Archivio mensile:febbraio 2012

Alba e Crepuscolo

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Trama (dal sito della Piemme):

Il tradimento di Bedwyr, l’erede di Ahina Sohul, lascia atterriti i membri della Compagnia delle Cinque Razze Libere, ma la speranza si riaccende al rivelarsi di un secondo erede al trono degli uomini. Mentre la Compagnia viaggia per le terre di Nadesh in cerca di nuove alleanze contro il Signore delle Nebbie, Eynis, giunta assieme a Jadifh nella città dei Ribelli, si trova a confrontarsi con la sorella gemella Eryn, separata da lei dalla nascita. Qualcosa di terribile nel passato di Eryn la porta ad essere ostile nei confronti di Eynis. Se vogliono sconfiggere il Male, però, le ragazze dovranno restare unite: solo insieme, infatti, potranno richiamare lo Spirito della Luce, che nessun mago è mai riuscito a evocare…

Sono masochista, lo so. Anzi, sono una frustrata, che perde tempo leggendo libri che sa già le faranno schifo in barba a quelli che lavorano duramente tutto il giorno per mantenere un parassita come me, così siamo tutti contenti. Ma la realtà è che è stato divertente leggere questo libro – a sbafo, capiamoci, ho giurato che non avrei mai dato un euro a questa donzella e manterrò i miei propositi – e di tempo prezioso non me ne ha portato via poi molto, vista la pregnanza dei contenuti. Ma con ordine.
Parlo solo del terzo perché è quello di cui si è parlato di meno. Del primo se ne parla a sufficienza qui e qui, per il secondo va bene Anobii. Primo motivo. Secondo, perché, sebbene l’obiettivo primario della mia lettura fosse quello di ridere e distrarmi un po’ dall’esame che incombeva, c’era una piccola luce di speranza sul fatto che, ormai diciottenne e con due libri macellati alle spalle (e dalle macellazioni si dovrebbe trarre insegnamento), la signorina Rosso fosse riuscita a mettere insieme una conclusione decente. Sì e no. Più no che sì. Decisamente più no.

Nove punti chiave

Attenzione: di seguito mostruosi spoiler

1.    Amor che move il sole e l’altre stelle
L’amore è il punto catalizzatore del romanzo, la chiave di volta, il sole e la luna, le ciambelle e la Nutella. L’amore è ovviamente tra Eynis e Jadifh, i due protagonisti (per gli stolti che dal sottotitolo del primo volume ancora credevano fosse Bedwyr).
Chiaramente, si amano di un amore ultraterreno, che trascende il tempo e lo spazio e altrettanto chiaramente non se lo dicono. Ma lui è il Principe delle Nebbie, l’erede designato del cattivo di turno, e tra di loro c’è la traditrice gemella di lei, affetta da turbe psichiche, che nel mezzo di una battaglia battagliosissima se ne esce con

« Non portarmelo via, Eynis».

Che la sorella sia effettivamente innamorata di Jadifh o lo dica per sport, credetemi, non si capisce nel corso dell’intero romanzo. Comunque, per chi volesse saperlo, c’è l’happy end e i due cavalcano via felici e contenti verso il loro nido d’amore.
Non mancano sottocoppie, dalle più esplicite – Rooth e Giada – alle appena accennate – Gladwin che fa gli occhi dolci a una guaritrice, Eryn e Bedwyr che parlottano in maniera sospetta per qualunque fanghérl, ma viene lasciato tutto all’immaginazione, come del resto gran parte del romanzo. Almeno il fatto che non abbia accoppiato tutti in maniere esplicita come nella peggio fanfiction conta come punto a favore.

