Archivio mensile:dicembre 2011

Inheritance

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Trama (da Ibs.it):

Sembrano appartenere a un’altra vita i giorni in cui Eragon era solo un ragazzo nella fattoria dello zio, e Saphira una pietra azzurra in una radura della foresta. Da allora, Cavaliere e dragonessa hanno festeggiato insperate vittorie nel Farthen Dûr, assistito ad antiche cerimonie a Ellesméra, pianto terribili perdite a Feinster. Una sola cosa è rimasta identica: il legame indissolubile che li unisce, e la speranza di deporre Galbatorix. Non sono gli unici a essere cambiati: Roran ha perso il villaggio in cui è cresciuto, ma in battaglia si è guadagnato rispetto e un soprannome, Fortemartello; Nasuada ha assunto il ruolo di un padre morto troppo presto; il destino ha donato a Murtagh un drago, ma gli ha strappato la libertà. E ora, per la prima volta nella storia, umani, elfi, nani e Urgali marciano uniti verso Urû’baen, la fortezza del traditore Galbatorix. Nell’ultima, terribile battaglia che li attende rischiano di perdere ciò che hanno di più caro, ma poco importa: in gioco c’è una nuova Alagaèsia, e l’occasione di lasciare in eredità al suo popolo un futuro in cui la tirannia del re nero sembrerà soltanto un orribile sogno. Tutto è iniziato con “Eragon”, tutto finisce con “Inheritance”.

Avevo bei ricordi di Eragon.
Ad anni di distanza l’ho rivalutato, ma comunque è stata una lettura piacevole, che mi ha coinvolto. Eldest mi era piaciuto un po’ meno, ma non mi aveva deluso. Dopo il vuoto siderale di Brisingr poteva solo migliorare, invece Christopher Paolini è riuscito in un’impresa che sembrava impossibile: è riuscito a fare peggio.

Nove punti chiave.

Attenzione: di seguito mostruosi spoiler

Inheritance o la Volta delle Anime Christopher Paolini 2011, 834 p., Rizzoli

1.    Murtagh
Un’occasione sprecata. Che si sarebbe ribellato l’avevamo già intuito, che avrebbe cambiato nome liberandosi dal controllo del Re era ovvio – ma che il Re non si accorga di nulla mentre amoreggia con Nasuada e progetta di fuggire con lei sotto il suo naso va oltre la mia comprensione. A questo punto mi domando come un simile fesso sia rimasto sul trono tanto a lungo.
Nel finale, ennesima delusione. Scompare nel nulla, e tanti saluti. D’altronde, dopo una vita di sofferenza e prigionia, si merita più di ogni altro di rimanere solo come un cane.

2.    Walt Disney.
La scena della morte del Re è degna di un classico Disney. Dopo che Murtagh ha tradito il Re usando contro di lui il nome dei nomi insegnatogli proprio da lui (no comment), Eragon lancia a Galbatorix un incantesimo:

(…) voleva che Galbatorix capisse, si persuadesse dell’ingiustizia delle sue azioni.

E ancora:

Il sortilegio non avrebbe mostrato a Galbatorix soltanto l’ingiustizia delle sue azioni, ma lo avrebbe costretto a provare sulla sua pelle tutte le emozioni- belle e brutte – che aveva suscitato negli altri dal giorno in cui era nato.

In pratica, il trucco di Eragon è far capire al re quanto è stato cattivo. Cioè, wow.
Ovviamente, l’incantesimo funziona, e il Re esplode

(…) in un lampo di luce più abbagliante del sole

In tutto questo pathos, il drago del Re rimane fermo, a farsi ammazzare, nonostante possa schiacciarli tutti (draghi compresi) con una sola zampa, date le sue dimensioni. Ancora, wow.

3.    Addio, padron Frodo
Alla fine Eragon adempie alla sua profezia andandosene per chissaddove a bordo di una barca con cuori e uova per trovare un posto lontano dai cattivi e dai potenti (e quindi cattivi anche loro) per custodire gli Eldunarì e addestrare i nuovi cavalieri.
Nonostante abbia un drago (che significa poter tornare a casa quando si vuole senza sorbirsi i ritardi di Trenitalia o sfiancanti viaggi a piedi), visto che la profezia dice che non tornerà mai ad Alagaësia, lui decide di non tornare mai ad Alagaësia.
Come se l’oroscopo di domani mi dicesse che cadrò dalle scale, e io mi buttassi dai gradini per far sì che si avveri. Ha perfettamente senso.
Ovviamente, non sono risparmiati addii lacrimevoli e frasi fatte in sconto comitiva.

