

8.    Arrivano le aquile!
Se nel secondo libro c’era stata la battaglia del Fosso di Helm, in questo si combatte quella per la Terra di Mezzo.
L’arrivo dei draghi (deus ex machina, serve dirlo? Visto che i draghi avevano chiaramente ribadito di non voler immischiarsi negli affari degli uomini) è molto simile all’arrivo delle aquile davanti ai cancelli di Mordor, la fuga degli spiriti di Malbrek è la distruzione dell’anello che *puff*, neutralizza in un nanosecondo tutte le forze nemiche.
Dopo la calma, avviene l’incoronazione del Re ad Ahina Sohul, e tutti vissero felici e contenti. Ovviamente, il tutto in una manciata di pagine, tanto per non smentire lo stile ritmato del resto del libro.

9.    Introspezione
I miei ultimi due centesimi li vorrei dedicare all’introspezione dei personaggi. Permettendo che non mi reputo una persona insensibile – ho pianto come una fontana durante tutto La Porta di Tolomeo, e frignato una mattina intera dopo aver letto della morte di Artù nelle Nebbie di Avalon – quindi in questo caso posso credere che il problema non sia mio.
In realtà a parte qualche risata e qualche revival kawaii della mia adolescenza malsana, l’empatia che ho avuto con i personaggi è stata pari a zero.
Eryn è affetta da una totale schizofrenia: ora è buona, ora è isterica, ora è tormentata, ora è innamorata di Jadifh, ora lo odia, ora è una traditrice e cinque minuti dopo non è colpa sua… tutto questo avrebbe senso trattato da mani più esperte con la capacità esprimere più chiaramente un probabile conflitto interiore che dominava il personaggio. L’impressione che ne ho avuto io è che l’autrice scrivesse a caso come se parlasse tutte le volte di una persona diversa.
Eynis e Jadifh li ho trovati insipidi: annegano in una torma di retorica e desideri repressi, che poi sfogano nel lovvo reciproco che diventa più importante di qualsiasi altra cosa.
Un amore che mi ha però lasciata indifferente. Di nuovo, porto a esempio l’evoluzione dei sentimenti tra Will e Lyra in Queste Oscure Materie, passo a passo, conoscendosi in tutti i pregi e anche nei grandissimi difetti che animavano ognuno dei due; amarsi era il loro destino, ma non un destino che si applica con il criterio del perché sì, ma in maniera credibile, coinvolgente, reale.
L’autrice probabilmente non ha l’esperienza necessaria – e non parlo della sua vita privata, a scanso di equivoci, ma della sua esperienza come scrittrice – per rendere reale una cosa così complessa come l’evoluzione dei sentimenti. Se nel primo libro avevamo sguardi e laghi di montagna, nel secondo odio imperituro che in realtà era gelosia travestita e che scompare nel giro di mezzo capitolo, nel terzo abbiamo lo sbocciare dell’amore eterno-per-sempre-e-oltre, senza avere la minima idea di come siamo arrivati a questo.
Colpo di fulmine, sì, ebbene?
I sentimenti erano raccontati, ma con superficialità, tanto che alla fine il lettore non si stupisce della loro storia non perché l’autrice l’abbia accompagnato fino a lì step by step, ma perché era ovvio dal primo maledetto momento in cui si sono incontrati, come nell’ultimo degli Harmony.
Su Bedwyr mi sono già espressa, sugli altri non c’è molto da dire. Stesse voci, cambia il colore dei capelli. Mi permetto di spendere due paroline sul povero Ereth: è stato infilato della storia per essere il sostituto di Legolas Daylin, ma la sua utilità è pari a meno cinque: due battute in croce nel corso di tutto il romanzo, e il suo mestiere di evocatore (controlla gli spiriti), che poteva essere fondamentale nella lotta contro gli Amorphi e in particolare contro Malbrek, cade nell’oblio perpetuo. D’altronde, se la favolosa Eynis non avesse sconfitto anche il Signore delle Nebbie oltre ai Tre dell’Ave Maria, la storia avrebbe perso tutto il suo senso.
Pace.