2.    Malbrek
Una cosa positiva: si capisce perché Malbrek abbia creato un suo erede. In realtà il Signore delle Nebbie è un agglomerato di spiriti cattivi che aspetta solo il momento giusto per trasmigrare dal corpo che occupano attualmente a quello molto più prestante di Jadifh. Quindi, non è che voglia farsi uccidere perché è un completo idiota, ma perché la sua morte danneggerebbe solo un corpo che non ha più nessuna volontà.
Una cosa negativa: il modo in cui viene sconfitto è un’autentica tamarrata (a mio modestissimo parere). La scena è la seguente: Malbrek riduce Jadifh in fin di vita per costringerlo a richiamare gli spiriti che lo “abitano” e risvegliare il Principe delle Nebbie. Sfida Galdwin, comparso nelle sue principesche sembianze, a ucciderlo. Questi, docile, obbedisce ma COLPO DI SCENA! Eynis, che promise a Jadifh di non permettergli di diventare il Principe delle Nebbie, si frappone fra i due cosicché la spada di Galdwin la trapassa da parte a parte.
E in quel momento l’elfo che fu Malbrek, colpito dal fatto che lei si sia sacrificata per salvarlo, si risveglia dal sonno durato millenni, espelle gli spiriti dal suo corpo, immediatamente tutti gli Amorphi tornano animali e la guerra è vinta.
Ah, ovviamente Eryn riesce a salvare Eynis passandole la sua energia, don’t worry!
Direi che questo vince anche su Paolini e il suo Galbatorix ucciso dal rimorso.

3.    Occhi
Una cosa positiva, anche se un po’ da fiaba. Ho apprezzato la spiegazione della differenza di colore tra gli occhi delle due gemelle. In sintesi, l’elfo superpotentissimo padre delle due aveva passato anni a immagazzinare energia per uccidere i Mohrger (non ricordo mai dove vada l’acca, devo controllare tutte le volte sul libro. Beata pazienza). Grazie a questo, uno dei suoi occhi era diventato verde. Alla nascita delle bambine, la seconda ha l’ardire di uccidere la madre (pare, anche questo non è molto chiaro: lo deduco dal fatto che la madre è scomparsa nel nulla) e di morire appena nata. Quindi l’elfo riversa tutta l’energia immagazzinata per ridare vita alla bimba, la quale di conseguenza ha gli occhi verdi.
L’elfo occupato di smistare le due alle famiglie adottive (che poi si scopre essere il loro reale nonno), vedendo che la magia è troppa per una bimba così piccola, le appone un sigillo, che avrebbe potuto essere aperto solo dalla chiave – ovviamente, l’altra gemella – nel caso le due avessero tentato di evocare insieme lo Spirito della Luce, unica arma in grado di distruggere i tre dell’Apocalisse.
Ora, tralasciando tutte le ingenuità – la luce per sconfiggere le tenebre, la bambina morta che avrebbe potuto essere semplicemente in fin di vita e guadagnarci in credibilità – l’idea di base dei sigilli non mi è sembrata cattivissima, almeno dà un senso alla differenza negli occhi (dopo l’evocazione gli occhi di Eynis tornano gialli come quelli della sorella) e alla potenza repressa della protagonista, che rimane comunque inspiegabile sotto moltissimi altri aspetti.
Chiaramente, il fatto che Eynis sia l’unica ad aver evocato lo Spirito della Luce nella storia del mondo fa perdere i pochi punti guadagnati. L’unica consolazione è che lo fa attingendo all’energia immagazzinata dal padre, quindi non è tutto frutto del suo innato talento.

4.    Out of character reverse
Bedwyr da buono era diventato cattivo ma non poteva certo non tornare buono, ci mancherebbe altro. Il punto chiave è un discorso con Eryn, che gli rivela la triste verità:

I soldati di Pseudos attaccano la gente, spadroneggiano, distruggono i villaggi spacciandosi per Amorphi o Ribelli.

