Archivio mensile:marzo 2012

Cappuccino

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« Mi chiamo Gianluca ».
Me lo disse mentre buttava via in fondi del caffè, un’informazione insignificante lasciata cadere tra i rifiuti. Inghiottii troppo in fretta un sorso di cappuccino, e mi ustionai la gola.
« Sofia » riuscii a boccheggiare.
Lui si voltò verso di me e mi sorrise un’altra volta. « Lo so ». Non disse altro, lasciandomi lì con la tazza in mano e probabilmente anche con lo sguardo da idiota.
« Perché non sei andata a lezione allora? »
« Non ne avevo voglia ». Parole sante. Quel giorno di voglia ne avevo proprio zero.
Allineò le tazzine sul bancone. « La materia incriminata? »
Sospirai, sono sicura che sospirai. « Inglese ».
« Don’t you like it? »
Scossi la testa. Non avevo la minima intenzione di dargli corda in quella lingua astrusa.
« E non dirmi che imparare l’inglese è importante » lo minacciai. Ero sempre stata piuttosto suscettibile sull’argomento.
« Non volevo dire niente ». Si appoggiò sui gomiti al bancone, davanti al mio naso. « Non mi sembravi il tipo da saltare le lezioni, tutto qui ».
« Oggi non era giornata » tagliai corto.
Lui annuì, come se quello che stavo dicendo avesse perfettamente senso, quando non ne aveva nemmeno ai miei occhi. Ero uscita di casa talmente in ritardo da non riuscire nemmeno a fermarmi per la colazione. Avevo fatto di corsa tutta la strada da casa all’università, dopodiché mi ero girata ed ero tornata indietro. Avevo voglia di cappuccino, e zero voglia di umiliarmi con le stupide domande dell’insegnante. Detestavo l’inglese, lo detestavo proprio.
Glielo raccontai, ne sono sicura. Gli raccontai dei mille e uno motivi per cui Sofia detesta l’inglese, uno per uno. Lui mi ascoltò, appoggiato al muro alle sue spalle, senza mai smettere di guardarmi. Non so esattamente per quanto tempo sia andata avanti ad annoiarlo. Sono stata interrotta solo dall’arrivo di un altro cliente.
In quel momento, avvertii delusione. Non per non aver finito il mio stupido discorso – quando devo sfogarmi su qualcosa in genere va a finire che divento ridicola, forse non è stato un male che sia stata fermata prima che la cosa cominciasse a degenerare – ma per l’intimità che ci era stata portata via, la stessa che all’inizio mi aveva messo un po’ a disagio.
Incassai il colpo, e finii il cappuccino che intanto era diventato freddo. Soffocai un sorriso: c’era voluta una sequela di lamentele sull’inglese per far freddare un cappuccino, credo fosse la prima volta che mi succedeva da lustri. Gli sorrisi un’ultima volta mentre raccoglievo giacca e dizionario, e uscii di nuovo nel gelo della strada, consapevole che se non avessi studiato almeno un paio d’ore quella mattina mi sarei sentita in colpa per il resto della giornata.
Solo quando arrivai a casa mi resi conto che mi ero dimenticata di pagare.

