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Prigioniera del tempo

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IDU8607.IDO13050.IDE12992.IDV12922#_CopertinaAnterioreEra tanto che non leggevo un libro e sentivo il bisogno di recensirlo in questo modo. Sarà perché ne avevo sentito parlare in termini entusiasti, sarà perché mi ha attirato come una calamita, ma probabilmente è perché alla luce dei fatti è stata una delle più grandi delusioni letterarie dell’ultimo periodo. Prometteva bene, ma sono bastate poche righe a rendere la lettura prima deludente e poi esilarante. Non in senso buono.

Trama (da Qlibri):

Elisa è una studentessa liceale con tutti i normali problemi delle ragazze della sua età: la famiglia, i ragazzi, la scuola. Ma un giorno si ritrova catapultata in un’altra epoca, la Roma dei Borgia, e deve imparare a sopravvivere in un mondo completamente diverso dal suo. Mentre cerca disperatamente una soluzione per tornare nella sua epoca, due giovani si contendono il suo amore: l’affascinante e crudele Cesare Borgia e l’onesto e leale Cristiano. Il primo è disposto ad uccidere pur di possederla, il secondo darebbe la vita per lei. Chi riuscirà a conquistare il suo cuore? In un crescendo di colpi di scena, questa storia vi terrà avvinti dalla prima all’ultima pagina.

Prigioniera del tempo non parte da un presupposto originalissimo: una ragazza dalla Roma del 2009 attraverso un varco nel tempo finisce dritta nella Roma dei Borgia. Insomma, cambia l’ambientazione, ma è qualcosa di già sentito mille volte.
Però, chi se ne frega. Com’è stato per Hyperversum, a me i romanzi sui viaggi nel tempo piacciono un sacco, in più in questo caso si parlava della Roma dei Borgia, per me era praticamente un invito a nozze.
In più, e qui entriamo in zona pregiudizio, l’autrice l’ha scritto a quarant’anni, non a quindici: non vale come garanzia, ma sicuramente mi trova più disposta nei suoi confronti.
Tutti questi buoni presupposti sono stati quelli che hanno portato a una delusione ancora maggiore: ho riso molto leggendolo, ma allo stesso tempo arrivata all’ultima pagina ero piuttosto amareggiata. Vedere il Valentino ridotto a un preadolescente che strappa la margherita al ritmo di m’ama non m’ama è stato molto triste. Tanto triste.

Attenzione: di seguito mostruosi spoiler

Un romanzo a bassorilievo

Per quanto mi riguarda, un romanzo dovrebbe essere sempre una scultura a tutto tondo: da qualsiasi lato si guardi, la storia ha senso, è tridimensionale, precisa nei dettagli. Le domande che si fa il lettore nel corso della storia devono sempre riguardare gli sviluppi futuri, non i buchi di trama o le situazioni inverosimili che si creano, senza alcuna spiegazione.
Questo romanzo non è una scultura, è un bassorilievo, per di più appena abbozzato e piuttosto approssimativo. La storia ha senso solo perché l’autrice vuole darle un senso, ma se si sceglie un punto di vista diverso, è come guardare il retro di un quadro: non c’è nulla.
Partiamo dall’inizio: Elisa, la protagonista, ha avuto una giornataccia. Le è andato male il compito di matematica e ha beccato in pieno il fidanzato mentre la rendeva cornuta quanto un alce. Piena di umano sconforto, si rifugia a Castel Sant’Angelo, per godersi la vista di Rome at twilight e sospirare sulle tragedie della vita.
Senza alcuna logica, s’infila dentro una porta in cui è vietato entrare. Si trova in una biblioteca. Afferra un libro e questo innesca un meccanismo e si apre un passaggio segreto. Scende la scala nascosta e si trova sopra una botola, e sempre senza alcuna logica la apre, gattona al buio lungo un passaggio che per quello che ne sa potrebbe condurre alle fogne e, magia!, spunta nella Roma dei Borgia.
Il tutto in una manciata di pagine.
Poi. Se io mi accorgessi di avere preso il treno sbagliato e di essere arrivata a Venezia anziché a Trieste proverei la stessa sorpresa che prova la protagonista nello scoprire di essere finita nel 1496 anziché nel 2009. Tempo impiegato ad accettare la situazione? Trenta secondi.
Non è finita qui. Incontra un aitante giovanotto, servitore dei Borgia in Vaticano, e gli rivela di arrivare dal futuro. Questo che fa? La consegna a un’esorcista? La fa rinchiudere? La butta nel Tevere? La prende con la forza e l’abbandona sulla strada? No, le crede sulla parola nel giro di tre secondi, la porta a casa sua e le procura una raccomandazione per farsi assumere al servizio dei Borgia, assunzione della quale si occuperà Papa Alessandro VI in persona.
Tra l’altro, Papa andrebbe scritto maiuscolo. Non minuscolo come avviene per tutto il romanzo.
Questi sono solo i primi due-tre capitoli, ma queste situazioni al limite del surreale si ripropongono durante tutto il romanzo, a vari livelli di delirio.
Alcune perle: Elisa che rischia uno stupro da Giovanni Borgia e vuole chiamare la polizia. Elisa che s’indigna vedendo Cesare uccidere un servo, non riuscendo a capire come lui possa essere così crudele. Giovanni Borgia che muore e risorge (se è un omonimia, specificare sarebbe cosa gradita).

Il Principe di Federico Moccia

Se Cesare Borgia fosse quello descritto in questo libro, Il Principe di Machiavelli assomiglierebbe molto a Tre Metri Sopra il Cielo.
Considerato che l’introspezione dei personaggi, protagonista compresa, è profonda più o meno quanto una pozzanghera, la costruzione del personaggio del Valentino risulta una delle più ridicole dell’intera vicenda.
Cesare Borgia non era certo una macchina, era sicuramente un essere umano, capace di provare dei sentimenti. Però da qui a innamorarsi perdutamente senza nessun motivo della protagonista perché sì, riducendosi addirittura a inginocchiarsi davanti a lei, rinunciando a portarsela a letto e promettendo di sposarla – e lei è una serva – passano tre oceani tutti insieme.
Oltre a questa versione senza spina dorsale, il Valentino ha anche un altro alter-ego, il demonio spietato che non esita a far uccidere un servo – una pratica abominevole e rara per l’epoca –, che mette incinta la propria sorella, che rinchiude un servo sorpreso a rubare nel suo studio – anche questa una pratica infame: di solito bastavano due bacchettate sulle dita e la questione era risolta.
Un Cesare Borgia che sembra provenire più dai Cesaroni che dalla Roma di Papa Alessandro VI, in sostanza.

Quando la vide rimase come folgorato. Sembrava che avesse perso l’uso della parola di fronte a quell’incredibile visione. Era la fanciulla più bella che avesse mai visto. Portava i lunghi capelli color biondo miele sciolti sulle spalle ed il suo corpo snello e sinuoso si adattava perfettamente al vestito.

Questo è Cristiano, il bravo ragazzo della situazione.

Rimasto solo, Cesare si diede dello stupido. Perché diamine non l’aveva presa con la forza? Non era abituato a tirarsi indietro in determinate situazioni, tanto più che quella ragazza era solo una serva. Poi capì che in realtà voleva che lei arrivasse a desiderarlo con la stessa intensità con cui lui la desiderava. Non aveva mai provato una sensazione del genere. Quella bizzarra creatura gli faceva bruciare il sangue nelle vene al punto da annebbiargli la vista e togliergli la lucidità che lo aveva sempre contraddistinto. Si rammentò, persino, di essersi lasciato andare con lei a confidenze che non gli erano mai sfuggite con nessun’altro.

Questo invece è Cesare Borgia. (Sì, il nessun’altro è nel testo originale).

Inutile specificare a chi siano indirizzate queste paturnie, e inutile specificare che avvengono più o meno cinque minuti dopo aver fatto conoscenza con la fanciulla in questione.

Ad un certo punto lui la lasciò andare e si inginocchiò ai suoi piedi. Non si sarebbe mai azzardato a umiliarsi in quel modo di fronte a nessuno. Era la prova che lei lo aveva stregato e teneva il suo cuore nelle proprie mani.

Questo è ancora Cesare Borgia. Sì, Cesare Borgia. Non riporto la smielata che ne segue con tanto di giuramento di fedeltà imperitura perché leggerla una volta mi è bastata.

Ora, non sono contraria a questo tipo di situazioni. Anche Cesare Borgia si può innamorare, se poi la protagonista – aiutata dal fatto che proviene dal futuro – sa come rendersi accattivante agli occhi di un uomo di quell’epoca la situazione può diventare anche interessante da leggere e da trattare.
Però la situazione non può essere semplicemente Elisa è così fantastica che anche Cesare Borgia cade ai suoi piedi, anche perché il romanzo scorre talmente veloce che di questa Elisa non ci viene mostrato nulla. Sappiamo che va male in matematica, che è stata con Matteo per due anni, sappiamo che ha un motorino e che non va bene neppure in latino, ma per il resto calma piatta.
Ogni tanto butta lì un “mi mancano la famiglia e gli amici” talmente generico che sembra quasi un messaggio promozionale, ma questa mancanza non traspare minimamente dalle sue azioni.
Però di lei sappiamo una cosa fondamentale: tutti quelli che la conoscono finiscono per rimanerne affascinati, per innamorarsi di lei, o perlomeno per affezionarsi.
Addirittura gli stessi Sancha e Alfonso d’Aragona e Lucrezia Borgia si mettono contro Cesare per aiutare lei: una serva, fa sempre bene ricordarlo. Ed è a causa sua che Cesare poi perseguiterà il cognato Alfonso fino ad ucciderlo: fa sempre piacere sapere queste cose.
Un’altra scena importante che evidenza la superficialità del personaggio è quando, per necessità, si ritrova a commettere un (duplice) omicidio:

Elisa […] tirò fuori la bomboletta anti stupro e ne spruzzò il contenuto, dritto negli occhi della guardia, che si piegò in due per il bruciore. “Maledetta strega!” Urlò l’uomo imbestialito, “Che diamine mi hai fatto? Che razza di sortilegio è mai questo?” Tentò di colpirla, sebbene non riuscisse a vedere nulla, ma Elisa fu più veloce. Afferrò lo stiletto che aveva preso in prestito da Sancha e lo infilzò, all’altezza del cuore, ferendolo a morte. Nel momento in cui lo colpì, sentì le sue carni lacerarsi e, un attimo dopo, il sangue fuoriuscì copioso dalla ferita. Elisa trattenne un moto di raccapriccio mentre pensava: Cavolo, sembra uno di quei film splatter in cui il sangue scorre a fiumi. Peccato però che non si tratti di finzione!