Che bene o male era esattamente quello che sosteneva la Compagnia delle Razze di cui faceva parte prima di cambiare bandiera in preda a una sindrome premestruale particolarmente intensa.
Ma ora si fa prendere – di nuovo – dai dubbi. Meno male che non diventa Re, visto che basta una storiella imbastita in trenta secondi trenta per fargli cambiare idea al ritmo di una trottola.
Comunque Bedwyr ha bisogno di un’ulteriore conferma, e visto che il popolo di Ahina Sohul definisce Pseudos un bravo sovrano, prende il suo cavallo e va a interrogare la gente dei villaggi del circondario, che gli serve tutt’un altro minestrone.

Pseudos è un impostore, alleato degli amorphi. Il principe rappresenterebbe il potere legittimo, ma è già stato traviato dall’usurpatore. I Ribelli sono l’unica speranza di pace per Nadesh.

Contando su queste affidabilissime fonti, Bedwyr fugge sotto le sembianze di un falco, potere che deriva da una piuma affidatogli dall’Aquila Bianca, al secolo la sua mammina – non ci è dato sapere come lui possa sapere a cosa serva, quella piuma – e vola veloce verso i ribelli.

5.    Pathos
No, non cercatelo. Non c’è. Un grande difetto che permane anche in questo terzo volume è il ritmo narrativo lista-della-spesa, con il grande difetto che questa condizione permane anche nelle scene che dovrebbero essere di maggior coinvolgimento per il lettore. Un esempio è la scena del duello tra Bedwyr e Pseudos. Scena che potrei riportare per intero in questa recensione senza paura di occupare troppo spazio. Non lo farò per comodità, ma per la cronaca la scena da Bedwyr che entra nella sala del trono (quando nella scena precedente era in mezzo alla battaglia: come vi sia riuscito a entrare, non ci è dato sapere) al momento in cui taglia la testa allo zio con un solo fendente conta 370 parole. La morte dell’Usurpatore condensata in un duello raccontato in mezza pagina di Word.
Stesso vale per tutte le altre scene.
Il recupero delle pagine nel Regno dei Lupi deve avvenire sottraendole da una grotta dove sono sorvegliate da un drago millenario. Ovviamente, chiunque vi sia entrato non ne è mai uscito vivo. Ovviamente, i nostri eroi vi entrano, svegliano il drago che con nonchalance prende e vola via senza che nessuno si spezzi nemmeno un’unghia. Ma che fortunelli!

6.    Stile
Non sono un’esperta, ma questa è un’aggravante (per il libro): non c’è una sola scena che non mi sia sembrata il riassunto del riassunto del riassunto, particolari lasciati agli avverbi e agli aggettivi, descrizioni ridotte all’osso, duelli ridotti a due parole in croce. Di esempi ce ne sono a bizzeffe.
Questo dal duello finale di cui sopra:

Si scambiarono una rapida serie di colpi, le lame delle spade che cozzavano e mandavano scintille risuonando nella grande sala deserta. Era difficile dire chi fosse in vantaggio: Pseudos era avanti con gli anni, ma era un esperto guerriero. Bedwyr dal canto suo, giovane e nel vivo delle forze, era indebolito dalla ferita al fianco che continuava a sanguinare. Pseudos se ne accorse, e si sporse in avanti a colpirlo con un pugno nel punto offeso. Sentendo gli anelli della cotta di maglia conficcarsi nella ferita aperta, Bedwyr urlò.

Lasciamo perdere la gestione del punto di vista – in teoria è quello di Bedwyr, in pratica aleggia fuori dalla coscienza di entrambi come uno spettatore annoiato che sorseggia un cocktail e piazza una scommessa.
Andiamo sul romantico:

Jadifh la guardò negli occhi per un attimo, le prese il viso tra le mani e la baciò.
Quando si allontanò, lei non si era pienamente resa conto di ciò che era successo: ammutolita, continuava a stringergli il colletto tra i pugni, gli occhi sgranati.
Ma quando lui esitante si chinò di nuovo, Eynis gli lasciò andare la camicia, si aggrappò al suo collo, e si baciarono ancora per un lungo istante.

