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Cappuccino

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« Mi chiamo Gianluca ».
Me lo disse mentre buttava via in fondi del caffè, un’informazione insignificante lasciata cadere tra i rifiuti. Inghiottii troppo in fretta un sorso di cappuccino, e mi ustionai la gola.
« Sofia » riuscii a boccheggiare.
Lui si voltò verso di me e mi sorrise un’altra volta. « Lo so ». Non disse altro, lasciandomi lì con la tazza in mano e probabilmente anche con lo sguardo da idiota.
« Perché non sei andata a lezione allora? »
« Non ne avevo voglia ». Parole sante. Quel giorno di voglia ne avevo proprio zero.
Allineò le tazzine sul bancone. « La materia incriminata? »
Sospirai, sono sicura che sospirai. « Inglese ».
« Don’t you like it? »
Scossi la testa. Non avevo la minima intenzione di dargli corda in quella lingua astrusa.
« E non dirmi che imparare l’inglese è importante » lo minacciai. Ero sempre stata piuttosto suscettibile sull’argomento.
« Non volevo dire niente ». Si appoggiò sui gomiti al bancone, davanti al mio naso. « Non mi sembravi il tipo da saltare le lezioni, tutto qui ».
« Oggi non era giornata » tagliai corto.
Lui annuì, come se quello che stavo dicendo avesse perfettamente senso, quando non ne aveva nemmeno ai miei occhi. Ero uscita di casa talmente in ritardo da non riuscire nemmeno a fermarmi per la colazione. Avevo fatto di corsa tutta la strada da casa all’università, dopodiché mi ero girata ed ero tornata indietro. Avevo voglia di cappuccino, e zero voglia di umiliarmi con le stupide domande dell’insegnante. Detestavo l’inglese, lo detestavo proprio.
Glielo raccontai, ne sono sicura. Gli raccontai dei mille e uno motivi per cui Sofia detesta l’inglese, uno per uno. Lui mi ascoltò, appoggiato al muro alle sue spalle, senza mai smettere di guardarmi. Non so esattamente per quanto tempo sia andata avanti ad annoiarlo. Sono stata interrotta solo dall’arrivo di un altro cliente.
In quel momento, avvertii delusione. Non per non aver finito il mio stupido discorso – quando devo sfogarmi su qualcosa in genere va a finire che divento ridicola, forse non è stato un male che sia stata fermata prima che la cosa cominciasse a degenerare – ma per l’intimità che ci era stata portata via, la stessa che all’inizio mi aveva messo un po’ a disagio.
Incassai il colpo, e finii il cappuccino che intanto era diventato freddo. Soffocai un sorriso: c’era voluta una sequela di lamentele sull’inglese per far freddare un cappuccino, credo fosse la prima volta che mi succedeva da lustri. Gli sorrisi un’ultima volta mentre raccoglievo giacca e dizionario, e uscii di nuovo nel gelo della strada, consapevole che se non avessi studiato almeno un paio d’ore quella mattina mi sarei sentita in colpa per il resto della giornata.
Solo quando arrivai a casa mi resi conto che mi ero dimenticata di pagare.

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Orologi

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Ho sempre pensato alla vita come a un grande orologio.
Va avanti ticchettando, seguendo lo scorrere del tempo, ma ogni tanto si guasta, si blocca, e rimane incapace di muoversi a guardare il tempo che va avanti anche senza di lui.
A volte il guasto è solo temporaneo, e l’orologio riparte da solo, senza bisogno di aiuto. Altre volte ha bisogno di una mano decisiva da qualcun altro. Altre volte non ripartirà mai più.
Il mio orologio è sempre stato giallo, nei miei pensieri. Giallo come un sole allegro, con lancette arancioni e numeri rosso fiamma.
Era un orologio un po’ troppo rapido, sempre qualche minuto in avanti rispetto agli altri, ma che raramente si fermava a riprendere fiato o a lasciarsi raggiungere.
Come avrei scoperto più avanti, era uno di quegli orologi che quando finalmente si fermano, lo fanno per sempre. O forse, se sono fortunati, solo per lungo, lungo tempo.