Nelle scene successive, conato di vomito a parte, andrà avanti allegra per la sua strada a liberare il suo amato dalle prigioni: la stessa Elisa che guardava Cesare con orrore e raccapriccio perché osava far picchiare un servo, e che nel frattempo non ha cambiato idea su di lui, tanto per specificare.
Se per una donna dell’epoca dei Borgia un omicidio non era un fatto insolito, per lei è sempre stata fonte di turbamento. Tranne quando è lei stessa a compierlo: ma come specificherà poi, era per una buona causa.
Al che o la diagnosi è schizofrenia, o c’è qualcosa che non va in merito alla caratterizzazione del personaggio.

Meanwhile, in Vatican

Un altro problema che affligge questo romanzo riguarda lo scorrere del tempo. In centottanta pagine scarse si svolge una storia della durata di tre anni.
L’autrice cerca di giustificarsi specificando di “non aver voluto scrivere un romanzo storico”, e fin qui mi sta anche bene.
Sono più o meno le stesse frasi che ho letto in appendice a Hyperversum, l’intenzione di scrivere una storia fantastica e non un romanzo storico. È legittimo. Però questo non significa che si possa scegliere un’epoca e renderla meno realistica di una fiction di Canale Cinque.
In particolare la “parte storica” è ridotta a un mero riassunto.
Passano intere stagioni nello spazio di due righe, a volte intervallate da un lungo spiegazione storico sullo stile “meanwhile, in Romagna…” che sa tanto di riassunto da Wikipedia e che racconta avvenimenti chiave della storia dei Borgia condensandoli in un paio di frasi buttate lì.
Qualche esempio:

Non erano trascorsi molti giorni, da quando Giovanni aveva minacciato Elisa, che il duca di Gandia fu ritrovato a galleggiare nelle acque del Tevere. Era stato selvaggiamente ucciso la notte del 14 giugno 1497, in un vicolo buio, in prossimità del fiume. Girò la voce che a ucciderlo fosse stato un uomo su un cavallo bianco che era stato visto, aiutato da due domestici, gettare il cadavere nelle acque del Tevere.

Ovviamente passiamo oltre il fatto che un personaggio importante come Juan Borgia sia stato ucciso per amore della protagonista. Il fatto che la sua morte sia liquidata in poche righe mi ha lasciata alquanto perplessa. Alla corte di Alessandro VI era tutt’altro che un personaggio marginale.

Inoltre, tutta la faccenda del matrimonio di Cesare Borgia, della sua mancata alleanza con la Spagna e del ripiego verso la Francia viene condensata in mezza paginetta. Anche qui non si tratta di un episodio di poco conto.

Anche l’estate passò velocemente, senza che Elisa venisse a capo del suo problema. Ormai, erano trascorsi circa cinque mesi da quando aveva attraversato il varco nel tempo e la ragazza continuava a torturarsi, pensando ai propri genitori ed al dolore che dovevano provare, non sapendo dove fosse finita la loro figliola.

Interi mesi in poche righe, e nessuna scena in cui questo tormento interiore venga effettivamente mostrato.

Come se non bastasse c’era il problema di Lucrezia che fu segregata nel convento di San Sisto, per tenere nascosta agli occhi della gente la sua gravidanza. Si era cercata una riconciliazione fra lei ed il marito, per attribuire a lui la paternità, ma le cose si erano complicate ed egli si era rifiutato di stare al loro gioco. Pertanto, era stata avviata una causa di divorzio da Giovanni Sforza che ormai era divenuto un marito scomodo. Alessandro VI serbava altre mire per la figlia Lucrezia, quindi, aveva cercato di convincere lo zio del genero, il cardinale Ascanio Sforza, a parlare col giovane affinché si decidesse a concedere l’annullamento. I progetti del papa, tuttavia, non andarono a buon fine, in quanto Giovanni non ne voleva sapere. Un divorzio era un’onta insopportabile per lui e si rifiutava pertanto di concederlo.

Altro caso, la vicenda del matrimonio e successivo divorzio tra Lucrezia Borgia e Giovanni Sforza: un altro argomento che meritava uno sviluppo un po’ più approfondito che poche righe che appaiono quasi un riassunto da un libro di storia delle superiori.

Ora, capisco che l’intento dell’autrice non fosse quello di scrivere un libro sui Borgia ma su una ragazza del futuro che prima vuole farsi Cesare e poi cambia idea – in estremissima sintesi – ma secondo la mia modesta opinione un romanzo del genere non può prescindere semplicemente dai fatti storici relegandoli in un angolo e sbrigandoli in poche righe.
Senza scomodare Crichton o la Gabaldon, basta fare l’esempio di Hyperversum, che non è sicuramente il migliore del suo genere ma mantiene i patti: i protagonisti finiscono nella Francia poco prima della Battaglia di Bouvines e successivamente al tempo della ribellione dei Baroni in Inghilterra e della Crociate contro gli Albigesi, e tutti e tre questi fatti storici hanno un ruolo centrale nel romanzo, che comunque non è un romanzo storico in senso stretto e ruota attorno alle vicende dei personaggi, con l’ottica del ventunesimo secolo.
In questo romanzo questo non avviene, e le vicende dei Borgia sono lontane, quasi irrilevanti per la protagonista se non fosse per l’infatuazione malata e irreversibile che Cesare nutre per lei e che lo porta a desiderarla per sé, qualunque sia il costo – sì, lo so. Sembra quasi che sia più lei a influire sulla Storia – Cesare uccide Juan per amor suo, fa uccidere Alfonso per colpa sua – che la Storia a influire su lei. Sta per tre anni nel quindicesimo secolo, e rimane sempre la stessa persona, nelle abitudini, nel linguaggio.
A proposito di linguaggio, non posso non sottolineare il vocabolario a mio parere eccessivamente moderno che caratterizza tutti i personaggi.
In particolare, nessuno si sorprende troppo del modo di parlare della protagonista, anzi, sembrano tutti nel bene e nel male parlare come lei.
E non un accenno al fatto che magari, ma magari, la lingua che si parlava nello Stato della Chiesa nel quindicesimo secolo non era esattamente la stessa che si parla oggi. Elementare, no? Però non c’è una riga per spiegare come faccia Elisa a capire che cosa dicono o come facciano loro a capire lei. Magia? Non ci è dato sapere.

In conclusione, capisco e comprendo che questo romanzo non voleva essere nulla di più che una lettura leggera, estiva, senza pretese di malloppone storico. Però credo e ribadisco che anche una lettura leggera dovrebbe attenersi a una coerenza interna ed esterna quando si gioca con la storia, cercando di essere il più accurato possibile: quando ogni due pagine mi ritrovo a pensare che la situazione che ho davanti sia inverosimile c’è qualcosa che proprio non va.
A tutto questo posso aggiungere anche qualche difetto di stile non irrilevante – moltissimo raccontato, non solo nei fatto storici, e soprattutto saltelli di punto di vista fastidiosi al massimo. Nel giro di poche righe si passa dalla testa di Elisa a quella di Cristiano a quella di Cesare – o quella del bigliettaio di Castel Sant’Angelo, intrusione evitabilissima e inutile – senza nessuno stacco o segno, causando solo confusione nel lettore.
Delusione doppia, in conclusione, perché mi aspettavo un romanzo carino e perché parlava della Roma dei Borgia, quindi doppia aspettativa. Entrambe deluse, non c’è bisogno di specificarlo.
So che c’è un seguito. Da un lato mi attira, con questo romanzo ho riso molto, di questo gli rendo merito. Ma non so se ne ho la forza.

Un’ultima domanda prima di chiudere. Perché in ogni romanzo sui Borgia deve esserci immancabilmente una protagonista che finisce per diventare l’amante di Cesare?
Almeno in qualche romanzo potrebbe passare a Juan, sarebbe comunque un piacevole cambiamento.

Kushiel’s legacy

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Trama (da Ibs.it):

Terre d’Ange: un regno fondato dagli angeli, e popolato da individui in cui una bellezza mirabile si accompagna a un’incondizionata libertà fisica e mentale. Un unico precetto guida infatti le Tredici Case che lo dominano: Ama a tuo piacimento.
Abbandonata dalla madre in tenera età e destinata quindi a servire in una delle Case, Phèdre è nata con una piccola macchia scarlatta nell’occhio 9780765342980_custom-s6-c10sinistro. Per molti, un difetto irrimediabile. Per altri, un segno rarissimo e sconvolgente: il Dardo di Kushiel, il marchio che contraddistingue le anguissette, coloro che possono mescolare la sofferenza e il piacere per natura e non per costrizione. Un marchio che non sfugge al nobile Anafiel Delaunay, che paga il prezzo di servaggio per la giovanissima Phèdre e poi la accoglie presso di sé. Ma Delaunay non intende semplicemente farla diventare una cortigiana perfetta, un ambito oggetto del desiderio per gli uomini e le donne di Terre d’Ange. Vuole soprattutto che lei impari a osservare, ricordare e riflettere, che si trasformi cioè in un’abilissima spia, in grado di rivelargli i segreti sussurrati nell’intimità. Perché il regno è inquieto, agitato da complotti e intrighi che affondano le loro radici in un passato lontano, che Delaunay conosce fin troppo bene, e i pericoli si nascondono dietro apparenze insospettabili… Confidando unicamente sul coraggio e sulla determinazione, Phèdre sarà dunque costretta a trovare il suo posto in un universo dove tutti — amici e traditori — indossano la stessa maschera e parlano in modo suadente, dove un singolo gesto o una semplice parola possono fare la differenza tra la vita e la morte. E non avrà che una sola possibilità per difendere ciò che ha di più caro.