Questo il primo bacio, atteso da stormi di giovani fan da anni e anni e anni. Ma nessun problema, ne verranno molti altri, a seguire. Quantità compensa qualità!
Senza parlare di una piccola perla: la sorella adottiva di Eynis le chiede se sia innamorata di Jadifh, e lei, dopo aver cercato di negare l’innegabile, annuisce con adorabile imbarazzo. Ma alla domanda se lui la ami, la risposta è:

Non saprei. Non me l’ha mai detto.

No, gliel’ha solo dimostrato in tutti i modi umanamente possibili. Ma si sa, «raccontare e non mostrare» si abbina benissimo con «dire e non dimostrare».

7.    Inutilesse
Ci sono stati molti punti di questo libro in cui ho pensato: Paolini!
Un esempio è l’incontro con gli “elfi scuri”, che dà il via a un interessante siparietto in cui viene riassunta la storia dei quattro elfi fondatori di Nadesh. Questi elfi avranno un ruolo chiave nella storia che giustifica un sermone lungo tre volte qualsiasi scena madre o scompariranno nel nulla per il resto della storia? Serve dare una risposta?
Interessante anche la comparsa degli elfi dei flutti, con l’unico ruolo di fare numero per vincere la guerra. Chi siano non l’ho capito bene, ma questa può essere stata mia disattenzione. Sta di fatto che ripescano Galdwin che cade dal dorso del drago dritto nel mare in tempesta e sì, sopravvive. Magia!

8.    Arrivano le aquile!
Se nel secondo libro c’era stata la battaglia del Fosso di Helm, in questo si combatte quella per la Terra di Mezzo.
L’arrivo dei draghi (deus ex machina, serve dirlo? Visto che i draghi avevano chiaramente ribadito di non voler immischiarsi negli affari degli uomini) è molto simile all’arrivo delle aquile davanti ai cancelli di Mordor, la fuga degli spiriti di Malbrek è la distruzione dell’anello che *puff*, neutralizza in un nanosecondo tutte le forze nemiche.
Dopo la calma, avviene l’incoronazione del Re ad Ahina Sohul, e tutti vissero felici e contenti. Ovviamente, il tutto in una manciata di pagine, tanto per non smentire lo stile ritmato del resto del libro.

9.    Introspezione
I miei ultimi due centesimi li vorrei dedicare all’introspezione dei personaggi. Permettendo che non mi reputo una persona insensibile – ho pianto come una fontana durante tutto La Porta di Tolomeo, e frignato una mattina intera dopo aver letto della morte di Artù nelle Nebbie di Avalon – quindi in questo caso posso credere che il problema non sia mio.
In realtà a parte qualche risata e qualche revival kawaii della mia adolescenza malsana, l’empatia che ho avuto con i personaggi è stata pari a zero.
Eryn è affetta da una totale schizofrenia: ora è buona, ora è isterica, ora è tormentata, ora è innamorata di Jadifh, ora lo odia, ora è una traditrice e cinque minuti dopo non è colpa sua… tutto questo avrebbe senso trattato da mani più esperte con la capacità esprimere più chiaramente un probabile conflitto interiore che dominava il personaggio. L’impressione che ne ho avuto io è che l’autrice scrivesse a caso come se parlasse tutte le volte di una persona diversa.
Eynis e Jadifh li ho trovati insipidi: annegano in una torma di retorica e desideri repressi, che poi sfogano nel lovvo reciproco che diventa più importante di qualsiasi altra cosa.
Un amore che mi ha però lasciata indifferente. Di nuovo, porto a esempio l’evoluzione dei sentimenti tra Will e Lyra in Queste Oscure Materie, passo a passo, conoscendosi in tutti i pregi e anche nei grandissimi difetti che animavano ognuno dei due; amarsi era il loro destino, ma non un destino che si applica con il criterio del perché sì, ma in maniera credibile, coinvolgente, reale.
L’autrice probabilmente non ha l’esperienza necessaria – e non parlo della sua vita privata, a scanso di equivoci, ma della sua esperienza come scrittrice – per rendere reale una cosa così complessa come l’evoluzione dei sentimenti. Se nel primo libro avevamo sguardi e laghi di montagna, nel secondo odio imperituro che in realtà era gelosia travestita e che scompare nel giro di mezzo capitolo, nel terzo abbiamo lo sbocciare dell’amore eterno-per-sempre-e-oltre, senza avere la minima idea di come siamo arrivati a questo.
Colpo di fulmine, sì, ebbene?
I sentimenti erano raccontati, ma con superficialità, tanto che alla fine il lettore non si stupisce della loro storia non perché l’autrice l’abbia accompagnato fino a lì step by step, ma perché era ovvio dal primo maledetto momento in cui si sono incontrati, come nell’ultimo degli Harmony.
Su Bedwyr mi sono già espressa, sugli altri non c’è molto da dire. Stesse voci, cambia il colore dei capelli. Mi permetto di spendere due paroline sul povero Ereth: è stato infilato della storia per essere il sostituto di Legolas Daylin, ma la sua utilità è pari a meno cinque: due battute in croce nel corso di tutto il romanzo, e il suo mestiere di evocatore (controlla gli spiriti), che poteva essere fondamentale nella lotta contro gli Amorphi e in particolare contro Malbrek, cade nell’oblio perpetuo. D’altronde, se la favolosa Eynis non avesse sconfitto anche il Signore delle Nebbie oltre ai Tre dell’Ave Maria, la storia avrebbe perso tutto il suo senso.
Pace.

