Archivio mensile:giugno 2012

Nove buoni motivi per guardarsi la finale europea

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Attenzione: motivazioni ad alto (ma alto, proprio alto alto!) contenuto intellettuale.

1. Jesús Navas

2. Iker Casillas

3. Cesc Fàbregas

4. Gerard Piqué

5. Fernando Torres

6. David Silva

7. Xabi Alonso

8. Sergio Ramos

9. Pedro

9. Fernando Llorente

9. Javi Martínez

(E il fatto di non poter metterci dentro Hummels, GomezMüller mi secca alquanto, niente da dire).

Italia? Gioca anche l’Italia?

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Dream

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Trama (da Ibs.it):

È possibile innamorarsi di un ragazzo conosciuto in sogno? Esperia pensa di sì, perché sta succedendo proprio a lei. Diciotto anni, una vita normale tra la scuola e gli amici e, improvvisamente, il colpo di fulmine. Lui si chiama William Holden, l’ha incontrato in un suo sogno e da allora non riesce più a toglierselo dalla testa. Un amore davvero impossibile, perché nella vita reale William è una pop star londinese: come dire, quanto di più lontano dalla vita di Esperia. E il loro amore svanisce con l’alba, ogni mattina.

Ci sono momenti in cui capisci che se non stacchi il cervello dallo studio per qualche ora dici addio alla tua salute mentale. Ci sono momenti in cui hai bisogno di caffè e cretinate, momenti in cui una lettura… leggera diventa come una doccia fresca in pieno agosto, di puro sollievo intellettuale, dove una sana risata porta a ritornare sui libri con un umore migliore. Ecco, sono questi i momenti in cui arrivi a leggere di tua volontà roba del genere. E a commentarla.

Ho letto Dream dopo aver letto Angel, non mi aspettavo nulla di meglio, ma neanche nulla di peggio. Ecco, non chiedete quale dei due sia meglio, je ne sais pas. Sta di fatto che mai avrei pensato di trovare una fanfiction sui Tokio Hotel pubblicata da Mondadori, e pure con una copertina dorata che personalmente trovo di un kitsch esagerato.
Comunque.
Non posso iniziare dicendo che Dream partisse con buone premesse, sarebbe una balla. In realtà, quando avevo letto la trama la prima volta, mi aveva incuriosito, perché la trama che avevo letto io si fermava a una ragazza che incontrava un ragazzo in sogno, che non sarà la premessa più originale del mondo, ma apre la strada a miliardi di svolgimenti che, se gestiti bene, possono dare vita anche a un bel romanzo – anche Inception (in confronto a questo romanzo parliamo di pianeti diversi) partiva dal tema del sogno, ed era tutto fuorché una cretinata. Purtroppo, pare che l’autrice abbia optato proprio per la strada più banale e prevedibile.
Quando ho letto che il ragazzo che sognava era la rockstar del momento e che si chiamava – guardacaso – William, la tristezza ha preso il sopravvento e tutta la curiosità è sparita. Poi sono arrivati gli esami, e tanto vale farsi una risata, eccomi qua. Evviva.

Prevedibilità
Il primo difetto di questo libro, come già detto sopra, e l’essere sempre, immancabilmente, scontato. Dalla prima pagina fino all’ultima non c’è un elemento non dico di suspense – trattandosi di un romanzo rosa, pazienza – ma manco di sorpresa. Non c’è mai il pensiero “pensavo sarebbe andata diversamente”, ma l’intero romanzo si ritrova a essere tristemente simile a una fanfiction autoreferenziale di una ragazzina che scrive di una sé stessa fittizia che si innamora del cantante dei suoi sogni. Punto, fine della storia. Davvero.