In conclusione, ho passato due serate divertenti.
Un altro motivo per cui leggo questi libri è che imparo quali sono gli errori da evitare e come non scrivere in generale, il che non guasta mai. Ma anche rido, quindi imparo in modo divertente, e tanti saluti al Re.
Ma mi fa un po’ anche arrabbiare, perché secondo me Elisa Rosso il potenziale ce l’ha – non credo che scrivere un’intera storia, per quanto discutibile sia il risultato, sia alla portata di tutti: ci troviamo comunque miglia più in su di mucchi di aspiranti che non sanno neppure usare la punteggiatura – ma sembra ignorare palesemente qualsiasi consiglio le sia stato dato nel corso degli anni trascorsi dalla pubblicazione del suo primo libro come se, comprensibile delusione a parte, pensi veramente che siano critiche gratuite mosse dall’invidia e non, sotto il sarcasmo o l’ironia, preziosi consigli per essere più accorta e scrivere qualcosa che possa essere apprezzato da una fetta di pubblico che abbia letto qualcosa di più di Twilight, Eragon e Nihal della Terra del Vento.
Solo un’ultima considerazione personale: arrivata alla fine, non riesco ancora a capire perché non si sono limitati a leggerlo, quel dannato Libro del Destino.

Dello scrivere storie

Dello scrivere storie

La disinformazione (altrui) che provoca depressione (a me).

Che ci sia tanta disinformazione sulla scrittura penso sia un fatto ormai risaputo. Non serve nemmeno tirare in ballo siti di scrittura amatoriale, basta semplicemente entrare in una libreria per capire fino a che punto si arrivi. Da aspirante scrittrice posso capire: per quanto mi riguarda alle regole della scrittura creativa ci sono arrivata per caso, e mai nessuno me ne aveva fatto cenno prima di allora.
Quindi, non me la sento di giudicare in merito a errori quali la gestione del punto di vista, descrizioni inutili, aggettivazione alle stelle. Tutt’al più, dove se ne presenta l’occasione, cerco di dare consigli, per quello che la mia ancora scarsa esperienza mi consente di fare.
C’è un solo livello che, per quanto ci provi, non riesco a comprendere. Parlo dell’idea di scrivere senza avere una storia da raccontare.
Ho una storia in testa: mi metto a scriverla. L’avere o no gli strumenti per farlo coinvolge un discorso a parte, troppo lungo per essere approfondito in poche righe e già largamente trattato da chi ha più esperienza di me. Ma questo arriva dopo, quando cerco di scrivere la mia storia, mi accorgo che non sta riuscendo come vorrei, e cerco il modo di migliorare. Dopo. Prima, serve la storia.
Mi sono chiesta molte volte quale forza oscura e misteriosa possa spingere una persona a voler scrivere una storia senza avere una storia da scrivere, tanto da chiedere suggerimento ad altri.
L’inutilità si può trovare semplicemente nel fatto che, a mio parere, se non hai una certa esperienza è difficile riuscire ad andare oltre le due righe se non senti una storia come tua, se non fa parte di te, per banale o stupida possa essere. Tutti i primi tentativi lo sono, mi stupirei del contrario.
Non mi stupisco se un lettore inesperto (in materia di letture, chiaramente) legge un libro scritto da cani, con una trama banale, gli stessi cliché triti e ritriti e gli piace, perché va da sé che non ha letto niente che sia oggettivamente meglio (oddio, ne ho sentiti anche dire che Licia Troisi è meglio di Tolkien, ma questo esula dalla mia comprensione).
È normale che la scrittura sembri qualcosa alla portata di tutti, un hobby, un passatempo, un battere le dita sulla tastiera al ritmo di Undisclosed desires, e guai a chi osa criticare.
Anche il fatto che, stando a quanto ho letto, molti si preoccupino di come riuscire a pubblicare senza magari aver scritto neppure mezza riga non aiuta.
Ma non è tanto questo a lasciarmi perplessa – e a darmi un po’ di tristezza, se devo essere sincera. È proprio il fatto che lo stimolo che porta a scrivere sia cambiato a rendermi triste, il fatto che sembri più importante vedere un rettangolo di carta e cartone con stampato sopra il proprio nome piuttosto che mettere su carta una storia che si ha in testa da mesi, o da anni.
È come se tutta la magia, la bellezza dello scrivere una storia fosse svanita, e no, non è colpa degli eBook. Se qualcuno pensa che un eBook ben scritto sia peggio di un libro cartaceo mediocre o banale, quel qualcuno è un idiota, e al diavolo la diplomazia.

