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L’uomo che divenne Re e altre storie

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Attenzione: lievissimi spoiler

(Lo scrivo così in caso ho il posteriore ben protetto, ma dovrei essere stata abbastanza attenta).

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Stemma della casa Martell. Perché? Perché piacciono a me.

Ho cominciato a leggere le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco per caso, senza sapere poco o nulla della storia o dei personaggi, dell’autore o del traduttore. Ho letto la versione italiana e l’ho trovata da subito scorrevole e appassionante, tanto da affrettarmi a mettere le grinfie su tutti i volumetti fino ad allora pubblicati.

Dopo ho scoperto che c’erano dei grossi errori di traduzione. Non perché qualcuno è venuto a dirmelo, ma perché alcuni erano talmente evidenti – tipo i capelli di Sansa, che in dodici libri cambiano colore settordici volte – che ho dovuto andarmi a cercare la versione originale, visto che non ci capivo nulla.
Questo post non vuole essere né una lezioncina né un articolo di protesta. Ho voluto solo raccogliere alcune scene rappresentative di alcuni errori – che errori non sembrano: sembrano proprio aggiunte indiscriminate – che ritengo abbastanza importanti, per raggrupparli da qualche parte e chiarire alcuni dubbi che per me, nella lettura, sono stati importanti. E perché a un certo punto fanno anche arrabbiare.

Parte uno: Targaryen uno e trino

Upon a towering barbed throne sat an old man in rich robes, an old man with dark eyes and long silver-grey hair. “Let him be king over charred bones and cooked meat,” he said to a man below him. “Let him be the king of ashes.” Drogon shrieked, his claws digging through silk and skin, but the king on his throne never heard, and Dany moved on.
Viserys, was her first thought the next time she paused, but a second glance told her otherwise. The man had her brother’s hair, but he was taller, and his eyes were a dark indigo rather than lilac. “Aegon,” he said to a woman nursing a newborn babe in a great wooden bed. “What better name for a king?”
“Will you make a song for him?” the woman asked.
“He has a song,” the man replied. “He is the prince that was promised, and his is the song of ice and fire.” He looked up when he said it and his eyes met Dany’s, and it seemed as if he saw her standing there beyond the door. “There must be one more,” he said, though whether he was speaking to her or the woman in the bed she could not say. “The dragon has three heads.”

George R.R. Martin, A Clash of Kings

La traduzione italiana:

Su un torreggiante trono irto di protuberanze acuminate, sedeva un vecchio riccamente vestito, dagli occhi neri e dai lunghi capelli grigio argentei.
«Lascia che diventi il re di ossa carbonizzate e di carne bruciata» disse l’uomo sul trono a un altro uomo più in basso. «Lascia che diventi il re delle ceneri.»
Drogon emise un urlo stridulo, i suoi artigli scavavano nella seta e nella pelle. Il re sul frastagliato scranno di metallo non parve udire. Dany avanzò verso di lui.
Viserys. Fu quello il suo primo pensiero. Ma non era così. L’uomo sul trono di lame d’acciaio aveva gli stessi capelli di suo fratello, ma i suoi occhi erano neri come ossidiana, non violetti.
«Aegon» disse il sovrano rivolto alla donna che stava allattando un neonato su un grande letto di legno. «Quale nome migliore di questo per un re?»
«Comporrai una canzone per lui?» chiese la donna.
«Ha già una canzone» rispose il re. «È il principe che venne promesso, e il suo canto è il canto del ghiaccio e del fuoco.»
Sollevò lo sguardo. I suoi occhi incontrarono quelli di Daenerys. Per un fugace momento, parve vederla, là in piedi oltre le porte di bronzo.
«Deve essercene un altro» fu impossibile dire a chi l’uomo sul trono di lame stesse rivolgendosi, se alla donna con il bimbo in braccio o a Dany. «Il drago ha tre teste.»

George R.R. Martin, La Regina dei Draghi, traduzione di Sergio Altieri

Questa è una delle scene più importanti del secondo libro, non fosse altro perché nomina la marginalissima profezia che dà il titolo all’intera serie. In questa scena Daenerys, nella Casa degli Eterni, incontra nell’ordine gli spettri di suo padre Aerys il Folle mentre ordina la distruzione della città, e poi del fratello Rhaegar.
Il traduttore, per ragioni note solo a lui, mescola le due scene e i due personaggi, snaturandone totalmente il senso. Anche un lettore poco attento, infatti, può chiedersi tranquillamente cosa diamine ci faccia un letto nella sala del Trono di Spade. Se c’è scritto the man, a che pro tradurre con il re, o inventarsi un Trono che nella scena non c’è? Il risultato di questo collage è che la scena risulta totalmente incomprensibile.

