Archivio mensile:luglio 2012

Cinquanta sfumature di grigio

Standard

Benvenuti a questa seduta di terapia di gruppo, oggi parleremo di fantasie sessuali. Partiamo subito dicendo che sono una cosa legittima, naturale, che fanno parte dell’essere umano. Anche della versione umana cattolica, sì. Ma c’è un piccolo limite a queste fantasie: è sconsigliato metterle su carta e poi pubblicarle facendole passare per romanzo. Non è carino.

Attenzione: di seguito scostumati e lascivi spoiler!

Ecco, il best seller del momento sembra seguire questa scia. Parlarne è un po’ come tirare un secchio d’acqua nell’oceano, visto che in questo periodo sembra essere sulla bocca di tutti, generalmente divisi tra accaniti detrattori e fan sfegatati. C’è chi lo legge perché lo leggono tutti, chi l’ha letto perché gli interessava il genere, chi l’ha letto per curiosità. Io l’ho letto perché mi interessava sapere cosa avesse di tanto speciale questo libro per guadagnarsi l’etichetta di romanzo-che-tutte-le-donne-dovrebbero-leggere, del romanzo che ha riavvicinato l’universo femminile alla lettura (…), del libro destinato a dare una botta di vita a quest’Italia moralista e bigotta.
Ecco, a mio parere potevamo anche farne a meno.

La trilogia è partita come fanfiction di Twilight (o su Pattinson e la Stewart, non ho mica capito bene, ma del resto me ne frega poco). La trama è molto semplice. Anastasia/Bella è una studentessa universitaria, in procinto di laurearsi. Vive in un appartamento a Portland assieme all’amica Kate, che ovviamente a differenza sua è bellissima, ricchissima, simpatica, spigliata, e chi più ne ha più ne metta. È anche direttrice del giornale scolastico, e finalmente dopo mesi di attesa e insistenze è riuscita a ottenere un’intervista con Edward Cullen Christian Grey, miliardario di Seattle, nonché finanziatore dell’università e direttore di una multinazionale. A ventisei anni.
Il giorno dell’intervista però Kate si prende l’influenza, perciò, ignorando qualsiasi altro giornalista un minimo più esperto che collabora al giornale scolastico, ficca il registratore e la lista di domande in mano ad Anastasia e la manda a fare l’intervista al posto suo.
Inutile dire che Anastasia con Bella Swan non condivide soltanto il nome: anche lei ha i genitori divorziati, ha poca autostima e si vede meno bella di quella che è (poverina: anche lei, come Nihal, ha gli occhi troppo grandi), è goffa e imbranata e inciampa ovunque, e ovviamente è vergine, perché non ha ancora trovato il vero amore a cui concedere la sua virtù. Sì, ha anche due o tre corteggiatori, giusto perché il lettore si renda conto che non è lei che è scialba, è solo insicura, poverina.
Non appena entra nello studio dell’Adone (cit.) coprotagonista, ovviamente inciampa e cade ai suoi piedi, una perfetta anticipazione del resto del romanzo. Fa qualche altra gaffe inutile dovuta al suo estremo imbarazzo nel trovarsi di fronte a cotanto ben di Dio, ma intanto ha già conquistato la sua attenzione, dando inizio a una campagna di stalking che a confronto Edward Cullen pare un dilettante.
Il resto è una marea di cliché messi uno dopo l’altro neanche a farlo apposta.
Si comincia con la menata dello «stammi lontano, non sono l’uomo per te», mentre nel frattempo fa di tutto per incontrarla, cercando l’indirizzo dove lavora, braccandola alla sua laurea, portandola in giro con l’elicottero. Facendo ciao ciao con la manina al vecchio Edward, che si mangia le mani, perché lui all’elicottero non ci aveva mica pensato.
Insomma, mentre dice di voler allontanare Bella/Anastasia la attira dritta dritta nella sua rete, per poi asserire tranquillamente una cosa come «quando scoprirai la verità su di me vorrai andartene».