Personaggi
Caratterizzazione eccellente.
La protagonista parla in prima persona e non ho notato particolari differenze con Bella Swan. Zero passioni, zero ambizioni, le uniche note caratteristiche sono William ovunque, dai poster sulle pareti allo sfondo e alla suoneria del cellulare, e i compiti di greco che non ha voglia di fare. Ah, e l’essere persa per William e credersi pazza, vabbè.
Valerio, il cretino di turno è il ragazzo-perfetto-ma-non-ti-amo, il classico specchietto per le allodole, messo lì a fare da zerbino fino a essere scaricato con buonagrazia senza battere ciglio.
Gli amici sono prevalentemente caratterizzati solo dal nome di battesimo, c’est tout.
Nulla di nuovo sotto il sole, insomma.

Esperia
Fortunatamente non l’ho trovata irritante quanto altre protagoniste, ma anche lei ha il suo bel destreggiarsi tra trovate gegnali e seghe mentali random. Insomma, solito vortice romantico emozionale, solite lagne, soliti sospironi innamorati. Nulla di diverso dalla Vittoria del romanzo precedente, in realtà, stessa voce, stesso tutto.

Sogni
Questa è l’unica grande occasione sprecata. Praticamente la spiegazione logica del perché i due si sognino a vicenda in continuazione è semplicemente perché sono anime gemelle, e tanti saluti al re. Insomma, la realtà del sogno è solo un modo come un altro per far conoscere i due innamorati – che non so in che lingua comunichino: Esperia non specifica mai di parlare con lui in inglese, o di trovare qualche difficoltà dal momento che non è la sua lingua madre, zero al cubo – e portare al lovvo, punto.
Come una telenovela notturna a puntate. O una ficcyna preadolescenziale, come sopra.

Insomma, non so neanche perché sto ancora qui a parlarne. Forse perché mi aspettavo un minimo di miglioramento, visto che dalla pubblicazione di Angel è già passato qualche anno, credo (no, il suo primo libro non l’ho letto né MAI lo farò). Forse perché da un libro pubblicato non mi aspettavo la storia del secolo ma qualcosa di più di una fanfiction su un cantante che potrebbe adattarsi a qualsiasi idolo delle adolescenti odierno – non mi sarei stupita di trovare una cosa del genere su qualsiasi fandom, né escludo che sia cominciata come fanfiction.
Ora, nulla contro le fanfiction, a me piacciono molto e credo siano un’ottima palestra di scrittura, ma come ci sono libri e Libri, ci sono anche fanfiction e Fanfiction, e se alcune di esse meriterebbero senz’altro un passaggio alla carta stampata, altre è meglio che rimangano su internet, a uso e consumo dei fan ma lontano dalle librerie.

Hyperversum

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Trama (da Ibs.it):

Daniel ha una passione bruciante per un videogioco online, “Hyperversum”, che trasporta la sua fantasia nella storia. Dentro la realtà virtuale ha imparato a essere un perfetto uomo del Medioevo e conosce tutte le astuzie per superare ogni livello di gioco. Una sera, Daniel gioca con alcuni amici e mentre vivono tutti insieme la loro avventura virtuale nel Medioevo vengono sorpresi da una tempesta che li tramortisce: i ragazzi si ritrovano così in Fiandra, nel bel mezzo della guerra che vede contrapposte Francia e Inghilterra. Si apre quindi per loro una nuova vita, nuove strade, un nuovo amore.

Come al solito, spoiler!