In conclusione, dico solo che quando leggo di una persona comincia a scrivere solo per guadagnare soldi, ecco, in questo caso mi deprimo di meno. Rido, tutt’al più, visto che con la scrittura forse, ma forse, ci paga la tassa sull’immondizia.

Un altro giorno come i suoi occhi

Un altro giorno come i suoi occhi

Non sapeva dove lui fosse. Non sapeva nemmeno dove cercarlo. Non sapeva se si trovasse ancora in città, ma almeno questo lo sentiva.
Si guardava intorno in continuazione, come in quelle prime settimane dopo che lui se n’era andato. Si guardava intorno sulla metropolitana, sulla strada, passava le ore di lezione a guardare fuori dalla finestra.
Non aveva più parlato con Jaden. Era passata una settimana da quel giorno in caffetteria, e non si erano ancora rivolti nemmeno un cenno di saluto entrando in aula la mattina. Questa situazione le provocava una fitta al cuore ogni volta che alzava gli occhi sulla sua nuca, temeva che se l’avesse guardato negli occhi sarebbe crollata come un castello di carte.
Le sue giornate si susseguivano prive di qualsiasi emozione che non fosse una ricerca ossessiva di un segnale qualsiasi attorno a sé.
Se vado avanti così, impazzirò.
In classe, quel giorno, non riusciva a seguire una parola. Era seduta vicino alla finestra, con un posto vuoto accanto a sé occupato dalla sua borsa – per essere sicura rimanesse vuoto.
Seguì con lo sguardo la matita che rotolava sul tavolo. Arrivò fino al bordo, cadde a terra con un rumore secco. Iris non si mosse, mormorò un grazie alla mano che la raccolse e gliel’appoggiò sul banco.
Guardò di nuovo fuori dalla finestra, era un giorno di nebbia. Un altro giorno come i suoi occhi.

Buio

Buio

 

Buio - My Land Elena P. Melodia 2009, 415 p. Fazi

Trama (da Ibs.it):

Diciassette anni, bellissima, apparentemente sicura di sé ma fragile e inquieta, Alma ha un solo credo: “Sorrisi e lacrime possono essere molto pericolosi se lasciati fuori controllo”. Se lo ripete ogni mattina, quando esce di casa per affrontare la Città là fuori e cammina sotto un perenne cielo grigio, diretta a scuola con il suo zaino, rigorosamente viola. Tutto ciò che Alma adora è viola. Come la copertina del quaderno che ha comprato in una strana cartoleria del centro pochi giorni prima, quando tutto ha avuto inizio e la sua vita ha cominciato a scivolare in un assurdo incubo senza fine. Una serie di efferati omicidi sta infatti trasformando in realtà i racconti che Alma scrive di notte, come in preda a un’inspiegabile trance, rendendosi conto solo al suo risveglio che i deliri di paura e violenza affidati alle pagine di quel quaderno anticipano le mosse dell’assassino. Mentre la polizia indaga senza risultati e i giornali si scatenano, Alma si ritrova sempre più isolata, alle prese con qualcosa di grande e oscuro, che sfiora la natura stessa del Male e che pure sembra riemergere dal suo passato, insieme ai continui, lancinanti mal di testa che la assalgono come per avvertirla di qualche pericolo. Soltanto Morgan, il ragazzo più misterioso e sfuggente della scuola, i cui incredibili occhi viola sanno leggere nel suo cuore come nessun altro, sembra in grado di fornirle le risposte sulle sinistre presenze che le si addensano intorno.

Buio
Buio. Nebbia. Nulla.
È difficile trovare qualcosa da scrivere su questo romanzo, a parte noia, noia, noia. Cioè, non succede niente, probabilmente potrei riassumere l’intero libro in due righe e chiuderla qui. Ma farò un tentativo, perché sono brava e buona e ho tanto tempo da perdere (una delle tre affermazioni è falsa, ma non dirò quale).