 

Parte 2: La rosellina di Renly Baratheon

Jaime grabbed the boy with his good hand and yanked him around. “I am the Lord Commander of the Kingsguard, you arrogant pup. Your commander, so long as you wear that white cloak. Now sheathe your bloody sword, or I’ll take it from you and shove it up some place even Renly never found.”

George R.R. Martin, A Storm of Swords

Jaime afferrò il ragazzo con la sinistra, strattonandolo per obbligarlo a voltarsi. «Io sono il lord comandante della Guardia reale, giovane idiota arrogante. E fino a quando indosserai quel mantello bianco, sono il tuo comandante. Ora metti via quella fottuta lama, o te la strappo di mano e te la pianto su per qualche buco da dove nemmeno Renly riuscirà a tirarla fuori

George R.R. Martin, Il Portale delle Tenebre, traduzione di S.Altieri

Questa scena è relativamente più innocua, ma la traduzione imprecisa va ad ammazzare un indizio sulla vera natura del rapporto tra Loras e Renly. Non è indispensabile per capire la serie, va bene, ma rimane comunque un tassello nel mosaico dei rapporti tra i personaggi, e a che pro cambiarlo? I corsivi che scompaiono li ho segnati per il semplice fatto che erano corsivi enfatizzanti: se Martin li ha messi, perché levarli?

 

Parte 3: Mio? Tuo? Nostro? Tuo?

“When King’s Landing fell, Ser Jaime slew your king with a golden sword, and I wondered where you were.”
“Far away,” Ser Gerold said, “or Aerys would yet sit the Iron Throne, and our false brother would burn in seven hells.”

George R.R. Martin, A Game of Thrones

Questa scena fa parte di una ricordo di Eddard, nel dettaglio la battaglia alla Torre della Gioia per soccorrere Lyanna. Ser Gerold, capitano della Guardia Reale, fa un chiaro riferimento a dove avrebbe mandato Jaime se fosse stato ad Approdo del Re.
In italiano però fa lo scaricabarile:

«Anche quando Approdo del Re è caduta» riprese Ned. «Quando ser Jaime ha ucciso il vostro re con la sua spada dorata, ho continuato a chiedermi dove foste.»
«Lontano» rispose ser Gerold. «Diversamente, Aerys continuerebbe a sedere sul Trono di Spade e il tuo falso fratello Robert brucerebbe al fondo dei sette inferi.»

George R.R. Martin, Il Grande Inverno, traduzione di S.Altieri

Altro cambiamento relativamente “di poco conto”, ma totalmente ingiustificato. Perché cambiare una frase così arbitrariamente. “Nostro falso fratello” aveva senso nell’ambito della Guardia Reale. Con Ned e Robert non ne ha.

 

Parte 4: Il Cavaliere della Mano

Queste sono scemenze, ma scemenze provocate. Cambiare Hand of the King in Primo Cavaliere è una scelta del traduttore tutto sommato accettabile, però si vanno a perdere giochi di parole come:

He pushed away from her and raised his arm, forcing his stump into her face. “A Hand without a hand? A bad jape, sister. Don’t ask me to rule.”

George R.R. Martin, A Feast for Crows

Jaime la respinse e alzò il braccio, avvicinando il moncherino verso il suo viso. «Un Primo Cavaliere mutilato? Pessima battuta, sorella. Non chiedermi di governare.»

George R.R. Martin, Il Dominio della Regina, traduzione di S.Altieri

In un’altra scena, Shae ironizza con Tyrion sulla “solitudine” del Hand of the King nella sua torre, e di cosa doveva fare per passare il tempo in mancanza di una compagna, commentando:

“You’ll think of me every time you go to bed. Then you’ll get hard and you’ll have no one to help you and you’ll never be able to sleep unless you” – she grinned that wicked grin Tyrion liked so well – “Is that why they call it the Tower of the Hand, m’lord?”

George R.R. Martin, A Clash of Kings

Che in italiano diventa:

«Ogni volta che andrai a letto, penserai a me. Poi ti verrà duro, ma non ci sarà nessuno ad aiutarti, così sarai costretto a…» Fece quel suo sorriso malizioso che a Tyrion piaceva tanto. «Torre del Primo Cavaliere la chiamano? Forse dovrebbero rinominarla “torre del cavaliere solitario”…»

George R.R. Martin, Il Regno dei Lupi, traduzione di S.Altieri

Che non rende minimamente quanto l’originale. Però questo lo posso capire. Mano del Re in effetti non è un granché.
Come, a proposito, capisco The Hound che diventa Il Mastino: perde un po’ nel suo significato – il segugio di Re Joffrey – ma in italiano si adatta sicuramente di più alla figura di Sandor Clegane.

Altri giochi di parole invece funzionano ancora meno.