Attenzione: di seguito mostruosi spoiler

Per me esiste un segnale che mi fa capire quanto un libro effettivamente mi stia prendendo: arrivando verso metà, devo andare sul web a scoprire se un determinato personaggio vivrà o sarà morto per la fine della storia; preferisco saperlo prima, così da essere preparata. La maggior parte delle volte mi trattengo comunque dal farlo, ma a volte non posso farne a meno, perché ci rimarrei troppo male in caso di prematura dipartita. In questo caso è andata così.

L’inutile storia del perché ho deciso di leggere questa serie

Io e questo il primo volume di questa serie, Il dardo e la rosa, dal (per una volta forse non migliore) originale inglese Kushiel’s dart, ci scrutiamo a vicenda da anni. La prima volta che me lo sono ritrovata davanti ero una quindicenne di belle speranze. Un’amica me lo consigliò, ma lo subodorai come romanzo rosa e non le diedi minimamente retta. Anni dopo, un’altra amica me lo consigliò, ma era la stessa che mi costrinse a leggere Twilight con grandissimo entusiasmo, perciò ignorai anche il suo consiglio.
Quello che mi ha fatto cambiare idea è stato il consiglio da parte di un amico: un ragazzo del cui parere non mi sono mai fidata molto, ma se questo libro gli era piaciuto almeno avevo la garanzia che non fosse un concentrato di smancerie intervallate da scene sessuali. Insomma, almeno non poteva essere peggio delle Sfumature.
L’ho letto, e, grazie tante, l’ho adorato in ogni sua parte.

Phèdre all’epoca non poteva saperlo ma…

Il romanzo è narrato in prima persona dalla protagonista, Phèdre, al passato remoto. È una sorta di voce narrante che rievoca gli avvenimenti del suo passato, à la FitzChivalry per dire.
Uno dei principali fattori di odio, almeno a spulciare le recensioni in rete, è il vizietto della Carey di riempire le pagine di questo diario di allusioni su avvenimenti che avverranno successivamente nella storia.
Qualche esempio:

Se solo avessi saputo cosa sarebbe successo in futuro avrei implorato di poter essere presente.

Non potevo sapere, allora, che sarei stata presente quando infine sarebbe stata la sua fortuna a cambiare.

Mi sarebbe stato utile poter dire d’aver incontrato il cruarch di Alba e il suo erede […] Un fatto, questo, che avrebbe inciso sulla mia vita in modi che non potevo immaginare.

Questo potrebbe effettivamente essere annoverato tra i difetti, perché un po’ fastidioso lo è, specie alla luce che non è mai chiaro a cosa si stia riferendo. Con me però ha trovato l’effetto giusto, facendomi aumentare la curiosità e trascinandomi di peso avanti nella storia. E riuscendo anche a sorprendermi.

Attorno a Terre d’Ange

Uno dei punti di forza di questa storia è l’ambientazione. Si tratta di una specie di ucronia, di un’Europa parallela e ha come pernio il culto del beato Elua, nato dal sangue di Gesù, in arte Yeshua ben Yosef, e dalle lacrime della Magdalena.
In sintesi Elua e i suoi angeli, esiliati dal paradiso, nel loro pellegrinare sulla terra si sono stabiliti in Terre d’Ange, corrispondente alla nostra Francia; ognuno degli angeli si è stabilito in una regione a cui ha dato il nome, ad eccezione di Cassiel, fedele all’unico Dio, che è rimasto accanto a Elua a proteggerlo e servirlo. Dalla loro discendenza è nato il popolo angeline, caratterizzato da una grande bellezza esteriore.
Una di questi angeli è Namaah, colei che si è concessa al Re di Persia per liberare Elua dalla sua prigionia, e dalla cui figura nascono le Tredici Case della Corte dei Fiori Notturni, ognuna specializzata secondo una diversa natura, in cui vengono educate generazioni di cortigiane e cortigiani. Secondo il comando di Elua, ama a tuo piacimento, in Terre d’Ange (ma non negli altri paesi) la prostituzione è un sacerdozio, e lo stupro è considerato grave quanto l’omicidio.
Attorno a Terre d’Ange sorgono altre nazioni, ognuna con un suo culto, con sue caratteristiche, sue particolarità. Ci sono quindi la Skaldia delle tribù barbare che combattono tra loro, Alba al di là dello Stretto, con le tribù di picti che si tatuano il volto di blu e che seguono una successione matriarcale, vi sono poi la Serenissima, città stato principale di Cardicca Unitas, Tiberium e Lucca, il Menekhet dei Faraoni e Kriti dei figli di Minos.
La Carey pesca a piene mani dalle varie culture, ci gioca, le modifica, dando una grande importanza agli dei e al loro ruolo nei destini dei popoli. Non scrive un romanzo storico, non scrive un romanzo fantasy: scrive una sorta di via di mezzo, ma in questo caso è una macedonia bella da vedere e buona da mangiare. I rimandi non sono fastidiosi, scrivono solo una storia alternativa a partire dalla ricchezza di quella che abbiamo alle spalle.

Love as thou wilt

L’amore gioca sicuramente un ruolo importante in questa serie, anche se non principale: non è un fantasy, ma nemmeno un romanzo rosa. Se proprio dovessi classificarlo direi che tratta di avventura, ma ha alcune caratteristiche molto introspettive.
La storia d’amore comunque c’è, ed è trattata nel modo giusto, ovvero tormentata. Joscelin è la guardia cassiliana di Phèdre, assunto da Delaunay dopo la morte del suo servitore.
I due all’inizio sono cane e gatto, come in ogni storia che si rispetti; sarà durante i lunghi mesi di prigionia in Skaldia che il loro rapporto cambierà radicalmente, ma i problemi tra loro rimarranno. Lei è una cortigiana, un’anguissette che prova piacere nel dolore. Lui un accolito della confraternita cassilliana, un gruppo di monaci guerrieri che si addestrano a servire e proteggere, facendo voto di castità e celibato. Il giorno e la notte, in tutti i sensi, e gli strascichi di queste differenze se li porteranno dietro per tutta la vita. Insomma, niente storia d’amore da fiaba, ma una storia realistica, in cui i personaggi cercano di comprendersi e amarsi nonostante le grandi incompatibilità che li dividono, nonostante si feriscano in continuazione l’uno con l’altra. Una storia verosimile, e proprio per questo molto più coinvolgente.
In particolare nel secondo romanzo, ma anche nel terzo, questa profonda incompatibilità si manifesterà in maniera preponderante nel rapporto tra i due, rischiando di spezzarlo a più riprese. Soprattutto per questi motivi quando – se? – si arriverà al lieto fine, sarà un lieto fine con un senso, senza lasciare il lettore con l’idea che fosse forzato.

Sindrome di Westeros

La Carey non soffre molto della sindrome che sembra invece affliggere pesantemente Martin, quella dello sterminio incondizionato dei propri personaggi.
Ma sa sguinzagliare la signora con la Falce quando serve, e nel modo giusto. Come ho scritto all’inizio, sono andata dritta su Wikipedia a controllare che determinati personaggi non tirassero le cuoia prima del previsto. Mi sono data diversi auto-spoiler con le liste dei personaggi, ma perché in un certo senso volevo essere preparata a quello che avrei trovato girando le pagine.
In diversi casi sono rimasta sorpresa. In altri, nonostante si trattasse di personaggi marginali, sono rimasta addolorata. Alcune volte me l’aspettavo, ma non perché il romanzo diventasse incredibilmente prevedibile, ma perché c’erano degli indizi che potevano condurre in quella direzione.
Insomma, non c’è quell’eccessivo buonismo del non torcere un capello a nessuno – cosa che avrebbe probabilmente bloccato la storia a metà del primo romanzo, credo. Ma non c’è neanche una volontà di sterminio tale da portarti a lanciare il libro dalla finestra, come è accaduto a me con Tempesta di Spade (mannaggia ancora a te, Martin, alcune non te le ho ancora perdonate). Un equilibrio che lascia con la giusta dose di amaro in bocca.

Fantasy o non fantasy

Qualche persona in vena di ironia gratuita potrebbe commentare che la fortissima presenza del lato religioso in questa serie la possa etichettare tranquillamente come romanzo fantasy. In realtà l’elemento fantastico in questo medioevo/rinascimento alternativo è abbastanza marginale, almeno nei primi libri, ma sempre collegato con l’elemento mistico-soprannaturale.
La magia è sempre collegata alle divinità, al loro volere. Tutti gli dei sono reali, hanno una loro forza e una loro volontà. Ci sono anche in questo caso dei collegamenti alla nostra realtà, a partire dal culto degli Yeshuiti, i cristiani, che in questo romanzo sono emarginati e perseguitati, agli dei legati alla terra e alla fertilità di Alba, al culto dei morti la notte del primo novembre, fino all’unico Dio degli Habiru e ad Asherat del Mare alla Serenissima.
L’elemento fantasy quindi è più che altro legato agli dei e alla loro influenza sulle vicende degli umani, ma del tutto funzionale alla trama. Un’intromissione che non pesa e non suona come ridicola, ma che è semplicemente adatta al contesto della storia.