Nove punti chiave

Attenzione: di seguito mostruosi spoiler

1.    Mary Sue
La favolosa protagonista. Bella, alta, con un corpo mozzafiato qualunque cosa lei mangi, con i favolosi capelli da geisha. Io sono d’accordo sul fatto che viviamo in un mondo dove è da ipocriti dire che la bellezza non conti nulla, come Alma sostiene, ma una tale autocelebrazione alla lunga appare ridicola.
Alma tratta tutti con supponenza, amici, famiglia, patrigno – nessuno è degno della sua stima e nemmeno del suo affetto, sono tutti piccoli lombrichi che le strisciano ai piedi. Seduce con un paio di moine un giornalista scemo quanto lei per convincerlo a rivelarle i riservatissimi dettagli di un caso di omicidio e lui ci casca con tutte le scarpe – sì, certo, nel paese dei Balocchi magari.
Aggiungiamo il bonus solitaria e incompresa e il quadro è completo.

2.    Morgan
Il principe della situazione. Misterioso di default, dotato di magnetici occhi viola, è l’unico di cui la protagonista non ha motivo di fidarsi e l’unico di cui ovviamente si fida. Perché? Perché è scema, come tutte le femmine, che domande.
Se Morgan l’avesse accoltellata in un vicolo buio per poi buttarne il cadavere nel fiume il romanzo forse avrebbe avuto maggiore senso.

3.    Superficialità
Questo libro ne è pervaso, il che non aiuta affatto a voler bene alla protagonista. Ogni situazione, per complicata che sia, viene trattata con noncuranza, come se fosse normale o peggio, irrilevante. La sorellina è muta in seguito a un trauma? Pazienza, due coccole prima di andare a letto e il problema è risolto. La mia amica diventa anoressica perché l’hanno filmata mentre si cambiava? Pazienza, deve reagire. La mia amica è vittima di uno stupro di gruppo da parte dei membri di una setta satanica? Teniamolo nascosto ai genitori e sproniamola ad andare alla polizia.
Cioè, posso capire tutto, ma il menefreghismo totale verso le persone mi portano a vedere Alma come una vera stronza che pensa solo a sé stessa – e non penso fosse questo l’intento dell’autrice.

4.    Intreccio
Come scritto sopra, il nulla. Alma possiede un quaderno viola, comprato in una cartoleria che appare e scompare un po’ come il Gokuraku (anche se dubito sia per puri di cuore. Per persone senza cuore, magari), e occasionalmente ci scrive sopra un omicidio che, guardacaso, avviene davvero. Il significato di tutto questo? Beh, forse ci sarà scritto nel secondo libro. O magari nel terzo.
Per il resto, nulla. Avvenimenti che non sembrano avere nessuna inerenza con la trama – amica anoressica, amica stuprata, amica che imbalsama la zia morta, per pietà! – e simpatici siparietti con Morgan. L’unico punto a suo favore è che almeno all’inizio lei lo trova solo interessante, e non c’è amore a prima vista. O forse è solo perché la protagonista fa la dura e cerca di negarlo. Comunque, empatia zero, ben lontani dal livello di coinvolgimento di un qualsiasi Harmony.

5.    Lunghezza
Purtroppo non ho più la mia copia con me, e non posso parlare per certezze, ma posso farmi un’idea abbastanza precisa. La grandezza dei caratteri era imbarazzante, l’interlinea da autostrada, nei margini ci si poteva stampare un altro romanzo. Io ho impiegato settimane a terminare la lettura, ma a causa della noia, non certo della consistenza della trama. Facendo un calcolo approssimativo, credo che Buio possa contare sulle centocinquanta pagine di Word, non molte di più.
Ora, per giocare alle domande retoriche: perché stampare un libro che si legge in una sera e nel quale non succede nulla invece di stampare l’intera trilogia in un unico volume, che sarebbe stato alquanto più rispettoso dei lettori e dei loro portafogli?
No, non serve rispondere.

6.    Metafore
Tra Elena Melodia e Virginia de Winter vince la seconda perché, a parità di nonsense, le sue metafore sono più poetiche e affascinanti. Quelle di Buio, per la maggiore, sono da mettersi le mani nei capelli. Abbiamo i palazzi come denti di un dinosauro, il quaderno che somiglia ad una maschera tribale, e altre amenità del genere. Da rimpiangere gli sguardi friabili di Black Friars, almeno così potevo immaginarmi gli occhi a forma di biscotto.