Ma certo che lei non se ne va, c’è scritto sulla quarta di copertina!
Insomma, Bella scopre che il suo Edward si diverte con una serie di frustini e aggeggi strani (pardon, non sono un’esperta) che tiene nascosti in quella che lei chiama la stanza rossa delle torture, e che ha anche una mania totale per il controllo, tanto da farle firmare un accordo di riservatezza e proporle un vero e proprio contratto per diventare la sua sottomessa. Contratto che lei, peraltro, non firmerà mai, perché l’amore entrerà presto in questa storia lasciando da parte tutto il resto.
Il resto del romanzo è una noia mortale, il che è tutto dire, visto l’argomento. È come se l’autrice si fosse limitata a cucinare un pentolone di minestra all’inizio, andando avanti a servire solo gli avanzi riscaldati fino al finale.
Lo schema è più o meno questo. Prima si ha un attimo di relativa calma, in cui lei è al settimo cielo e piena di grandi speranze sulla loro storia. Poi ha un attimo di sconforto, generalmente determinato da una frase random di lui sulla sua ex dominatrice (una donna che l’ha iniziato alla dolce arte del sadomaso quando aveva quindici anni ma no, dice lui, certo che non è stata pedofilia) o su qualcuna delle sue ex sottomesse. Questo attimo di sconforto è seguito dalle dolci rassicurazioni di Edward – «Voglio soltanto te, Bella», «Tu sei mia», «Cosa mi stai facendo?», e poi sesso, che, per carità, sarà il punto cardine dell’intero romanzo è occupa lo spazio necessario, ma per la miseria, che palle. Cambia di volta in volta solo qualche accessorio, ma lo schema è sempre lo stesso, con tanto di esplosione finale della protagonista, perché un semplice orgasmo è troppo poco. Ovviamente Anastasia è vergine all’inizio della storia, ma diventa praticamente una ninfomane cronica nel giro di un paio di capitoli, con tanto di un lieve disturbo legato all’ipersensibilità: non serve nemmeno che lui la sfiori, le basta che lui la guardi per mandarla diritta nell’iperuranio dell’eccitazione sessuale.
Tra un orgasmo e l’altro arriviamo al finale, che da solo vale tutto il libro. No, non in senso positivo. Se tutto il resto sembrava avere un minimo di senso, l’epilogo è da WTF più puro. Il succo è questo: i due hanno una discussione, che termina sempre sullo stesso punto, il perché Edward non vuole essere toccato (per così dire; a me sembra che lei gli abbia messo le mani un po’ dappertutto, ma se l’autrice dice che lui non vuole essere toccato, sarà vero). Lui glissa, non risponde, cambia discorso, di fa serio – cambia umore al mio stesso ritmo, sarà di sicuro del cancro! – perché ovviamente non vuole rivelarle i suoi traumi nascosti. Sì, è tormentato da un passato oscuro e tristerrimo, serve dirlo?
Alla fine lei se ne esce con una richiesta che ha del surreale: picchiami, così scoprirò quanto male senti quando io ti tocco. Lui, con la grazia di un vero gentleman, la prende a cinghiate sul di dietro. Una volta finito fa per abbracciarla, ma lei esplode in una vera e propria scenata isterica, piange tutte le sue lacrime, gli dà finemente del deviato mentale, lo pianta e se ne va, ignorando i suoi sguardi da cucciolo smarrito che nemmeno Red e Toby arrivano a tanta cucciolaggine.

FINE.

E tu lettore, pensi: il romanzo successivo parlerà di lui che tenta di riconquistarla e di trovare un compromesso tra il suo modo di vedere la vita e quello di lei, che si avvicina di più a due-cuori-e-una-capanna. Ti immagini già le difficoltà che farà lei, perché, per quanto sia innamorata, giustamente non accetta di essere presa a cinghiate sulle chiappe in perfetto stile medievale. Ha i suoi principi, e ovviamente l’amore non può superare diversità così incolmabili.
Beh, è così. Almeno fino a più o meno circa pagina cinque. Poi lui le rivela che ehi, bastava usassi la safeword e io mi sarei fermato e lei fa oh, scusa, me l’ero dimenticata e lui ah, fa niente, mettiamoci una pietra sopra e siamo di nuovo love-love-bomber. E io cercherò di avere la storia d’amore al caffelatte che vuoi tu, piccola. Ma tu, mangia.

Vado avanti ancora per inerzia, non so se riuscirò a finire il secondo libro. Un po’ di curiosità c’è, più che altro perché al punto in cui sono c’è una pazza ex sottomessa armata di pistola che potrebbe, potenzialmente, farli fuori tutti e due. E la speranza è sempre l’ultima a morire.

Annunci

Il Cavaliere d’Inverno

Standard

Festeggio l’arrivo dell’estate – sì lo so che è cominciata da un pezzo, ma io sono un’universitaria, per me inizia oggi – pulendo per bene l’armadio e tirando fuori gli scheletri.
Questo, per esempio, è uno scheletro particolarmente persistente, ovvero un libro che gronda romanticume da tutti i pori, con due protagonisti credibili quanto è credibile il Vero Amore™, e che, accidenti a me, mi è piaciuto da morire fin dalla prima lettura, ormai cinque anni fa.
Era più o meno questo periodo, tra l’altro. Ero al mare e mentre leggevo ero talmente coinvolta che mi meravigliavo che i miei amici tirassero fuori pomodori e mozzarella per cena, quando lo stato passava solo del pane mischiato a cartone e segatura, e se eri fortunato potevi trovare del brodo annacquato che non sapeva di niente.
Sì, lo so, non serve dire nulla. Andiamo avanti.
Insomma, nonostante il mio ideale romantico sia alquanto contorto e moribondo, e il libro non sia certo il capolavoro del Ventunesimo secolo, è riuscito a coinvolgermi moltissimo.