Tirando le somme, non è comunque un romanzo per tutti. Ci sono lunghe scene in cui non accade apparentemente niente. Lunghe descrizioni dettagliate di elementi poco significativi. Molto colore, molta atmosfera; c’è anche l’azione, ma generalmente comincia verso metà romanzo – rendendo detestabile la decisione della casa editrice di dividere ogni volume in due parti a cominciare dalla seconda trilogia: nei fatti va a finire che nel primo volume non succede praticamente mai niente – e ci sono molte scene che potrebbero essere definite come noiose. A me non annoiavano, ma l’oggettività è d’obbligo, la Carey è molto prolissa fin nei dettagli, e questo può appesantire un po’ il suo stile di scrittura.

Il giudizio finale su questa saga (per quanto ne ho letto finora) è senza dubbio positivo. La Carey ha plasmato un mondo a partire dal nostro, ha creato i suoi dei e riesce a giocarci con coerenza senza essere ripetitiva, banale o prevedibile. E questo, per quanto mi riguarda, non è affatto poco.

Battle Royale

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Trama (da Ibs.it):

Repubblica della Grande Asia dell’Est, 1997. Ogni anno una classe di quindicenni viene scelta per partecipare al Programma; e questa volta è toccato alla terza B della Scuola media Shiroiwa. Convinti di recarsi in una gita d’istruzione, i quarantadue ragazzi salgono su un pullman, dove vengono narcotizzati. Quando si risvegliano, lo scenario è molto diverso: intrappolati su un’isola deserta, controllati tramite collari radio, i ragazzi vengono costretti a partecipare a un “gioco” il cui scopo è uccidersi a vicenda. Finché non ne rimanga uno solo…

Partiamo da un presupposto: Battle Royale è un’idea grandiosa sviluppata così così. Comprende due dei difetti che detesto maggiormente, il narratore onnisciente e i saltelli di punti di vista – difetti per fortuna evitati nella trasposizione in manga, che preferisco per tutta una serie di motivi.
Però, c’è un però. Nonostante i suoi grandi difetti, rimane comunque uno dei miei libri preferiti in assoluto.

O perlomeno, uno dei libri che rileggo più volentieri – il che non è sempre garanzia di qualità. Effettivamente non lo è molto spesso.

Attenzione: di seguito mostruosi spoiler!

Perché leggere Battle Royale

La trama di Battle Royale è tutto sommato semplice e riassumibile in poche righe: una classe di quarantadue ragazzi costretti a uccidersi l’un l’altro. Vince chi sopravvive.
Quindi, il perché di questo libro non è dato dalla complessità della trama, ma dal suo sviluppo.
I personaggi chiave sono quarantadue, ognuno di essi con un ruolo da giocare. Alcuni avranno un ruolo minore, marginale, altri un ruolo più attivo e spesso determinante. Ma tutti loro hanno qualcosa da dire.Battle Royale

«Tutti loro volevano solo essere accettati, volevano soltanto sentirsi speciali. E questo può succedere a chiunque. Ecco perché capita anche che ci si senta minacciati, e allora si diventa violenti. Ma forse non si desidera realmente arrivare a questo, no? Di sicuro succedono anche cose simili, e possono succedere a chiunque. E non sto parlando di semplici litigi. Eppure sono certo che a questo mondo esista un modo diverso per farsi accettare. Esistono tanti modi di fare; gli errori di percorso sono poca cosa, ciò che conta davvero sono i sentimenti. Anche quelli che avevano deciso di prendere parte a questo gioco, in condizioni normali sarebbero state delle brave persone. Soltanto, avevano paura, e così hanno perso di vista sé stessi, hanno scelto la strada sbagliata. Ecco perché porterò dentro di me il loro ricordo, finché vivrò porterò dentro di me tutte le persone che incontrerò».

Questo monologo arriva dal manga, e a parlare è il protagonista assoluto della vicenda, Shuya Nanahara; anche se è vero che la caratterizzazione del personaggio differisce leggermente tra il romanzo originale e la sua trasposizione in fumetto, la sostanza del discorso cambia poco: tutti vogliono solo essere accettati, sentirsi speciali. Ogni personaggio in questo romanzo gioca per sé stesso, o al limite per le persone che ama. È il caso di Shuya, che fa voto di proteggere Noriko, la ragazza di cui il suo migliore amico era innamorato, quando questo viene ucciso prima che il gioco inizi. Ma è anche il caso di Toshinori Oda, che si crede un eletto e perciò l’unico degno di sopravvivere; è il caso del capoclasse Motobuchi, che per i suoi voti scolastici e la sua famiglia si convince di essere il migliore tra tutti gli altri; è il caso di Mizuho Inada, che si crede una prescelta della dea della Luce; ma è anche il caso di coloro che cercano solo di proteggere la propria vita, seguendo il primo degli istinti umani, quello di sopravvivenza.
C’è chi cerca il gruppo, c’è chi agisce da solo, c’è chi decide deliberatamente di andare a cercare i propri compagni di classe per ucciderli uno a uno, c’è chi cede completamente alla paura e cerca solo un posto sicuro dove nascondersi.
Ognuno di loro però vuole sopravvivere, con tutti i mezzi. Questo scontro di quarantadue istinti di sopravvivenza è probabilmente il punto narrativamente più avvincente che un romanzo di questo genere possa offrire. La narrazione con un punto di vista singolo sarebbe stata impensabile, avrebbe tolto tutto il colore, gran parte dell’azione, e avrebbe impedito al lettore di entrare nella mente di personaggi così diversi tra loro, ma tutti con un obiettivo chiaro in testa: tornare a casa. È facile leggere un romanzo del genere dal punto di vista di un solo protagonista, ignorando completamente tutti gli altri; è più difficile farlo comprendendo le ragioni, i desideri, le storie di più persone, e contemporaneamente sapere che alla fine dei giochi, ne rimarrà soltanto uno.
Per citare un passaggio dallo stesso monologo, «ciò che conta davvero sono i sentimenti». Non c’è solo il semplice gioco al massacro, un caleidoscopio di cervelli e budella, di sangue e interiora, ma soprattutto ci sono persone vere, che sanno amare, sanno ridere, sanno piangere, sanno odiare anche nella prospettiva della lotta per la sopravvivenza. Non smettono per questo di essere umani.
In Battle Royale c’è anche l’amicizia, quella che spinge la capoclasse Yukie e le sue compagne a stringersi una all’altra e a nascondersi tutte insieme al faro; quella che porta Shinji Mimura a trascinarsi dietro Yutaka Seto nonostante gli sia più di peso che d’aiuto; quella che conduce Mitsuru Numai sotto i colpi del mitra di Kazuo Kiriyama.
C’è l’odio cieco di Oda verso i suoi stessi compagni, il rancore di Akamatsu verso i compagni che lo prendevano in giro, la cieca fiducia negli altri di Takiguchi, il crollo totale di quella di Yuko Sakaki, che porterà in pochi attimi a una tragedia.
Quello che colpisce davvero in Battle Royale sta tutto qui, nei sentimenti che muovono quelle pedine chiamate studenti, e che li porteranno a scegliere il modo in cui vivere o in cui morire.

Ti fidi di me?

La fiducia è ciò che muove le fila dell’intero romanzo. La fiducia è quello che il Programma si propone nei fatti di distruggere: sapendo che ogni anno intere classi di ragazzini di terza media imbracciano le armi contro i propri compagni, fino a che uno solo può tornarsene a casa, porta i cittadini della Repubblica della Grande Asia a fidarsi sempre meno delle persone che hanno attorno, e la mancanza di fiducia tra le persone è il tassello fondamentale per evitare dal principio qualsiasi rivolta.
Nel programma questa questione di fiducia è portata all’esasperazione: di chi ti puoi fidare, in un gioco che è strutturato in modo che sarà una sola persona a uscirne viva? You can not.
Eppure questa fiducia c’è; Noriko si fida ciecamente di Shuya, come i due non tardano a fidarsi di Shogo Kawada, un ragazzo che sostiene di conoscere un modo per sfuggire dal gioco. Non vuole rivelare quale sia, eppure loro si fidano lo stesso.
La fiducia è quella che tiene insieme le ragazze al faro, nella scena a mio parere più intensa e significativa dell’intero romanzo, l’unica scena che mi ha lasciata con il nodo alla gola e le lacrime agli occhi.
Sono sei ragazze, si conoscono da tempo, si fidano l’una dell’altra; sanno che nessuna vuole partecipare al gioco, e nessuna si pone il problema che durante la notte una di loro potrebbe prendersi un’arma e ucciderle tutte nel sonno.
È una di loro, terrorizzata da Shuya, a mettere il veleno nello stufato destinato a lui, che giace ferito in una stanza dello stesso faro. Il suo piano trova un intoppo quando una delle altre ragazze assaggia una cucchiaiata di stufato prima di portarglielo, e muore davanti ai loro occhi. Un pizzico di cianuro versato per paura e indirizzato a qualcun altro e una ragazza golosa sono i due soli ingredienti che portano a un crollo totale di una fiducia che sembrava indistruttibile. Una delle ragazze imbraccia un’arma, accusa una seconda di essere l’unica che avrebbe potuto mettere il veleno, partono accuse reciproche in cui tutte sono convinte di essere innocenti ma non possono nemmeno immaginare chi sia la colpevole, finché la ragazza accusata non imbraccia a sua volta un arma, per difendersi; nel giro di pochi istanti, saranno morte tutte quante. Tutte, meno la ragazza che ha messo il veleno.
Il valore di questa scena sta proprio nel fatto che basta una piccola crepa nella fiducia più salda per farla crollare in pochi istanti come un castello di sabbia raggiunto dal mare. Una sola scena per riassumere da sola quale sia la vera crudeltà di questo gioco al massacro; non il dover scegliere tra l’uccidere o il morire, ma il non poterti fidare nemmeno delle persone per cui fino al giorno prima avresti messo entrambe le mani sul fuoco.