4.    Scoperte
Eragon scopre che la terra è tonda.
Pur considerando che è nato contadinotto ignorante, si è dovuto sorbire prima mesi di lezioni e storielle da Brom, poi tutte le lezioni di Oromis e Drago, inoltre ha incontrato millemila elfi noti per essere saggi (oltre che leggiadri, ovvio). Possibile che nessuno abbia mai pensato di accennargli a com’è fatto il mondo in cui vive?
Dubito che con una tradizione secolare di cavalieri di Draghi nessuno prima di Eragon avesse mai capito che la terra è tonda.
E anche se fosse, è una tamarrata.

5.    Roran
Il secondo grande protagonista del romanzo. Quando capivo che toccavano i capitoli dedicati a lui mi veniva l’orticaria.
Se tutto il libro è noioso, i capitoli su Roran potrebbero essere isolati e usati come cura contro l’insonnia. Purtroppo ci sono alcuni punti talmente ridicoli che risvegliano il lettore, che crede di aver letto male e rilegge meglio. E purtroppo si rende conto che le assurdità non erano dovute alla sonnolenza, erano scritte davvero.
Roran è la mente dalle geniali idee per rompere assedi, fermare gli attacchi e uccidere conti cattivi. Roran va in giro facendo la ruota come il pavone per via della sua parentela con Eragon (contento lui), salvo trasformarsi in maritino premuroso in presenza della sposina incinta. Roran vince tutte le battaglie nonostante abbia zero esperienza militare avendo fatto in contadino fino all’altro ieri, usa trucchi che non ingannerebbero un bambino ma che ingannano puntualmente l’astutissimo esercito nemico.
È il principale responsabile della sequela di scene inutili alla costruzione del romanzo. Si vede che a Paolini stava simpatico (per quello che ho visto io, la maggior parte dei lettori non è d’accordo).

6.    Inutilità
Se molti si erano chiesti, data la scarsità di eventi, se Brisingr fosse davvero necessario, Inheritance dà la risposta definitiva: no. Su ottocento pagine forse un quarto sono davvero necessarie alla costruzione della storia e allo sviluppo dell’intreccio, il resto sono divagazioni senza senso. L’assedio di Arughia poteva essere tagliato del tutto, quello di Dras Leona durare la metà (se non meno, tanto nessuna delle due città era indispensabile al Re). In particolare, ho trovato assurdo che la parte dell’effettivo scontro con il Re durasse meno che la parte della nascita della figlia del fabbro e della sua guarigione dal labbro leporino (bambina che non comparirà mai più nel resto del romanzo). Citando Ron Weasley, he needs to sort out his priorities.

7.    Arya
È lei il cavaliere del drago verde! Ed è anche regina degli elfi!
Perdonatemi se non faccio i salti di gioia.
A parte tutto, è interessante mettere il drago verde in copertina quando il ruolo di questo drago è praticamente nullo (nemmeno quello di procreare, visto che di uova ce ne sono in quantità). Ci sono solo le scene del corteggiamento tra lui e Saphira che fanno arrossire Eragon, che carino! Ma purtroppo la famosa profezia impone ai due draghi di separarsi subito. Che peccato.

8.    Re
Francamente, non ho capito cosa ci sia che non vada in Galbatorix. L’assassinio di tutti i cavalieri dei draghi risale a centinaia di anni prima. Gli elfi sono eterni e non dimenticano, mi sta bene. Il Surda sostiene i ribelli, e mi sta bene – anche se il perché ci siano dei ribelli ancora non mi è chiaro. Ma non mi sembra che la popolazione se la passi male sotto il suo regno. Non mi sembra di aver mai letto di persecuzioni, schiavitù, deportazioni, genocidi, rapimento di bambini per giocare al tiro al piattello – niente di tutto ciò. In realtà mi sono sembrati peggiori i buoni che andavano in giro a saccheggiare i villaggi, uccidere la popolazione, distruggere magazzini e raccolti condannando la gente alla fame. I piani di Galbatorix sono sensati e condivisibili.
E mi starebbe anche bene, se non fosse che al lettore non è data la possibilità di scegliere: ci si ritrova di fronte alla realtà dei fatti che Galbatorix è cattivo perché sì, e gli altri sono buoni per lo stesso motivo. Una buona occasione sprecata.