Partiamo dal titolo. Ovviamente è stato tradotto alla cavolo. L’ho lasciato così perché adoro la parola Inverno, la trovo molto suggestiva, ma il titolo originale è The Bronze Horseman, che richiama direttamente il poema di Puskin, a sua volta citato e ripreso nel corso del romanzo.
Quello che mi ha conquistata dall’inizio è stata l’ambientazione.
La storia comincia a Leningrado, Unione Sovietica, nell’estate del 1940, più precisamente nel giorno in cui il caro Molotov annuncia alla nazione che Hitler li ha presi per il culo tutto il tempo e ha appena dichiarato guerra alla Santa Madre Russia™.
Conosciamo la protagonista, Tatiana, quasi diciassettenne buona oltre il buono possibile immaginabile, che vive in due stanze in un appartamento comune con padre, madre, sorella maggiore, fratello gemello e con i nonni materni. Mentre i genitori accompagnano il figlio a prendere il treno – perché giustamente nel momento in cui scoppia la guerra, per impedirgli di arruolarsi, lo spediscono in campeggio più vicino al fronte – la spediscono bellamente a comprare (da sola) tutte le provviste che può prima che si esauriscano.
Da brava regina del cazzeggio, si siede sulla panchina alla fermata dell’autobus per comprarsi un gelato. Ed è allora che:

Alzando gli occhi dal gelato, vide un soldato che la fissava dall’altra parte della strada.

Il soldato, che risponde al nome di Alexander, si avvicina, le parla, lei si versa il gelato addosso, lo butta, sale su un autobus a caso e lui le va dietro. Fino al capolinea.

Sì, tempo che tornino indietro, tutti i negozi hanno esaurito le scorte. Quindi lui, comportandosi secondo la più irreprensibile etica professionale, la porta a fare rifornimenti al magazzino della caserma.
Da bravo cavaliere, come dice il titolo, l’aiuta a portare tutto quello che ha comprato a casa, ed è allora che ha inizio il dramma. Già perché lui chi poteva essere se non il nuovo ragazzo della sorella maggiore, quello di cui solo quella mattina si era dichiarata innamorata persa.
Da qui la storia prende il via, in mezzo a un crescendo di attrazione reciproca e di amore, con Tatiana che non vuole in nessun modo ferire l’amatissima sorella, la confessione di Alexander di essere in realtà un ragazzo americano che nasconde la sua vera identità per salvarsi il sedere, che il suo migliore amico (così chiamato) conosce la sua vera identità e lo ricatta per avere tutto quello che vuole.
In tutto questo ci sono anche le cose serie.
La guerra è scoppiata, e non è lasciata sullo sfondo come un bieco contorno. La guerra è la terza grande protagonista del romanzo. Ci sono le restrizioni, c’è l’inverno che arriva implacabile, le scorte che non bastano, le persone che cominciano a morire. L’inverno nella Leningrado assediata non è trattato con superficialità, e la grande volontà di vivere di Tatiana che la mantiene in vita può apparire un miracolo, o il destino, ma sicuramente non è la solita strada in discesa che si ritrovano a percorrere molte eroine in romanzi rosa di dubbia credibilità.
Non vado avanti sul resto, anche se alcune parti meriterebbero, per una volta non voglio fare spoiler.
Commento serio: è proprio l’irrealtà di una storia d’amore raccontata in maniera tanto intensa in uno scenario che adoro come la seconda guerra mondiale quello che mi è rimasto dentro di questo libro. Tutto sommato, sepolto sotto il cinismo e i litri di sangue al cianuro, un animo romantico ce l’ho anche io, e mixare i giusti ingredienti può risvegliarlo come uno spirito maligno pronto a infestare il mio cervello.
Comunque nel complesso, con i suoi difetti, non è un cattivo romanzo, anzi, ed è possibile apprezzarlo appieno come una storia romantica in cui il problema non è solo il solito “mi ama o non mi ama”, ma è quello di sopravvivere a una guerra.

E illuminato da pallida luna,
teso nell’alto il braccio,
dietro lui corre il bronzeo Cavaliere
sul cavallo sonoro galoppante

E per tutta la notte il povero demente
dovunque volga il passo,
dietrogli ovunque il bronzeo Cavaliere
con grave scalpito galoppa.

(Aleksandr Puskin, Il Cavaliere di Bronzo)