Allora, premetto subito che Hyperversum per me è stata una lettura particolare, un po’ come il primo volume di Black Friars. Ho cominciato ridendo.
Solo il mio interesse per la trama – adoro i viaggi nel tempo, e per quanto sia una capra ignorante sul medioevo mi affascina molto  – mi ha spinta ad andare oltre i primi paragrafi. Lo stile di Hyperversum non è a livelli horror, insomma, per quanto non vada fiera di questo ammetto di aver letto di peggio (molto peggio), ma è ben lontano dall’essere stilisticamente accettabile, almeno per i miei standard. Il problema è che gli errori che fa la Randall corrispondono esattamente a quelli che detesto trovare in un romanzo.
Stile.
Il primo, ma non più importante errore è quello della gestione del punto di vista. Quando penso al punto di vista di Hyperversum l’immagine che mi viene in mente è quella di una nuvola, sfuggente, che rimane sospesa sopra un personaggio ma occasionalmente si allarga a quelli che ha intorno.
La storia è narrata in terza persona singolare e, a dispetto di quel Daniel in quarta di copertina, ruota per la maggior parte attorno a Ian, il protagonista assoluto del romanzo. Questo non gli impedisce di sconfinare, spesso verso Daniel, a volte verso altri personaggi. Il fastidio è che lo fa spesso e volentieri all’interno di una stessa scena, rendendo alcune cose di non immediata comprensione e appesantendo la lettura. Non mi piace, quando leggo un romanzo, fermarmi ogni tre secondi a chiedermi a chi appartengono i pensieri che sto leggendo, e questo credo valga per tutti.
Il secondo, e a parer mio peggiore, difetto è quello dell’overdose di emozione. Ogni singola, benedetta sensazione che provano i personaggi deve essere accentuata da una pioggia di aggettivi e avverbi perfettamente inutili.
I personaggi non sono tristi, sono assaliti dall’angoscia. Non scoppiano in lacrime, scoppiano in lacrime disperate. Nei loro occhi c’è il buio, una tristezza infinita che non scompariva mai. O, al contrario, condividono la forte emozione e la gioia straripante.
Qualsiasi emozione viene ribadita con un sacco di parole vuote, alla fine, con il benestare del buon vecchio mostrare. Scrivere di tanto in tanto “si sentiva scoppiare di felicità”, o cose del genere, non è fastidioso, ma in questo caso si è esagerato. Non solo i personaggi si sentono felici, ma anche tra loro vedono i reciproci sentimenti, come se avessero scritto sulla fronte il proprio stato d’animo.
Non mi sembra sbagliato preferire leggere di uno che saltella come un cretino piuttosto che leggere “era al settimo cielo”, n’est pas?
Amore.

«Niente smancerie!» protestò Martin con una mezza smorfia. «Non vi sopporto quando fate i colombi!»