9.    Nasuada
La nuova regina, che vuole controllare la magia esattamente come faceva Galbatorix. Un rinnovamento degno della politica italiana. Carina la scena dell’elezione, in cui elfi e gatti e nani giocano ai mafiosi alla «decidete il Re che volete, noi non interveniamo, ma se non decidete chi vogliamo noi vi facciamo la guerra». Cristallino.
Carino anche lo sviluppo della storia tra lei e Murtagh, che porta al nulla più totale, perché lui prende e se ne va lontano. Probabilmente aveva appena scoperto di averla messa incinta.

In sostanza, una delusione su tutti i fronti.
Lato positivo: era l’ultimo.

Grazie al cielo.

Il sogno di Talitha

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Sinossi (da Ibs.it):

Nashira è un mondo in cui l’aria è il bene più raro: solo gli immensi alberi che ricoprono l’impero di Talaria possono produrla e un’arcana pietra è in grado di trattenerla. Tutte le città vivono alla loro ombra, e un antico dogma impedisce agli abitanti di osservare direttamente il cielo e i suoi due soli. È così che Talitha, figlia del conte del Regno dell’Estate, è sempre vissuta, finché la morte improvvisa dell’amata sorella non la costringe a prendere il suo posto in monastero. Ma Talitha è una combattente e quella vita, con i suoi intrighi e le sue proibizioni, le va stretta: il suo destino è la spada, e con il fedele schiavo Saiph progetta di fuggire. Non sa ancora che le sacerdotesse proteggono un segreto: il mondo sta per essere distrutto, minacciato da un male che presto trasformerà ogni cosa in un incubo di fuoco, e solo un essere di razza sconosciuta, imprigionato e nascosto come eretico, sa come salvarlo. In un universo rigidamente diviso tra schiavi e uomini liberi, fede e dubbio, verità e oscurantismo, Talitha dovrà affrontare un viaggio fino alle terre più fredde di Talaria e trovare l’unica risposta in grado di salvare Nashira.

Nove punti chiave

I regni di Nashira - Il sogno di Talitha
Licia Troisi
2011, 428 p., rilegato
Mondadori

1.    Alberi.
Bella l’idea di un’ambientazione in cui l’aria è rarefatta, e in cui i grandi alberi sono uno dei beni più preziosi (anche se fa un po’ Avatar). La mia impressione è stata però che il tutto fosse gestito in maniera un po’ confusa, tanto che non ho capito bene come siano formati i camminamenti e se ci troviamo in presenza di un unico grande albero o di tanti alberi o di tutti e due. A un certo punto mi sembrava si parlasse di alberi sugli alberi.
2.    Regni
Regno della Primavera, Regno dell’Estate, Regno dell’Autunno e Regno dell’Inverno fanno tanto Topolino.
3.    Al Gore
A lui piacerebbe questo libro, ma in genere se leggo un romanzo fantasy non cerco messaggi ambientalisti, cerco un romanzo fantasy.
4.    Schiavitù
La protagonista passa da amichetta degli schiavi a guardare con indifferenza l’esecuzione di uno schiavo nel cortile del suo palazzo. Peraltro, essendo nata e cresciuta nobile con un padre che sembra una via di mezzo tra Adolf Hitler e la matrigna di Cenerentola certi sentimenti “moderni” nei confronti della schiavitù sono non poco anacronistici – un po’ da Harmony, a mio parere.
5.    Luna
Il fatto che al tramonto dei due soli sorgano le due lune mi ha fatto sentire un po’ presa in giro.
6.    Odio e amore
Non c’è stato il colpo di fulmine, non c’è stata empatia, non c’è stato nessun sentimenti se non l’indifferenza tra me e qualsiasi personaggio di questo libro. Se i protagonisti fossero morti a pagina duecento, non me ne sarebbe importato un accidente.
7.    Stile
Un pregio è che è scorrevole. Un difetto è che lo è troppo, e la storia scivola via senza rimanere in testa per più di un paio d’ore.
8.    Finale
Non c’è. Nella migliore tradizione minimo sforzo massimo guadagno, si chiede venti euro per un libro che si lascia leggere in una serata e che presenta al massimo l’inizio della storia. Dividere un libro in più parti ha senso solo quando il libro è molto lungo, e NON è questo il caso.
9.    Nashira
Pensavo ci fosse un’attinenza con il reale, visto che Nashira è una stella della costellazione del Capricorno, invece rappresenta un pianeta. Scema io, certo.