In conclusione, ho passato due serate divertenti.
Un altro motivo per cui leggo questi libri è che imparo quali sono gli errori da evitare e come non scrivere in generale, il che non guasta mai. Ma anche rido, quindi imparo in modo divertente, e tanti saluti al Re.
Ma mi fa un po’ anche arrabbiare, perché secondo me Elisa Rosso il potenziale ce l’ha – non credo che scrivere un’intera storia, per quanto discutibile sia il risultato, sia alla portata di tutti: ci troviamo comunque miglia più in su di mucchi di aspiranti che non sanno neppure usare la punteggiatura – ma sembra ignorare palesemente qualsiasi consiglio le sia stato dato nel corso degli anni trascorsi dalla pubblicazione del suo primo libro come se, comprensibile delusione a parte, pensi veramente che siano critiche gratuite mosse dall’invidia e non, sotto il sarcasmo o l’ironia, preziosi consigli per essere più accorta e scrivere qualcosa che possa essere apprezzato da una fetta di pubblico che abbia letto qualcosa di più di Twilight, Eragon e Nihal della Terra del Vento.
Solo un’ultima considerazione personale: arrivata alla fine, non riesco ancora a capire perché non si sono limitati a leggerlo, quel dannato Libro del Destino.

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Dello scrivere storie

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La disinformazione (altrui) che provoca depressione (a me).