Consolati, Martin. Nemmeno io li sopporto.
L’ambito in cui l’overdose di emozioni raggiunge il suo apice è senz’altro quello dell’ammore. Capisco che l’amore tra Ian e Isabò sia uno dei punti cardine del romanzo, il problema è che è fastidioso. Zucchero, miele, caramelle, il lovvo trasuda come melassa, con qualche luogo comune bello pronto che emerge qua e là.
Ci si lascia sopraffare da emozione indicibile, si sorride con amore, si bacia con amore, si guarda con amore. Fortunatamente si dimostra anche amore, il che lo mette comunque un gradino più sopra ad altri romanzi dove l’amore si esprime solo a parole e non a fatti.
Ma comunque mi si sono cariati tutti i denti.
Ian.
Passo a parlare dell’uomo del secolo, a quanto pare. Verso la fine del romanzo mi aspettavo la notizia che gli avrebbero dedicato una statua.
Ora, capisco che possa aver studiato bene il medioevo, capisco che possa aver fatto esercizi di scherma nel Ventunesimo secolo, ma quanto ho letto che ha battuto lo sceriffo e fatto la figura dell’eroe nel torneo volevo chiudere il libro e non riaprirlo mai più.
Nel complesso la cosa non appare del tutto forzata; almeno la Randall non ha tirato fuori stupidaggini come talento naturale, o sembra nato per giostrare, che l’avrebbero mandata direttamente sulla mia lista nera per non uscirci mai più, ma nondimeno la situazione appare un po’ ridicola.
Ian non ne fa una sbagliata, e qui va bene. Diventa il falco di uno dei feudatari maggiori di Francia, e già qui puzza un po’, ma è un ragazzo intelligente, conosce la storia, salva la bella e ci può stare. Prende il posto del conte cadetto… già qua la mia credulità cominciava a vacillare, ma sono andata avanti. Poteva essere un risvolto interessante, e non del tutto inverosimile.
Quando ha battuto lo sceriffo al torneo mi sono arresa alla grande superiorità di Ian il predestinato, in missione per conto di Dio, e ho aspettato il momento in cui avrebbe potuto fare l’eroe in battaglia. Non sono stata delusa.
Personaggi.
Diciamo che la caratterizzazione non è delle migliori, e che forse l’obiettivo dell’autrice non è andata a segno quando l’unica storia d’amore che mi ha un minimo coinvolta è stata quella di Donna e Etienne de Sancerre.
Daniel è la spalla di Ian, e fin qui ci siamo. Jodie è la sua bella da proteggere, così come Isabeau è la bella di Ian. Martin ha tredici anni ma la Randall lo fa comportare come un bambino di sette. Carl… beh, quando il conte dice a Ian che non c’era da fidarsi di lui, perché era troppo spaventato per mentire come si deve, ci ho sperato, in un rovesciamento inatteso della situazione. In questo caso sono stata delusa.
I personaggi che mi sono piaciuti di più sono stati in definitiva i compagni d’arme di Ian, almeno mi hanno strappato qualche sorriso.
Predestinazione.
Una cosa che non mi è dispiaciuta particolarmente è il collegamento tra l’Ian del futuro e Jean Marc de Ponthieu, e come Ian scopra che era tutto collegato in un cerchio, nel compiersi del suo stesso destino.
Come dice Ryuk, le donne si lasciano abbindolare in fretta quando parli di destino, e mi sembra pure giusto. Comunque, a parer mio avrebbe potuto essere trattata un pochino meglio. Ma mi riservo di leggere il secondo libro per vedere come prosegue la faccenda.
Comunque, al di là di tutti i difetti oggettivi, ci sono anche alcuni pregi.
Ambientazione.
Sono partita con i piedi di piombo. Ho avuto esperienze letterarie con mondi letterari con meno verosimiglianza di una fanfiction di Twilight, con medioevi fittizi in cui mancava solo il phon, e lo stile non mi faceva pensare di avere sottomano un capolavoro. Non ero sicura, quindi, di quanto potessi fidarmi dell’ambientazione.
Alla fine questo si è rivelato uno dei pochi punti di forza. L’ambientazione è accurata, ben descritta senza essere pesante, e sembra di essere davvero nel medioevo, e non solo in un mondo zuccheroso simile a quello che potevi aver studiato alle medie.
L’unica mia perplessità riguardava il fatto che la lingua francese parlata nel tredicesimo secolo potesse essere la stessa studiata sui libri nel ventunesimo, ma non ne ho sinceramente idea, quindi non posso dire se sia un errore o meno.
Comunque la sensazione generale, da ignorante, è stata molto positiva.

Sempre in generale, posso dire che nonostante tutto è uno di quei libri “mediocri” che mi è piaciuto.
All’inizio ho fatto fatica a ingranare, ma poi nonostante tutto mi sono appassionata. Mancava un po’ quella sensazione di dubbio, nel senso che mai ho smesso di credere che Ian se la sarebbe sempre cavata, ma un po’ di apprensione per gli altri c’era. Un po’ scema io, dal momento che tutto portava al vissero tutti felici e contenti, ma diciamo che la scena della battaglia di Bouvines un po’ di sana ansia me l’ha data, nonostante sapessi già, fatto storico, come sarebbe andata a finire.
A conti fatti, posso dire tranquillamente che nonostante tutto mi è piaciuto, e mi ha lasciato la curiosità di leggere il seguito.
Chiudo con un commento ad alto livello culturale, degno delle migliori fanghérl: anche io al posto di Donna sarei rimasta del medioevo per Etienne de Sancerre.