Nonostante i miei pregiudizi verso quest’autrice mi ero avvicinata a questo romanzo con la speranza che, a trent’anni e con dieci anni di carriera alle spalle, fosse riuscita a correggere quei difetti più volte segnalati in molte recensioni e a scrivere qualcosa di buono.
Alla fine, anche questo romanzo è stato una delusione. La ribelle perché sì ha anche stufato, e nonostante non ci siano grandi buchi di logica – non che non ce ne siano, ma perlomeno sono meno evidenti – manca quel fattore che porta a innamorarsi di un romanzo, a vedere con i propri occhi l’ambientazione invece di avere l’impressione che qualcuno ti racconti un mondo in maniera approssimativa.

Giorni

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Settima gru
Doubt thou the stars are fire;
Doubt that the sun doth move;
Doubt truth to be a liar;
But never doubt I love.
Hamlet, act II, scene II

Una gru per segnare ogni giorno da quando lui era partito.
Perlomeno, questa era la sua idea iniziale. Cominciò con le gru esattamente diciannove giorni dopo quel giorno sulla spiaggia, con le prime foglie che cadevano dagli alberi e una pioggerellina perfetta fuori dalla finestra.
Fece sei gru quel pomeriggio, prima di scoppiare a piangere.
Arrivò a dieci il giorno successivo, senza versare neppure una lacrima. Il terzo giorno completò le ultime sei.
Una gru al giorno, per ventisette giorni. Poi saltò un giorno, recuperò con due gru il giorno successivo. Poi ne saltò due, e riuscì a recuperare solo una settimana dopo.
Alla fine rinunciò del tutto. Faceva gru nei giorni in cui pensare non le faceva così male, in cui riusciva a ricordare senza sentirsi morire. Ci sono stati giorni in cui addirittura era riuscita a sorridere.
Un paio di volte dimenticò a che numero fosse arrivata, e dovette ricontrollare tutte le gru per cercare il numero più alto. Non poteva sbagliare, farne una in più, una in meno. Dovevano essere mille, mille esatte, mille perfette.
Non avrebbe saputo dire, poi, quando fu il momento in cui cambiò idea, quando il desiderio cambiò. Se qualcuno per assurdo gliel’avesse chiesto, non avrebbe saputo dire quando il suo voglio vederti tornare fosse diventato voglio dimenticare.
Sicuramente, pensò, doveva essere un giorno di nebbia.

Orologi

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Ho sempre pensato alla vita come a un grande orologio.
Va avanti ticchettando, seguendo lo scorrere del tempo, ma ogni tanto si guasta, si blocca, e rimane incapace di muoversi a guardare il tempo che va avanti anche senza di lui.
A volte il guasto è solo temporaneo, e l’orologio riparte da solo, senza bisogno di aiuto. Altre volte ha bisogno di una mano decisiva da qualcun altro. Altre volte non ripartirà mai più.
Il mio orologio è sempre stato giallo, nei miei pensieri. Giallo come un sole allegro, con lancette arancioni e numeri rosso fiamma.
Era un orologio un po’ troppo rapido, sempre qualche minuto in avanti rispetto agli altri, ma che raramente si fermava a riprendere fiato o a lasciarsi raggiungere.
Come avrei scoperto più avanti, era uno di quegli orologi che quando finalmente si fermano, lo fanno per sempre. O forse, se sono fortunati, solo per lungo, lungo tempo.

Nove motivi per vedere Breaking Dawn

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1. Aro. Dopo i titoli di coda, ma meglio di niente.

2. Gli strilli delle fan quando Jacob si toglie la maglietta nella primissima scena.

3. La domestica di Edward che sospetta che lui sia un vampiro e lo detesta. E lui non la licenzia.

4. La scena del dialogo tra i lupi in riva al fiume. Vedere per credere. E piangere.

5. La faccia di Jasper quando Carlisle nomina lo “zero negativo”.

6. Emmett che in questo film sembra truccato male per Halloween.

7. Edward che perde tempo a fare pucci pucci alla bambina mentre Bella sta morendo con la pancia aperta in due.

8. I tentativi di avances di Bella per convincere Edward a saltarle addosso.

9. Le scarpe da ginnastica di Bella laddove avrebbero dovuto esserci un paio di tacchi.

E per finire il vincitore del premio Coerenza 2011, ovvero: i vampiri non brillano più al sole.

I cinque euro meglio spesi della mia settimana.