 

Parte 5: la testa dell’imene

In questa scena, lord Tywin rimprovera Joffrey di avere l’ossessione di staccare teste random, e gli consiglia di comportarsi come concerne a un ragazzo della sua età e pensare piuttosto a where to put it:

“[Joffrey,] When I’ve won your war for you, we will restore the king’s peace and the king’s justice. The only head that need concern you is Margaery Tyrell’s maidenhead.”

George R.R. Martin, A Storm of Swords

Che in italiano diventa:

«[Joffrey,] Quando avrò vinto questa querra per te, restaureremo la pace del re e la giustizia del re. Per adesso, l’unica testa di cui devi preoccuparti è quella dell’imene di Margaery Tyrell

George R.R. Martin, I Fiumi della Guerra, traduzione di S.Altieri

Ora, lascio il beneficio del dubbio, se qualcuno vorrà correggermi rettificherò subito, ma io testa dell’imene non l’ho mai sentita in tutta la mia vita, e a quanto pare nemmeno Google.

 

Parte 6: i ricami di Re Balon

Il motto dei Greyjoy è:

“We do not sow”.

Ora, in quale mondo parallelo questo diventa

“Noi non sappiamo tessere”?

Sono Greyjoy, vivono su isole rocciose, razziano e pescano, ma non coltivano né seminano. Lo dicono, mi pare. Ma a parte questo, perché diamine uno nel motto della sua famiglia dovrebbe metterci le sue scarse capacità con ago e filo? Chi se ne frega!

Parte 7: la porta Rossa

Di questo mi sono accorta per puro caso. È Daenerys che ricorda, alla fine dell’ultimo libro, e pensa:

Not since those half-remembered days in Braavos when she lived in the house with the red door had she been as happy.

George R.R. Martin, A Dance with Dragons

Magia!, in italiano diventa:

Era dai giorni in cui viveva a Pentos, nella casa dalla porta rossa, che Dany non era così felice.

George R.R. Martin, La Danza dei Draghi, traduzione di S.Altieri

Altra scemenza, ma che porta confusione. Pentos è dove è stata venduta, ma la prima infanzia l’ha passata a Braavos, lo ripete più volte nel corso dei libri. Perché cambiare a caso?

 

Parte 8: indovina lo Stark!

Questa scena fa parte di un capitolo di ser Barristan, in cui lui ricorda il triste destino di Ashara Dayne, disonorata da un uomo ad Harrenhal e suicidatasi dopo aver perso la sua bambina – questo per quanto ne sa o crede di saperne lui, perlomeno. Solo alla fine ser Barristan accenna al nome dell’uomo in questione, con questo pensiero:

If I had unhorsed Rhaegar and crowned Ashara queen of love and beauty, might she have looked to me instead of Stark?

George R.R. Martin, A Dance with Dragons

Dove Stark può stare benissimo tanto per Eddard ma ancora di più per Brandon, vista la differenza di carattere tra i due. Ma evidentemente Brandon non è un’ipotesi contemplata, perché in italiano, sempre per magia, diventa:

Se avessi disarcionato Rhaegar e incoronato Ashara come regina dell’amore e della bellezza, lei avrebbe guardato me invece di Eddard Stark?

Da cosa si intuisca che si parli proprio di Ned, solo i Sette lo sanno. Perché non c’è scritto proprio da nessuna parte: l’unico ulteriore indizio è dato da un racconto di Jojen, nel terzo libro, in cui si racconta che Brandon invitò lady Ashara a ballare per conto di Ned, che era troppo timido per farsi avanti. Ma non per disonorarla, evidentemente.

Con questo chiudo, perché sono stanca e stufa, ma ce ne sono decine di altri – non scomodo nemmeno il cervo che diventa unicorno, perché ormai è storia. Gli errori possono sfuggire, sono le aggiunte quelle che mi stanno proprio sulle scatole. Specie se avvengono su particolari importanti. E specie se continuano indistintamente, anche dopo dodici libri e decine di proteste. Vista la bellezza della storia, è un vero peccato.

Prigioniera del tempo

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IDU8607.IDO13050.IDE12992.IDV12922#_CopertinaAnterioreEra tanto che non leggevo un libro e sentivo il bisogno di recensirlo in questo modo. Sarà perché ne avevo sentito parlare in termini entusiasti, sarà perché mi ha attirato come una calamita, ma probabilmente è perché alla luce dei fatti è stata una delle più grandi delusioni letterarie dell’ultimo periodo. Prometteva bene, ma sono bastate poche righe a rendere la lettura prima deludente e poi esilarante. Non in senso buono.