Il Programma e i Giochi della Fame

Attenzione: anche su Hunger Games mostruosi spoiler!

Il parallelo con il più celebre figlio adottivo americano secondo me è inevitabile, per le evidenti somiglianze che chiunque può riscontrare. Parto da due presupposti: per Hunger Games parlo esclusivamente del primo libro o comunque della questione dei giochi, dal momento che la parte della ribellione nel secondo e terzo capitolo non mi interessa per fare un parallelo; seconda cosa, non mi interessa se la Collins abbia letto o non letto Battle Royale prima di scrivere il suo libro. Lei dice che non ne aveva mai sentito parlare, in mancanza di prove la sua versione va presa per buona.
Quello su cui voglio porre l’accento più che le somiglianze sono le differenze, ovvero ciò che secondo me rende a prescindere Hunger Games un romanzo inferiore a Battle Royale.
Lo stile è un’eccezione: Hunger Games è scritto meglio, su questo non ci sono storie. I problemi si trovano altrove.
1. Punto di vista. Hunger Games è narrato completamente in prima persona, attraverso gli occhi della protagonista. Questo per me è un grosso limite, dal momento che relega tutta l’azione, fatta eccezione per alcune rare situazioni, fuori dalla storia. La stragrande maggioranza dei personaggi muoiono senza che sappiamo nemmeno come si chiamino. La narrazione ruota attorno a Katniss che fa campeggio e gioca a fare l’infermierina con Peeta. Non posso arrivare ad annoiarmi in mezzo a un gioco al massacro, significa che qualcosa non funziona.
2. I giochi. Il Programma in Battle Royale serve, come ho scritto sopra, a minare alla base la fiducia reciproca dei cittadini della Repubblica. Gli Hunger Games dovrebbero in teoria far capire ai cittadini dei dodici distretti in cui è divisa la nazione che chi comanda ha il potere di schiacciarli tutti, pretendendo da loro due ragazzino ogni anno da esibire in uno spettacolo del massacro. Se il primo meccanismo funziona e ha una sua logica, il secondo è degno di un Evil Overlord: quale modo migliore per far rimanere pacifico un popolo che ridurlo alla fame, minacciare ogni anno di sottrarre i loro figli per buttarli in un arena a farsi ammazzare, e costringerli a guardare tutto questo in diretta televisiva? A me sembra la via più semplice per dar vita a rivolte popolari un po’ ovunque, non certo il modo migliore per evitarle. In sintesi, gli Hunger Games hanno poco senso, ma leggendo il romanzo non mi pare che tutto questo fosse voluto.
3. Personaggi. Questo si ricollega un po’ alla questione del punto di vista. I personaggi non si conoscono, anche se provengono dalla stessa nazione spesso non si sono mai visti prima. Inoltre nessuno di loro viene approfondito, lasciando tutta la narrazione in mano a un solo personaggio. Questo snatura il gioco, porta il lettore fuori da qualsiasi forte immedesimazione con un gruppo di ragazzi che cerca di sopravvivere, riducendoli alla consistenza di semplici pedine che devono solo morire in fretta per lasciare spazio ai Romeo e Giulietta dei poveri. Quello che doveva essere uno sconvolgente gioco al massacro si riduce a Katniss che aspetta che un sacco di figurine senza volto né nome si tolgano dai piedi. Il fatto che poi siano perfetti sconosciuti e non compagni di classe toglie tutto quel sottofondo di rapporti e sentimenti che la renderebbero una storia avvincente che prende il lettore direttamente al cuore e allo stomaco.
4. Sentimenti. Leggendo Hunger Games, mi era parso ridicolo che la protagonista, nel bel mezzo di un gioco del genere, si preoccupasse dei sentimenti che prova per l’uno o per l’altro dei suoi “spasimanti”. C’è gente che cerca di ucciderti, dovresti avere altre priorità, mi veniva da pensare. Non è stato lo stesso davanti ai sentimenti di Noriko, che prima che di se stessa si preoccupa della vita di Shuya, di cui è innamorata. Sono due situazioni simili ma diverse, ed è questa piccola differenza a rendere la prima artefatta e la seconda profondamente sincera: anche Shuya nel corso della vicenda comincerà a provare dei sentimenti per Noriko, che prima del gioco non provava, ma non passerà il tempo a tormentarsi tra l’amo e non l’amo, ma semplicemente farà tutto il possibile e anche l’impossibile per proteggerla, qualsiasi sia il prezzo che gli viene chiesto.

Game Over

Se devo essere sincera ho preferito il finale del manga. Quello del libro – forse anche per il fatto che l’ho letto dopo essermi stampata in testa la versione del fumetto – mi è sembrato più tirato via e affrettato, a partire dalla morte di tre personaggi chiave come Hiroki Sugimura e Kayoko Kotohiki (molto più sviluppata nel manga) e di Mitsuko Soma, anche questa completamente diversa.
La versione manga forse pecca un po’ più di realismo rispetto al romanzo (anche se essendo appunto un manga, nel contesto non stona), però sul finale si rivela decisamente più avvincente – rallentando in maniera evidente negli ultimi due numeri, tuttavia: due facciate di azione e venti di ricordi, lamenti, belle frasi, smancerie.
Il romanzo non è dunque scritto in modo eccelso: il punto di vista è ballerino, il narratore è onnisciente e per questo un po’ impersonale anche quando entra nella testa di questo o quel personaggio.
I protagonisti, d’altro canto, sono sviluppati bene, riconoscibili, e hanno ognuno il proprio ruolo attivo, nonostante siano molto numerosi – 42 in tutto, 21 ragazzi e 21 ragazze – la presenza di ognuno di loro ha un senso, e nessuna morte avviene “fuori scena”, o viene semplicemente ignorata. Nessuno è una macchietta: chi più, chi meno, ognuno ha il proprio ruolo nella battaglia, e nelle menti dei compagni, aiutando a rendere tutti i personaggi, anche quelli più marginali, pezzi fondamentali del puzzle del romanzo.
Insomma, se non un ottimo romanzo, sicuramente una lettura piacevole e un vero romanzo distopico, che non si nasconde dietro una dittatura per scrivere un banale romance (ogni riferimento è assolutamente casuale).

Il Cavaliere d’Inverno

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Festeggio l’arrivo dell’estate – sì lo so che è cominciata da un pezzo, ma io sono un’universitaria, per me inizia oggi – pulendo per bene l’armadio e tirando fuori gli scheletri.
Questo, per esempio, è uno scheletro particolarmente persistente, ovvero un libro che gronda romanticume da tutti i pori, con due protagonisti credibili quanto è credibile il Vero Amore™, e che, accidenti a me, mi è piaciuto da morire fin dalla prima lettura, ormai cinque anni fa.
Era più o meno questo periodo, tra l’altro. Ero al mare e mentre leggevo ero talmente coinvolta che mi meravigliavo che i miei amici tirassero fuori pomodori e mozzarella per cena, quando lo stato passava solo del pane mischiato a cartone e segatura, e se eri fortunato potevi trovare del brodo annacquato che non sapeva di niente.
Sì, lo so, non serve dire nulla. Andiamo avanti.
Insomma, nonostante il mio ideale romantico sia alquanto contorto e moribondo, e il libro non sia certo il capolavoro del Ventunesimo secolo, è riuscito a coinvolgermi moltissimo.

Partiamo dal titolo. Ovviamente è stato tradotto alla cavolo. L’ho lasciato così perché adoro la parola Inverno, la trovo molto suggestiva, ma il titolo originale è The Bronze Horseman, che richiama direttamente il poema di Puskin, a sua volta citato e ripreso nel corso del romanzo.
Quello che mi ha conquistata dall’inizio è stata l’ambientazione.
La storia comincia a Leningrado, Unione Sovietica, nell’estate del 1940, più precisamente nel giorno in cui il caro Molotov annuncia alla nazione che Hitler li ha presi per il culo tutto il tempo e ha appena dichiarato guerra alla Santa Madre Russia™.
Conosciamo la protagonista, Tatiana, quasi diciassettenne buona oltre il buono possibile immaginabile, che vive in due stanze in un appartamento comune con padre, madre, sorella maggiore, fratello gemello e con i nonni materni. Mentre i genitori accompagnano il figlio a prendere il treno – perché giustamente nel momento in cui scoppia la guerra, per impedirgli di arruolarsi, lo spediscono in campeggio più vicino al fronte – la spediscono bellamente a comprare (da sola) tutte le provviste che può prima che si esauriscano.
Da brava regina del cazzeggio, si siede sulla panchina alla fermata dell’autobus per comprarsi un gelato. Ed è allora che:

Alzando gli occhi dal gelato, vide un soldato che la fissava dall’altra parte della strada.

Il soldato, che risponde al nome di Alexander, si avvicina, le parla, lei si versa il gelato addosso, lo butta, sale su un autobus a caso e lui le va dietro. Fino al capolinea.