7.    Città
Io sono un’assoluta sostenitrice nell’usare una città inventata dal nulla, per i vari vantaggi dell’evitare di scrivere castronerie su un luogo che non si conosce (a mio parere, per ambientare un racconto in un luogo preciso bisogna averci vissuto, non basta neppure averlo visitato) e per la possibilità di inventarsela da sé, che lascia enormi libertà anche nella strutturazione della trama.
Purtroppo però c’è un rischio: devi essere abbastanza bravo da renderla reale, e non solo uno sfondo vago e lontano, senza personalità. Per quanto mi riguarda, questo libro non c’è riuscito molto. A parte darmi una sensazione di generale squallore, il resto è nebbia pura.

8.    Ritmo
Noia. Noia. Pura noia.
Si passa dalle seghe mentali di Alma ad avvenimenti in cui non accade niente a nessuno a fatti di dubbia rilevanza per la trama.
Ad esempio, c’è una scena in cui Alma si introduce di straforo a casa di una delle sue “amiche” per scoprire cosa nasconde. Mentre lei è ancora dentro, la sua amica rientra in casa, e c’è un momento di pathos in cui la protagonista si nasconde sotto il letto e rischia di essere scoperta. È il tipo di scena che mette ansia anche a me che leggo – sono il tipo di persona che si fa prendere dall’ansia in una partita di Pacman (giocata da altri) perché inseguita dai fantasmini, per dire.
No, non è stato questo il caso – coinvolgimento zero, si capisce fin dal principio che se la sarebbe cavata. Infatti esce come se niente fosse, e tanti saluti alla suspance.

9.    Finale
È una trilogia, che diamine! Come si può pretendere un finale?
In pratica il romanzo finisce con Morgan che conferma ad Alma che sì, è pedinata da strani uomini senza sopracciglia (…), le sue non sono manie di persecuzione. E dopo averle raccomandato per settimane di non uscire con il buio, lei si fa una passeggiata a notte fonda, puntualmente seguita da uno dei kattivi. Lei riesce a farlo cadere in acqua e il tale apparentemente si scioglie.
Fine delle informazioni. Non ci è dato sapere altro.
Per diciotto euro, mi sembra una totale presa per i fondelli.

 

L’ Ordine della Spada

L’ Ordine della Spada

Black Friars – l’ordine della spada.

Sinossi (da ibs.it):

Black Friars - l'Ordine della Spada - Virginia de Winter - 2010, 682 p. - Fazi

Chi è Eloise Weiss? Perché il più antico vampiro della stirpe di Blackmore abbandona per lei l’eternità suscitando le ire di Axel Vandemberg, glaciale Princeps dello Studium e tormentato amore della giovane?
La Vecchia Capitale si prepara alla Vigilia di Ognissanti e il coprifuoco è vicino perché il Presidio sta per aprire le sue porte. Il lento salmodiare delle orde di penitenti che si riversano per le vie, in cerca di anime da punire, è il segnale per gli abitanti di affrettarsi nelle proprie case, ma per Eloise Weiss è già troppo tardi. Scambiata per una vampira, cade vittima dell’irrazionalità di una fede che brucia ogni cosa al suo passaggio. In fin di vita esala una richiesta d’aiuto che giunge alle soglie della tomba dove Ashton Blackmore, un redivivo secolare, riposa protetto dalle ombre della Cattedrale di Black Friars. Il richiamo della ragazza è un sussurro che si trasforma in ordine, irrompe nella sua mente e lo riporta alla vita. Nobili vampiri di vecchie casate, spiriti reclusi e guerrieri, eroici umani e passioni che il tempo non è riuscito a cancellare: “Black Friars. L’ordine della spada” è un mondo nuovo che profuma di antico, un romanzo che si ammanta di gotico per condurre il lettore tra i vicoli della Vecchia Capitale o negli antri del Presidio, in un viaggio che continua oltre la carta e non finisce con l’ultima pagina.

Nove punti chiave:

Attenzione: di seguito mostruosi spoiler!