Che ci sia tanta disinformazione sulla scrittura penso sia un fatto ormai risaputo. Non serve nemmeno tirare in ballo siti di scrittura amatoriale, basta semplicemente entrare in una libreria per capire fino a che punto si arrivi. Da aspirante scrittrice posso capire: per quanto mi riguarda alle regole della scrittura creativa ci sono arrivata per caso, e mai nessuno me ne aveva fatto cenno prima di allora.
Quindi, non me la sento di giudicare in merito a errori quali la gestione del punto di vista, descrizioni inutili, aggettivazione alle stelle. Tutt’al più, dove se ne presenta l’occasione, cerco di dare consigli, per quello che la mia ancora scarsa esperienza mi consente di fare.
C’è un solo livello che, per quanto ci provi, non riesco a comprendere. Parlo dell’idea di scrivere senza avere una storia da raccontare.
Ho una storia in testa: mi metto a scriverla. L’avere o no gli strumenti per farlo coinvolge un discorso a parte, troppo lungo per essere approfondito in poche righe e già largamente trattato da chi ha più esperienza di me. Ma questo arriva dopo, quando cerco di scrivere la mia storia, mi accorgo che non sta riuscendo come vorrei, e cerco il modo di migliorare. Dopo. Prima, serve la storia.
Mi sono chiesta molte volte quale forza oscura e misteriosa possa spingere una persona a voler scrivere una storia senza avere una storia da scrivere, tanto da chiedere suggerimento ad altri.
L’inutilità si può trovare semplicemente nel fatto che, a mio parere, se non hai una certa esperienza è difficile riuscire ad andare oltre le due righe se non senti una storia come tua, se non fa parte di te, per banale o stupida possa essere. Tutti i primi tentativi lo sono, mi stupirei del contrario.
Non mi stupisco se un lettore inesperto (in materia di letture, chiaramente) legge un libro scritto da cani, con una trama banale, gli stessi cliché triti e ritriti e gli piace, perché va da sé che non ha letto niente che sia oggettivamente meglio (oddio, ne ho sentiti anche dire che Licia Troisi è meglio di Tolkien, ma questo esula dalla mia comprensione).
È normale che la scrittura sembri qualcosa alla portata di tutti, un hobby, un passatempo, un battere le dita sulla tastiera al ritmo di Undisclosed desires, e guai a chi osa criticare.
Anche il fatto che, stando a quanto ho letto, molti si preoccupino di come riuscire a pubblicare senza magari aver scritto neppure mezza riga non aiuta.
Ma non è tanto questo a lasciarmi perplessa – e a darmi un po’ di tristezza, se devo essere sincera. È proprio il fatto che lo stimolo che porta a scrivere sia cambiato a rendermi triste, il fatto che sembri più importante vedere un rettangolo di carta e cartone con stampato sopra il proprio nome piuttosto che mettere su carta una storia che si ha in testa da mesi, o da anni.
È come se tutta la magia, la bellezza dello scrivere una storia fosse svanita, e no, non è colpa degli eBook. Se qualcuno pensa che un eBook ben scritto sia peggio di un libro cartaceo mediocre o banale, quel qualcuno è un idiota, e al diavolo la diplomazia.

In conclusione, dico solo che quando leggo di una persona comincia a scrivere solo per guadagnare soldi, ecco, in questo caso mi deprimo di meno. Rido, tutt’al più, visto che con la scrittura forse, ma forse, ci paga la tassa sull’immondizia.

Un altro giorno come i suoi occhi

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Non sapeva dove lui fosse. Non sapeva nemmeno dove cercarlo. Non sapeva se si trovasse ancora in città, ma almeno questo lo sentiva.
Si guardava intorno in continuazione, come in quelle prime settimane dopo che lui se n’era andato. Si guardava intorno sulla metropolitana, sulla strada, passava le ore di lezione a guardare fuori dalla finestra.
Non aveva più parlato con Jaden. Era passata una settimana da quel giorno in caffetteria, e non si erano ancora rivolti nemmeno un cenno di saluto entrando in aula la mattina. Questa situazione le provocava una fitta al cuore ogni volta che alzava gli occhi sulla sua nuca, temeva che se l’avesse guardato negli occhi sarebbe crollata come un castello di carte.
Le sue giornate si susseguivano prive di qualsiasi emozione che non fosse una ricerca ossessiva di un segnale qualsiasi attorno a sé.
Se vado avanti così, impazzirò.
In classe, quel giorno, non riusciva a seguire una parola. Era seduta vicino alla finestra, con un posto vuoto accanto a sé occupato dalla sua borsa – per essere sicura rimanesse vuoto.
Seguì con lo sguardo la matita che rotolava sul tavolo. Arrivò fino al bordo, cadde a terra con un rumore secco. Iris non si mosse, mormorò un grazie alla mano che la raccolse e gliel’appoggiò sul banco.
Guardò di nuovo fuori dalla finestra, era un giorno di nebbia. Un altro giorno come i suoi occhi.