Sì, tempo che tornino indietro, tutti i negozi hanno esaurito le scorte. Quindi lui, comportandosi secondo la più irreprensibile etica professionale, la porta a fare rifornimenti al magazzino della caserma.
Da bravo cavaliere, come dice il titolo, l’aiuta a portare tutto quello che ha comprato a casa, ed è allora che ha inizio il dramma. Già perché lui chi poteva essere se non il nuovo ragazzo della sorella maggiore, quello di cui solo quella mattina si era dichiarata innamorata persa.
Da qui la storia prende il via, in mezzo a un crescendo di attrazione reciproca e di amore, con Tatiana che non vuole in nessun modo ferire l’amatissima sorella, la confessione di Alexander di essere in realtà un ragazzo americano che nasconde la sua vera identità per salvarsi il sedere, che il suo migliore amico (così chiamato) conosce la sua vera identità e lo ricatta per avere tutto quello che vuole.
In tutto questo ci sono anche le cose serie.
La guerra è scoppiata, e non è lasciata sullo sfondo come un bieco contorno. La guerra è la terza grande protagonista del romanzo. Ci sono le restrizioni, c’è l’inverno che arriva implacabile, le scorte che non bastano, le persone che cominciano a morire. L’inverno nella Leningrado assediata non è trattato con superficialità, e la grande volontà di vivere di Tatiana che la mantiene in vita può apparire un miracolo, o il destino, ma sicuramente non è la solita strada in discesa che si ritrovano a percorrere molte eroine in romanzi rosa di dubbia credibilità.
Non vado avanti sul resto, anche se alcune parti meriterebbero, per una volta non voglio fare spoiler.
Commento serio: è proprio l’irrealtà di una storia d’amore raccontata in maniera tanto intensa in uno scenario che adoro come la seconda guerra mondiale quello che mi è rimasto dentro di questo libro. Tutto sommato, sepolto sotto il cinismo e i litri di sangue al cianuro, un animo romantico ce l’ho anche io, e mixare i giusti ingredienti può risvegliarlo come uno spirito maligno pronto a infestare il mio cervello.
Comunque nel complesso, con i suoi difetti, non è un cattivo romanzo, anzi, ed è possibile apprezzarlo appieno come una storia romantica in cui il problema non è solo il solito “mi ama o non mi ama”, ma è quello di sopravvivere a una guerra.

E illuminato da pallida luna,
teso nell’alto il braccio,
dietro lui corre il bronzeo Cavaliere
sul cavallo sonoro galoppante

E per tutta la notte il povero demente
dovunque volga il passo,
dietrogli ovunque il bronzeo Cavaliere
con grave scalpito galoppa.

(Aleksandr Puskin, Il Cavaliere di Bronzo)

Hyperversum

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Trama (da Ibs.it):

Daniel ha una passione bruciante per un videogioco online, “Hyperversum”, che trasporta la sua fantasia nella storia. Dentro la realtà virtuale ha imparato a essere un perfetto uomo del Medioevo e conosce tutte le astuzie per superare ogni livello di gioco. Una sera, Daniel gioca con alcuni amici e mentre vivono tutti insieme la loro avventura virtuale nel Medioevo vengono sorpresi da una tempesta che li tramortisce: i ragazzi si ritrovano così in Fiandra, nel bel mezzo della guerra che vede contrapposte Francia e Inghilterra. Si apre quindi per loro una nuova vita, nuove strade, un nuovo amore.

Come al solito, spoiler!

Allora, premetto subito che Hyperversum per me è stata una lettura particolare, un po’ come il primo volume di Black Friars. Ho cominciato ridendo.
Solo il mio interesse per la trama – adoro i viaggi nel tempo, e per quanto sia una capra ignorante sul medioevo mi affascina molto  – mi ha spinta ad andare oltre i primi paragrafi. Lo stile di Hyperversum non è a livelli horror, insomma, per quanto non vada fiera di questo ammetto di aver letto di peggio (molto peggio), ma è ben lontano dall’essere stilisticamente accettabile, almeno per i miei standard. Il problema è che gli errori che fa la Randall corrispondono esattamente a quelli che detesto trovare in un romanzo.
Stile.
Il primo, ma non più importante errore è quello della gestione del punto di vista. Quando penso al punto di vista di Hyperversum l’immagine che mi viene in mente è quella di una nuvola, sfuggente, che rimane sospesa sopra un personaggio ma occasionalmente si allarga a quelli che ha intorno.
La storia è narrata in terza persona singolare e, a dispetto di quel Daniel in quarta di copertina, ruota per la maggior parte attorno a Ian, il protagonista assoluto del romanzo. Questo non gli impedisce di sconfinare, spesso verso Daniel, a volte verso altri personaggi. Il fastidio è che lo fa spesso e volentieri all’interno di una stessa scena, rendendo alcune cose di non immediata comprensione e appesantendo la lettura. Non mi piace, quando leggo un romanzo, fermarmi ogni tre secondi a chiedermi a chi appartengono i pensieri che sto leggendo, e questo credo valga per tutti.
Il secondo, e a parer mio peggiore, difetto è quello dell’overdose di emozione. Ogni singola, benedetta sensazione che provano i personaggi deve essere accentuata da una pioggia di aggettivi e avverbi perfettamente inutili.
I personaggi non sono tristi, sono assaliti dall’angoscia. Non scoppiano in lacrime, scoppiano in lacrime disperate. Nei loro occhi c’è il buio, una tristezza infinita che non scompariva mai. O, al contrario, condividono la forte emozione e la gioia straripante.
Qualsiasi emozione viene ribadita con un sacco di parole vuote, alla fine, con il benestare del buon vecchio mostrare. Scrivere di tanto in tanto “si sentiva scoppiare di felicità”, o cose del genere, non è fastidioso, ma in questo caso si è esagerato. Non solo i personaggi si sentono felici, ma anche tra loro vedono i reciproci sentimenti, come se avessero scritto sulla fronte il proprio stato d’animo.
Non mi sembra sbagliato preferire leggere di uno che saltella come un cretino piuttosto che leggere “era al settimo cielo”, n’est pas?
Amore.

«Niente smancerie!» protestò Martin con una mezza smorfia. «Non vi sopporto quando fate i colombi!»

Consolati, Martin. Nemmeno io li sopporto.
L’ambito in cui l’overdose di emozioni raggiunge il suo apice è senz’altro quello dell’ammore. Capisco che l’amore tra Ian e Isabò sia uno dei punti cardine del romanzo, il problema è che è fastidioso. Zucchero, miele, caramelle, il lovvo trasuda come melassa, con qualche luogo comune bello pronto che emerge qua e là.
Ci si lascia sopraffare da emozione indicibile, si sorride con amore, si bacia con amore, si guarda con amore. Fortunatamente si dimostra anche amore, il che lo mette comunque un gradino più sopra ad altri romanzi dove l’amore si esprime solo a parole e non a fatti.
Ma comunque mi si sono cariati tutti i denti.
Ian.
Passo a parlare dell’uomo del secolo, a quanto pare. Verso la fine del romanzo mi aspettavo la notizia che gli avrebbero dedicato una statua.
Ora, capisco che possa aver studiato bene il medioevo, capisco che possa aver fatto esercizi di scherma nel Ventunesimo secolo, ma quanto ho letto che ha battuto lo sceriffo e fatto la figura dell’eroe nel torneo volevo chiudere il libro e non riaprirlo mai più.
Nel complesso la cosa non appare del tutto forzata; almeno la Randall non ha tirato fuori stupidaggini come talento naturale, o sembra nato per giostrare, che l’avrebbero mandata direttamente sulla mia lista nera per non uscirci mai più, ma nondimeno la situazione appare un po’ ridicola.
Ian non ne fa una sbagliata, e qui va bene. Diventa il falco di uno dei feudatari maggiori di Francia, e già qui puzza un po’, ma è un ragazzo intelligente, conosce la storia, salva la bella e ci può stare. Prende il posto del conte cadetto… già qua la mia credulità cominciava a vacillare, ma sono andata avanti. Poteva essere un risvolto interessante, e non del tutto inverosimile.
Quando ha battuto lo sceriffo al torneo mi sono arresa alla grande superiorità di Ian il predestinato, in missione per conto di Dio, e ho aspettato il momento in cui avrebbe potuto fare l’eroe in battaglia. Non sono stata delusa.
Personaggi.
Diciamo che la caratterizzazione non è delle migliori, e che forse l’obiettivo dell’autrice non è andata a segno quando l’unica storia d’amore che mi ha un minimo coinvolta è stata quella di Donna e Etienne de Sancerre.
Daniel è la spalla di Ian, e fin qui ci siamo. Jodie è la sua bella da proteggere, così come Isabeau è la bella di Ian. Martin ha tredici anni ma la Randall lo fa comportare come un bambino di sette. Carl… beh, quando il conte dice a Ian che non c’era da fidarsi di lui, perché era troppo spaventato per mentire come si deve, ci ho sperato, in un rovesciamento inatteso della situazione. In questo caso sono stata delusa.
I personaggi che mi sono piaciuti di più sono stati in definitiva i compagni d’arme di Ian, almeno mi hanno strappato qualche sorriso.
Predestinazione.
Una cosa che non mi è dispiaciuta particolarmente è il collegamento tra l’Ian del futuro e Jean Marc de Ponthieu, e come Ian scopra che era tutto collegato in un cerchio, nel compiersi del suo stesso destino.
Come dice Ryuk, le donne si lasciano abbindolare in fretta quando parli di destino, e mi sembra pure giusto. Comunque, a parer mio avrebbe potuto essere trattata un pochino meglio. Ma mi riservo di leggere il secondo libro per vedere come prosegue la faccenda.
Comunque, al di là di tutti i difetti oggettivi, ci sono anche alcuni pregi.
Ambientazione.
Sono partita con i piedi di piombo. Ho avuto esperienze letterarie con mondi letterari con meno verosimiglianza di una fanfiction di Twilight, con medioevi fittizi in cui mancava solo il phon, e lo stile non mi faceva pensare di avere sottomano un capolavoro. Non ero sicura, quindi, di quanto potessi fidarmi dell’ambientazione.
Alla fine questo si è rivelato uno dei pochi punti di forza. L’ambientazione è accurata, ben descritta senza essere pesante, e sembra di essere davvero nel medioevo, e non solo in un mondo zuccheroso simile a quello che potevi aver studiato alle medie.
L’unica mia perplessità riguardava il fatto che la lingua francese parlata nel tredicesimo secolo potesse essere la stessa studiata sui libri nel ventunesimo, ma non ne ho sinceramente idea, quindi non posso dire se sia un errore o meno.
Comunque la sensazione generale, da ignorante, è stata molto positiva.