1.   Occhi

Non si può giustamente parlare di Black Friars senza parlare di occhi. Abbiamo occhi di un viola così profondo da sembrare nero, il colore delle ametiste contro il cielo notturno, occhi di un verde tenero appena dorato, troppo trasparenti e troppo simili a vetri colorati, occhi di un viola così scuro e profondo che le spalancarono nella mente un abisso in cui poteva soltanto precipitare, occhi di un viola incredibile, il colore profondo e trasparente di un mare notturno che custodiva fondali di rocce argentee e lampi di blu, e per finire (si fa per dire) occhi che avevano la sfumatura perfetta del mare dove il fondo è talmente lontano da conferire all’acqua l’aspetto di un cielo notturno, profondo e denso, quando il desiderio di affogare è un dolore intenso, al punto da cancellare ogni traccia di ragione.
Personalmente, a me piacciono queste descrizioni, sul serio. Sarà l’animo antico e poetico che cerco di nascondere sotto tonnellate di sarcasmo, ma mi piacciono. Mi piacciono meno quando vengono ripetute tutte le volte che la protagonista guarda negli occhi qualcuno. Alla lunga porta me medesima a lanciare il libro attraverso la stanza, e non è carino.

Oh, dimenticavo:

Il Cielo, visto dalla prospettiva degli Angeli condannati che precipitavano dalle sue altezze, doveva aver posseduto quella stessa sfumatura di blu, profonda e perfetta come la nostalgia dei demoni relegati all’Inferno.

2.    Axel
Ecco, vale la pena di leggere questo libro anche solo per Axel Vandemberg. La storia è guardata per la maggiore attraverso il punto di vista di Eloise, ragione per la quale fin da subito in me è nata un’antipatia totale per questo personaggio. Mi sembrava di avere a che fare con Edward Cullen 2.0, un uomo supponente e possessivo che crede di poter decidere da solo che cosa sia meglio o peggio per la sua ragazza anche se lei (giustamente) non vuole saperne di lui.
Arrivata alla fine, avevo gli occhi a cuoricino come la peggiore delle fanghérl. Quando lui dice a Eloise «Quando mi vedi, quanto tempo impieghi prima di ricordare che mi odi?» ho cominciato a traballare, arrivata a «Se devo scegliermi una tomba, fa’ che siano le tue braccia» ho detto addio in via definitiva alla mia dignità.

3.    Vampiri
Non sono certo i vampiri della Rice, ma, per carità, non sono nemmeno quelli di Twilight. Vivono a contatto con la società ma non sono accettati da tutti, non possono essere toccati da oggetti consacrati, sono vulnerabili al fuoco e alla luce diretta del sole. Non aggiunge niente alla figura del vampiro classico, ma visti i risultati di chi ultimamente ha tentato di farlo (scuola superiore per Vampiri, sigh!) direi che questo rappresenta anche una nota positiva.
Ho apprezzato anche l’atteggiamento supponente di Ashton: finalmente un maledetto vampiro che si esprime come una creatura centenaria e non come un liceale alla sua prima cotta.

4.    Atmosfera
Qui parliamo di gusto, probabilmente, ma io le atmosfere gotiche le amo e le adoro. In realtà un difetto dell’autrice è stato probabilmente quello di dare per scontate fin troppe cose nella sua ambientazione. Ho apprezzato il tentativo di schivare gli infodump lasciando scoprire il mondo al lettore pagina dopo pagina, ma almeno per quanto mi riguarda, il tentativo è fallito. Avrei preferito mezza paginetta di spiegazione sull’organizzazione delle varie Nationes e delle Fraternitas che starmi a interrogare per ore senza trovare risposta.
Per dire, sarà sfuggito a me nel primo, ma la vera funzione del Duca della Chiave l’ho capita solo leggendo il secondo libro.

5.    Tra cielo e terra
Eh, il Nulla non affligge solo Fantasia, è entrato di peso anche in questo libro. In generale compare quando si tratta di parlare di cielo. Un esempio:

Il cielo sopra di loro era una distesa di blu appena velato, a cui la nebbia conferiva la consistenza del velluto più morbido; la luna nuova era nascosta, inghiottita dalla sua fase più oscura, e le stelle erano libere di occhieggiare, padrone dell’immenso, come minuscoli grani di sabbia argentea lanciata dal caso su un drappo scuro. La nebbia attutiva il loro splendore, riducendolo a un ammiccare discreto, come bambine piccole che sussurrassero segreti tra loro, al riparo dalla curiosità degli adulti.