Degli insulti e della critica

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Cristoforo Colombo

Aggiungo i miei due cent a una questione già largamente trattata, ma che sembra ancora avvolta in una fitta nebbia di dubbi e opinioni contrastanti.
Molti autori pubblicati – non serve neanche fare dei nomi, a questo punto – si sono più volte scagliati contro le critiche, o, quando non lo hanno fatto, le hanno deliberatamente ignorate. Tutto ciò rientra tranquillamente nei loro diritti, non è mio interesse confutare ciò.
Il punto che voglio trattare è quando si dice che gli insulti vanno ignorati, che sono solo frutto di invidiosi o perditempo, che chi insulta un libro non merita nemmeno di essere preso in considerazione. Tutto ciò è vero fino a un certo punto.
Che gli insulti siano sbagliati, o al limite discutibili, penso siano tutti d’accordo. Sul fatto che siano da ignorare il discorso cambia.
Ma vado con ordine. Poniamo l’uscita del libro dell’autore esordiente Cristoforo Colombo. Libro fantasy, perché è il settore a maggiore concentrato di “cose che voi umani…”, che parla del viaggio dell’eroe Pippo e della sua allegra Compagnia per trovare il Talismano dell’Evil Overlord nel Regno delle Tenebre. Lasciamo perdere per un attimo il motivo per cui il libro viene pubblicato – Cristoforo ha dieci anni; la mamma di Cristoforo lavora per la casa editrice; Cristoforo conosce un agente letterario; Cristoforo è molto ricco; Cristoforo è molto fortunato – sta di fatto che tot tempo dopo il libro fa la sua bella mostra sullo scaffale della libreria della città, con tanto di copertina strafiga e venduto al modico prezzo di venti euro.
Aggiungiamo la clausola Buona Fede™: il romanzo è mediocre per essere buoni, la trama è aria fritta, il POV aleggia nell’Iperuranio, i duelli invece che dai personaggi sono combattuti da aggettivi e avverbi e il Deus ex Machina è sempre dietro l’angolo, ma Cristoforo questo non lo sa. Cristoforo è ingenuo, si è informato poco, si è fatto trarre in inganno dai complimenti di qualche parente che parla troppo, ha letto un paio di libri di fantasy italiano e si è fatto l’idea che è così che si scrive un libro. Quindi, non abbiamo davanti una persona disonesta che sa di scrivere vaccate e se ne frega dei lettori. Abbiamo un ragazzo/uomo ingenuo – forse un po’ tonto – che crede veramente di aver scritto, se non il capolavoro del secolo dopo Il Signore degli Anelli, perlomeno un libro godibile e formalmente corretto.
Passano le settimane, e cominciano ad arrivare le prime recensioni. Su dieci recensioni, quattro si possono riassumere in altrettante parole: il libro fa schifo.
Ohibò. Cristoforo è confuso, amareggiato, arrabbiato. E a ragione: chi non lo sarebbe se qualcuno dicesse che il proprio lavoro, frutto di fatica e impegno, fa schifo? Ma qui arriva il dilemma: secondo molti autori – e lettori – Cristoforo dovrebbe prestare orecchio solo alle altre recensioni (che in questo caso dicono un generico bellissimo!, senza a loro volta argomentare) e lasciare perdere chi insulta o dice che il libro fa schifo perché:
a)    è un frustrato/invidioso (ormai un evergreen);
b)    ha molto tempo da perdere
c)    vuole solo insultare
d)    non è una critica argomentata quindi non vale niente.
Il dilemma diventa, è giusto ignorare quel fa schifo non argomentato e prendere per Verità Assoluta™ un bellissimo altrettanto non argomentato?
Il punto è che dovrebbe valere il contrario. Mi spiego meglio.
Un libro di per sé regolarmente pubblicato – non da casa editrice a pagamento, che richiede un discorso a parte – dovrebbe essere bello di default. In questo caso dovrebbero entrare in gioco altre variabili, come quelle dei gusti personali, ma a parte qualche refuso o piccolo errore – che può sfuggire anche ai migliori – il libro dovrebbe non solo non fare schifo, ma essere di buona qualità e non provocare questo tipo di commenti.
Quando un lettore dice che un libro è bello, dice l’ovvio. È stato pubblicato, come minimo deve essere bello. Al massimo può non piacere per altri motivi.
Ma qualunque sia il motivo per il quale quattro persone pensino che faccia schifo, un autore dovrebbe avere il dovere di chiedersi perché quelle quattro persone lo pensano.
Perché sono invidiose. Questa è la tipica risposta da autore ignorante e pieno di sé che crede di aver scritto un capolavoro. La storia dell’invidia va bene finché si studia alle elementari, ma, gioie mie, che risultato devo aspettarmi dal lavoro di uno scrittore che ragiona come un bimbo delle elementari?
Perché non hanno altro da fare che criticare. E il recensore potrebbe ribattere che lo scrittore non aveva altro da fare che scrivere stronzate, è un discorso che non porta a nulla. Ognuno usa il suo tempo come vuole, come accusa è vuota.
Vuole solo insultare. Possibilissimo, di idioti è pieno il mondo. Ma secondo la mia esperienza gli idioti leggono poco, se leggono non recensiscono, se recensiscono scrivono bellissimo! È possibile, ma non è la prima possibilità.
Non è argomentato. Vero, ma, come sopra, neppure il bellissimo lo è. Una critica non argomentata è sempre una critica.
Nel libro c’è qualcosa che non va. La scoperta dell’acqua calda, l’unica ipotesi a cui un autore esordiente non arriva mai. Anche se un lettore è maleducato, usa le parolacce, insulta random, denigra lo scritto con le più becere metafore, magari, magari, non è perché ha mangiato pesce avariato a pranzo o perché il giorno prima si è preso le legnate e si sfoga demolendo romanzi altrui, o perché il nome Cristoforo gli ispira antipatia, ma perché nel libro ci sono dei difetti.
Quindi, prima di pensare a ipotesi complottistiche made in Italy, sarebbe opportuno chiedersi perché la lettura della propria opera ha fatto incazzare un lettore, ridere di gusto un altro, bruciare il libro un terzo. NON cominciare a dire chi sei tu per criticare, ma cosa ho scritto io per essere criticato. Lasciamo perdere quando la recensione negativa è articolata e ricca di argomenti, ma ancora viene bollata come da frustrati, o da soliti invidiosi.
Quindi, il succo del discorso è: ignorare gli insulti è da idioti. Perché se qualcuno insulta la tua opera – o te come autore, non certo come persona – dopo averla letta un motivo ce l’ha per forza. Ovviamente non nego la possibilità che qualcuno insulti perché sì, ma a logica direi che i casi sono davvero rari.
Per l’ennesima volta, quando Cristoforo pubblica, si espone a un giudizio: inutile poi lamentarsi se il giudizio è cattivo, crudele, malvagio o blasfemo.
Ha avuto ragione Neil Gaiman quando disse George Martin is not your bitch, ma è vero anche il contrario: un lettore non è un bidone della spazzatura programmato solo per fare complimenti. È una persona, come lo è l’autore. Inutile dire «è facile pubblicare su internet perché ci si nasconde dietro un soprannome», dal momento che non mi pare ci siano leggi che vietano di pubblicare sotto pseudonimo. Se ti metti in gioco con nome e faccia, accetti quello che ne viene. Se ne hai la maturità. Altrimenti, vai a piantare alberi.