Sempre in generale, posso dire che nonostante tutto è uno di quei libri “mediocri” che mi è piaciuto.
All’inizio ho fatto fatica a ingranare, ma poi nonostante tutto mi sono appassionata. Mancava un po’ quella sensazione di dubbio, nel senso che mai ho smesso di credere che Ian se la sarebbe sempre cavata, ma un po’ di apprensione per gli altri c’era. Un po’ scema io, dal momento che tutto portava al vissero tutti felici e contenti, ma diciamo che la scena della battaglia di Bouvines un po’ di sana ansia me l’ha data, nonostante sapessi già, fatto storico, come sarebbe andata a finire.
A conti fatti, posso dire tranquillamente che nonostante tutto mi è piaciuto, e mi ha lasciato la curiosità di leggere il seguito.
Chiudo con un commento ad alto livello culturale, degno delle migliori fanghérl: anche io al posto di Donna sarei rimasta del medioevo per Etienne de Sancerre.

La seconda vita

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Trama (da Ibs.it):

In un mondo governato dalla luce e dall’ombra, Etenn è un quattordicenne infelice della sua vita da scudiero, anche se il colore dorato dei suoi occhi lascia capire che in lui c’è qualcosa di speciale. Proprio quando Qurasch, il figlio del Demonio, minaccia di gettare la Terra di Lycenell nel buio e nel silenzio per condannarla alla sua stessa solitudine, Etenn entra in possesso del Sitael, una sfera di Luce allo stato puro, e da quel momento niente per lui sarà più come prima. Perché il Sitael è l’unica arma in grado di sconfiggere Qurasch, ed Etenn ha la capacità di usarlo come nessun altro. Nel lungo viaggio che lo porterà faccia a faccia con il suo nemico naturale, tra mille prove che riuscirà a superare solo grazie alla sua forza di volontà e all’aiuto degli amici che lo accompagneranno in questa seconda vita, Etenn dovrà mettere insieme i pezzi del proprio passato. E scoprirà lati di se stesso più oscuri di quanto non avrebbe voluto.

Sitael - La seconda vita
Alessia Fiorentino
2011, 457 p., rilegato
Rizzoli

Premetto che la recensione riguarderà la seconda edizione del libro, quella edita da Rizzoli, migliorata, sistemata e corretta. Detto questo, non oso pensare a come fosse l’edizione precedente.
In realtà Sitael, nonostante tutto (e il tutto è tanto) secondo me avrebbe avuto la possibilità di essere non dico un ottimo romanzo, ma perlomeno un buon libro per ragazzini di dieci anni (e non è una critica, non questa: non c’è niente di male a scrivere per ragazzini di dieci anni), se trattato da mani più esperte. Non metto in dubbio l’impegno e la buona volontà dell’autrice, ma il lavoro va valutato per quello che è.

La prima cosa che si può dire è che l’inesperienza traspare dalle pagine in maniera lampante. L’autrice ha dichiarato di non avere mai letto fantasy, e di avere scritto la storia che avrebbe voluto leggere. A parte il fatto che il mettersi a scrivere un genere che non si conosce è delirante, è più o meno la stessa cosa che ha detto Tolkien. Con risultati un tantino diversi (e con un diverso background di studi e documentazione).
A onor del vero, in un’intervista l’autrice ha specificato di essere stata fraintesa: non era vero, come lei aveva dichiarato, che non avesse mai letto fantasy. Aveva letto i lib

ri di Harry Potter e visto i film del Signore degli Anelli. Ehm, non so se questo a parere suo avesse dovuto cambiare tutto, ma non penso che una sola serie fantasy e un paio di film costituiscano un’esperienza di genere sufficiente per avventurarsi in un lavoro impegnativo come la stesura di un romanzo. Fine dell’angolo della pignola.

Nove punti chiave

Attenzione: di seguito mostruosi spoiler

1.    Narratore
Personalmente è stata la cosa che mi ha dato più fastidio. Il punto di vista adottato ufficialmente è il narratore onnisciente che va qua e là. Per la maggior parte della storia è esterno, che vomita informazioni random sui vari personaggi, il loro background, la loro storia, per poi entrare ogni tanto nella loro testa e passare a un’altra tre secondi dopo e… a me saliva il nervoso.
È il solito punto di vista irritante che spiega le cose tutte e subito, senza dare la possibilità al lettore di conoscere i personaggi poco per volta. In questo caso, visto che Etenn, il protagonista, perde la memoria, sarebbe stato carino non spiegare tutta la sua storia nelle prime righe – il lettore capisce che è il prescelto nel prologo, manco nel primo capitolo! – ma lasciare che venisse scoperta passo per passo a

ssieme ai personaggi. Ma forse era troppo difficile.

2.    Ma che caso!
Leggendo questo libro mi è sembrato di giocare a Pokémon. No, non ci sono mostriciattoli pucciosi in giro, ma seriamente come struttura mi dava più l’idea di un videogioco che di un romanzo. Per chiarire, i giocatori personaggi devono arrivare dal punto A al punto B, che in questo caso corrisponde alla città del Sole conquistata dal Cattivo e quindi avvolta nella tenebra. Sì, il cattivo vuole togliere la luce dal mondo. Senza luce non cresce nulla. Il cattivo mangia aria.
Ma continuiamo. Durante questo viaggio i nostri allegri protagonisti incontrano tutto l’ecosistema di Lycenell. Senza contare che loro sono tre sharephi, un elfa (poteva mancare?), un paio di umani più il protagonista che però è speciale, e allora…
Ovviamente i personaggi trovano sempre il modo di sfruttare le loro straordinarie abilità per salvarsi… no, era uno scherzo.
Sì, se avete pensato deus ex machina, avete pensato bene.

3.    Etenn
È biondo e ha gli occhi dorati. L’ho già detto che è biondo? Ed ha anche gli occhi dorati. Ed è pure biondo. Con gli occhi dorati.
Siete sicuri di aver capito che è biondo con gli occhi dorati?

4.    Sottigliezze
Quando parliamo di cura per i dettagli, non sono la persona più indicata per fare prediche. Come per qualsiasi altra cosa, come scrittrice sono parecchio distratta, e spesso anche come lettrice. Ma alle volte ci arrivo persino io.
Come può il capitano dell’esercito d’élite del continente essere uno storpio il cui atto eroico per meritarsi il titolo è stato salvare il fratello minore da un incendio buttandosi con lui dalla finestra?
Se per curare il veleno dato dalle zanne del drago è necessario mangiarne il cuore, come puoi dirmi «non uccideremo il drago, prenderemo solo un piccolo pezzo di cuore?»
Come puoi abbandonare un amico in pasto alle sirene, tornare una settimana dopo e pensare di trovarlo vivo? Sì, lo trovano vivo!
Saranno piccolezze prese una ad una – e questi sono solo degli esempi – ma sommati danno un senso generale di fastidio alla cosa cavolo sto leggendo io, ed è in questi casi che si vedono libri volare attraverso le stanze.

5.    Luce e ombra

Personalmente, non detesto le storie dalla trama un po’ scontata, se sono ben narrate e coinvolgenti. Appunto. Per questo il fatto che si trattasse di una lotta tra la luce e l’ombra, sebbene sia meno originale di un libro sui vampiri che vanno al liceo e s’innamorano, non mi ha schifata a prescindere. In generale il fantasy classico mi piace, e in generale la storia di Sitael m’incuriosiva.
Purtroppo, l’inesperienza ha il suo peso e si sente. Non in merito ai plagi, ma in merito alla strutturazione.

Non ci sono sfumature, ci sono i buoni, i cattivi, i cattivi che sembrano buoni e i buoni che sembrano cattivi, ma non c’è il grigio dell’essere umano.
Il cattivo è pura tenebra incarnata, vuole distruggere il mondo perché sì, è circondato da altri cattivi che sono quasi cattivi quanto lui, bla, bla, bla. Per questo dico che a otto o dieci anni può piacere. Oltre dovresti già aver imparato ad essere un pochino più esigente.

6.    Redenzione
Ovviamente, non mancano i cattivi che diventano buoni solo perché sfiorati dalla magica luce della bontà dei protagonisti. In questo è d’esempio il centauro buono che si sacrifica per salvarli mentre tutti i suoi compagnucci vorrebbero cuocerli alla brace e mangiarli per cena o venderli al supercattivo (non ricordo bene ora). Idem per il gigante, solo che qui c’è l’aggravante che il gigante era convinto di quello che faceva prima, ma bastano poche parole piene d’ammore da parte di Etenn per convincerlo a passare dalla parte dei buoni.
Sinceramente, torno a leggere Topolino.