Traduzione: era notte e c’era la nebbia.
Stesso discorso di quello sugli occhi: a me questo modo di scrivere piace, per quanto capisco che a livello di tecnica sarebbe da mandare al rogo, ma a lungo andare rallenta talmente tanto la lettura che mi ritrovavo a saltare interi paragrafi per cercare il punto in cui la scena arriva al dunque. Posso leggere del cielo all’inizio del romanzo, quando non so ancora niente, ma una volta che ho conosciuto i personaggi e mi ci sono affezionata è di loro che volgio leggere, e non del tempo fuori dalla finestra.

6.    Adrian
Dico Adrian perché è il mio personaggio preferito, ma avrei potuto dire Bryce, Ross, Stephen, Megan, Cain, e via dicendo.
Il punto di forza di questo romanzo secondo me sta proprio nella caratterizzazione dei personaggi, le cui vicende e problemi sono in grado di coinvolgere quanto quelle dei protagonisti, a volte anche di più.
Se leggerò il sequel sarà soprattutto per vedere se finalmente Lara si deciderà a cedere al corteggiamento di Gil Morgan. No, non sto scherzando.

7.    Triangolo
Me l’aspettavo, sinceramente. La quarta di copertina non aiutava, e ho cominciato a leggere con il bieco pregiudizio di trovarci la solita storia pacchiana dell’umana indecisa tra un vampiro gnokko e un umano altrettanto gnokko.
Sono stata molto felice di sbagliarmi. La protagonista è innamorata di Axel a pagina uno e rimane tale per tutto il romanzo, fino a pagina seicento. C’è stato qualcosa tra lei e Ashton ma niente a che vedere con quell’amore o anche solo quell’attrazione fisica che può esserci tra due persone.
Ancora una volta, lui è un vampiro e si comporta come tale, e lei rimane “fedele” ai sentimenti che prova per il ragazzo che ha amato fin dall’infanzia.

8.    Intreccio
Sarà che la qualità delle mie letture è andata peggiorando negli ultimi anni, ma trovare un intreccio coerente e che funzioni è stato sufficiente a gratificarmi dei soldi spesi. C’è un motivo plausibile per cui Ashton sceglie proprio Eloise, c’è un motivo per cui lei odia Axel, c’è un motivo di tutti i loro vagabondaggi, e per una volta tanto ho proseguito nella lettura con la curiosità di scoprire la soluzione e non con il broncio perché tale soluzione era ovvia già a pagina uno.
Nonostante le aspettative basse che nutrivo nei suoi confronti, è stato capace di sorprendermi, e questo mi ha fatto piacere.

9.    Il paese degli Gnokki
Ecco, se proprio devo chiudere con un difetto, posso dire che se da giovane lettrice che si porta dietro ancora qualche briciola di adolescenza (sono un’eterna diciassettenne, dopotutto) ho adorato ogni singolo personaggio di questo romanzo, il mio occhio acido e critico non ha potuto fare a meno di notare quanto non ce ne fosse uno che non trasudasse fascino, che non avesse un sorriso disarmante, occhi nei quali si vedono interi ecosistemi, pelle perfetta – e qualsiasi altra cosa faccia intendere che i bambini nati brutti li buttino nel fiume appena nati.
Insomma, non siamo ai livelli del dio greco, ma uno studente con il naso storto o con la faccia da cavallo ancora non si è visto nella Vecchia Capitale.

Il giudizio complessivo comunque è positivo. Non è un libro privo di difetti, a onor del vero ho cominciato a leggerlo con l’occhio critico e a pagina dieci volevo già buttarlo dalla finestra, ma poi ne sono stata catturata: dalla trama, dall’intreccio, dai personaggi, dall’atmosfera, e chissenefrega da cosa, è stato magnetico, mi ha trascinata dentro e mi ha tenuta incollata alle pagine fino a notte inoltrata per finirlo.
E, al diavolo, mi è piaciuto. Tanto.