7.    Miscellanea
Ora, non posso dire che questo sia un punto solamente negativo, ma ho trovato il libro un po’ troppo pieno di qualsiasicosa, come se fosse un grande contenitore per l’immondizia per tutto ciò che può un minimo “fare fantasy”, ma senza una precisa logica.
Ci sono i giganti, nascosti nelle montagne (e vabbè). Ci sono gli sharephi, degli strani ibridi di elfi e nonsocosa che detestano gli elfi perché millenni fa li hanno abbandonati (che ha la stessa logica del detestare gli ebrei nel 2012 per la morte di Cristo, ma tant’è…). Ci sono i centauri. Ci sono le ninfe. Ci sono i pirati, ovviamente classic style, sia mai ci si allontani un pochettino. Ci sono le idre. Ci sono le sirene. E di sicuro c’è anche qualcos’altro, solo che è un po’ di tempo che ho terminato il libro e non lo ricordo.
Ora, se tutte queste razze avessero un ruolo attivo mi starebbe bene, ma molte volte mi sapevano di messe lì per fare comparsata, come chi si piazza davanti alla telecamera del tiggì per salutare la mamma. Non mi piace pensare male, ma l’immagine che mi sono fatta suonava un po’ come: «visto quanto sono brava e fantasiosa? Ci ho messo anche i pirati

8.    Motivazioni
Penso che arrivati a questo punto dell’evoluzione umana l’Evil Overlord dovrebbe essere presente solo nelle parodie. Ora, capisco tutto, capisco l’essere frustrati (…), capisco l’essere incazzati con il mondo, capisco il sentirsi inferiori perché si è brutti e gli altri sono belli e luminosi, ma santa pazienza, solo io lo trovo un motivo idiota per distruggere il mondo?
Voglio dire, persino nei film più mentecatti sui supereroi ormai si sforzano di cercare motivazioni un pochino più articolate.
Il cattivo che vuole distruggere la terra perché sì ormai lo lascerei a Dragon Ball. Quando lo trovo su un libro pubblicato che non reca la scritta dai sei agli otto anni mi aspetto qualcosa di un pochino più profondo. Ah, e non crediate comunque che anche il cattivo non sia giovane e affascinante.

9.    Stile
Concludo con una tirata d’orecchi nel miglior stile maestrina frustrata. Come ho scritto, l’edizione è riveduta e corretta, rieditata e tutto quanto. Rimane comunque un pessimo libro.
Purtroppo non ho il libro sottomano – né avrei la forza per rileggere e cercare le citazioni, comunque – ma il raccontato la fa da padrone, con una generale sensazione di riassunto, specie nei punti chiave, com’è logico che sia (si fa per dire).
Ribadisco che comunque per essere un’opera prima di una ragazza che non ha mai studiato scrittura e che di fantasy ha letto poco o niente le potenzialità ce le ha. Insomma, per il momento siamo ancora al concime, ma mi sembra ci sia la discreta possibilità che crescendo dalla sua scrittura possa nascere qualcosa di buono, se coltivato nella maniera giusta.
Quindi, come opera d’esordio non ci siamo proprio, ma almeno c’è la buona volontà – scrive molto, a quanto ho letto, e ha già completato due trilogie e diversi libri autoconclusivi (certo che, se sono tutti così…)

In coda comunque apprezzo l’onestà della Rizzoli che l’ha venduto rilegato a dodici euro. Avessi dovuto spenderne una ventina mi sarei tenuta la curiosità.

Degli insulti e della critica

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Cristoforo Colombo

Aggiungo i miei due cent a una questione già largamente trattata, ma che sembra ancora avvolta in una fitta nebbia di dubbi e opinioni contrastanti.
Molti autori pubblicati – non serve neanche fare dei nomi, a questo punto – si sono più volte scagliati contro le critiche, o, quando non lo hanno fatto, le hanno deliberatamente ignorate. Tutto ciò rientra tranquillamente nei loro diritti, non è mio interesse confutare ciò.
Il punto che voglio trattare è quando si dice che gli insulti vanno ignorati, che sono solo frutto di invidiosi o perditempo, che chi insulta un libro non merita nemmeno di essere preso in considerazione. Tutto ciò è vero fino a un certo punto.
Che gli insulti siano sbagliati, o al limite discutibili, penso siano tutti d’accordo. Sul fatto che siano da ignorare il discorso cambia.
Ma vado con ordine. Poniamo l’uscita del libro dell’autore esordiente Cristoforo Colombo. Libro fantasy, perché è il settore a maggiore concentrato di “cose che voi umani…”, che parla del viaggio dell’eroe Pippo e della sua allegra Compagnia per trovare il Talismano dell’Evil Overlord nel Regno delle Tenebre. Lasciamo perdere per un attimo il motivo per cui il libro viene pubblicato – Cristoforo ha dieci anni; la mamma di Cristoforo lavora per la casa editrice; Cristoforo conosce un agente letterario; Cristoforo è molto ricco; Cristoforo è molto fortunato – sta di fatto che tot tempo dopo il libro fa la sua bella mostra sullo scaffale della libreria della città, con tanto di copertina strafiga e venduto al modico prezzo di venti euro.
Aggiungiamo la clausola Buona Fede™: il romanzo è mediocre per essere buoni, la trama è aria fritta, il POV aleggia nell’Iperuranio, i duelli invece che dai personaggi sono combattuti da aggettivi e avverbi e il Deus ex Machina è sempre dietro l’angolo, ma Cristoforo questo non lo sa. Cristoforo è ingenuo, si è informato poco, si è fatto trarre in inganno dai complimenti di qualche parente che parla troppo, ha letto un paio di libri di fantasy italiano e si è fatto l’idea che è così che si scrive un libro. Quindi, non abbiamo davanti una persona disonesta che sa di scrivere vaccate e se ne frega dei lettori. Abbiamo un ragazzo/uomo ingenuo – forse un po’ tonto – che crede veramente di aver scritto, se non il capolavoro del secolo dopo Il Signore degli Anelli, perlomeno un libro godibile e formalmente corretto.
Passano le settimane, e cominciano ad arrivare le prime recensioni. Su dieci recensioni, quattro si possono riassumere in altrettante parole: il libro fa schifo.
Ohibò. Cristoforo è confuso, amareggiato, arrabbiato. E a ragione: chi non lo sarebbe se qualcuno dicesse che il proprio lavoro, frutto di fatica e impegno, fa schifo? Ma qui arriva il dilemma: secondo molti autori – e lettori – Cristoforo dovrebbe prestare orecchio solo alle altre recensioni (che in questo caso dicono un generico bellissimo!, senza a loro volta argomentare) e lasciare perdere chi insulta o dice che il libro fa schifo perché:
a)    è un frustrato/invidioso (ormai un evergreen);
b)    ha molto tempo da perdere
c)    vuole solo insultare
d)    non è una critica argomentata quindi non vale niente.
Il dilemma diventa, è giusto ignorare quel fa schifo non argomentato e prendere per Verità Assoluta™ un bellissimo altrettanto non argomentato?
Il punto è che dovrebbe valere il contrario. Mi spiego meglio.
Un libro di per sé regolarmente pubblicato – non da casa editrice a pagamento, che richiede un discorso a parte – dovrebbe essere bello di default. In questo caso dovrebbero entrare in gioco altre variabili, come quelle dei gusti personali, ma a parte qualche refuso o piccolo errore – che può sfuggire anche ai migliori – il libro dovrebbe non solo non fare schifo, ma essere di buona qualità e non provocare questo tipo di commenti.
Quando un lettore dice che un libro è bello, dice l’ovvio. È stato pubblicato, come minimo deve essere bello. Al massimo può non piacere per altri motivi.
Ma qualunque sia il motivo per il quale quattro persone pensino che faccia schifo, un autore dovrebbe avere il dovere di chiedersi perché quelle quattro persone lo pensano.
Perché sono invidiose. Questa è la tipica risposta da autore ignorante e pieno di sé che crede di aver scritto un capolavoro. La storia dell’invidia va bene finché si studia alle elementari, ma, gioie mie, che risultato devo aspettarmi dal lavoro di uno scrittore che ragiona come un bimbo delle elementari?
Perché non hanno altro da fare che criticare. E il recensore potrebbe ribattere che lo scrittore non aveva altro da fare che scrivere stronzate, è un discorso che non porta a nulla. Ognuno usa il suo tempo come vuole, come accusa è vuota.
Vuole solo insultare. Possibilissimo, di idioti è pieno il mondo. Ma secondo la mia esperienza gli idioti leggono poco, se leggono non recensiscono, se recensiscono scrivono bellissimo! È possibile, ma non è la prima possibilità.
Non è argomentato. Vero, ma, come sopra, neppure il bellissimo lo è. Una critica non argomentata è sempre una critica.
Nel libro c’è qualcosa che non va. La scoperta dell’acqua calda, l’unica ipotesi a cui un autore esordiente non arriva mai. Anche se un lettore è maleducato, usa le parolacce, insulta random, denigra lo scritto con le più becere metafore, magari, magari, non è perché ha mangiato pesce avariato a pranzo o perché il giorno prima si è preso le legnate e si sfoga demolendo romanzi altrui, o perché il nome Cristoforo gli ispira antipatia, ma perché nel libro ci sono dei difetti.
Quindi, prima di pensare a ipotesi complottistiche made in Italy, sarebbe opportuno chiedersi perché la lettura della propria opera ha fatto incazzare un lettore, ridere di gusto un altro, bruciare il libro un terzo. NON cominciare a dire chi sei tu per criticare, ma cosa ho scritto io per essere criticato. Lasciamo perdere quando la recensione negativa è articolata e ricca di argomenti, ma ancora viene bollata come da frustrati, o da soliti invidiosi.
Quindi, il succo del discorso è: ignorare gli insulti è da idioti. Perché se qualcuno insulta la tua opera – o te come autore, non certo come persona – dopo averla letta un motivo ce l’ha per forza. Ovviamente non nego la possibilità che qualcuno insulti perché sì, ma a logica direi che i casi sono davvero rari.
Per l’ennesima volta, quando Cristoforo pubblica, si espone a un giudizio: inutile poi lamentarsi se il giudizio è cattivo, crudele, malvagio o blasfemo.
Ha avuto ragione Neil Gaiman quando disse George Martin is not your bitch, ma è vero anche il contrario: un lettore non è un bidone della spazzatura programmato solo per fare complimenti. È una persona, come lo è l’autore. Inutile dire «è facile pubblicare su internet perché ci si nasconde dietro un soprannome», dal momento che non mi pare ci siano leggi che vietano di pubblicare sotto pseudonimo. Se ti metti in gioco con nome e faccia, accetti quello che ne viene. Se ne hai la maturità. Altrimenti, vai a piantare alberi.