Trama (da Qlibri):

Elisa è una studentessa liceale con tutti i normali problemi delle ragazze della sua età: la famiglia, i ragazzi, la scuola. Ma un giorno si ritrova catapultata in un’altra epoca, la Roma dei Borgia, e deve imparare a sopravvivere in un mondo completamente diverso dal suo. Mentre cerca disperatamente una soluzione per tornare nella sua epoca, due giovani si contendono il suo amore: l’affascinante e crudele Cesare Borgia e l’onesto e leale Cristiano. Il primo è disposto ad uccidere pur di possederla, il secondo darebbe la vita per lei. Chi riuscirà a conquistare il suo cuore? In un crescendo di colpi di scena, questa storia vi terrà avvinti dalla prima all’ultima pagina.

Prigioniera del tempo non parte da un presupposto originalissimo: una ragazza dalla Roma del 2009 attraverso un varco nel tempo finisce dritta nella Roma dei Borgia. Insomma, cambia l’ambientazione, ma è qualcosa di già sentito mille volte.
Però, chi se ne frega. Com’è stato per Hyperversum, a me i romanzi sui viaggi nel tempo piacciono un sacco, in più in questo caso si parlava della Roma dei Borgia, per me era praticamente un invito a nozze.
In più, e qui entriamo in zona pregiudizio, l’autrice l’ha scritto a quarant’anni, non a quindici: non vale come garanzia, ma sicuramente mi trova più disposta nei suoi confronti.
Tutti questi buoni presupposti sono stati quelli che hanno portato a una delusione ancora maggiore: ho riso molto leggendolo, ma allo stesso tempo arrivata all’ultima pagina ero piuttosto amareggiata. Vedere il Valentino ridotto a un preadolescente che strappa la margherita al ritmo di m’ama non m’ama è stato molto triste. Tanto triste.

Attenzione: di seguito mostruosi spoiler

Un romanzo a bassorilievo

Per quanto mi riguarda, un romanzo dovrebbe essere sempre una scultura a tutto tondo: da qualsiasi lato si guardi, la storia ha senso, è tridimensionale, precisa nei dettagli. Le domande che si fa il lettore nel corso della storia devono sempre riguardare gli sviluppi futuri, non i buchi di trama o le situazioni inverosimili che si creano, senza alcuna spiegazione.
Questo romanzo non è una scultura, è un bassorilievo, per di più appena abbozzato e piuttosto approssimativo. La storia ha senso solo perché l’autrice vuole darle un senso, ma se si sceglie un punto di vista diverso, è come guardare il retro di un quadro: non c’è nulla.
Partiamo dall’inizio: Elisa, la protagonista, ha avuto una giornataccia. Le è andato male il compito di matematica e ha beccato in pieno il fidanzato mentre la rendeva cornuta quanto un alce. Piena di umano sconforto, si rifugia a Castel Sant’Angelo, per godersi la vista di Rome at twilight e sospirare sulle tragedie della vita.
Senza alcuna logica, s’infila dentro una porta in cui è vietato entrare. Si trova in una biblioteca. Afferra un libro e questo innesca un meccanismo e si apre un passaggio segreto. Scende la scala nascosta e si trova sopra una botola, e sempre senza alcuna logica la apre, gattona al buio lungo un passaggio che per quello che ne sa potrebbe condurre alle fogne e, magia!, spunta nella Roma dei Borgia.
Il tutto in una manciata di pagine.
Poi. Se io mi accorgessi di avere preso il treno sbagliato e di essere arrivata a Venezia anziché a Trieste proverei la stessa sorpresa che prova la protagonista nello scoprire di essere finita nel 1496 anziché nel 2009. Tempo impiegato ad accettare la situazione? Trenta secondi.
Non è finita qui. Incontra un aitante giovanotto, servitore dei Borgia in Vaticano, e gli rivela di arrivare dal futuro. Questo che fa? La consegna a un’esorcista? La fa rinchiudere? La butta nel Tevere? La prende con la forza e l’abbandona sulla strada? No, le crede sulla parola nel giro di tre secondi, la porta a casa sua e le procura una raccomandazione per farsi assumere al servizio dei Borgia, assunzione della quale si occuperà Papa Alessandro VI in persona.
Tra l’altro, Papa andrebbe scritto maiuscolo. Non minuscolo come avviene per tutto il romanzo.
Questi sono solo i primi due-tre capitoli, ma queste situazioni al limite del surreale si ripropongono durante tutto il romanzo, a vari livelli di delirio.
Alcune perle: Elisa che rischia uno stupro da Giovanni Borgia e vuole chiamare la polizia. Elisa che s’indigna vedendo Cesare uccidere un servo, non riuscendo a capire come lui possa essere così crudele. Giovanni Borgia che muore e risorge (se è un omonimia, specificare sarebbe cosa gradita).

Il Principe di Federico Moccia

Se Cesare Borgia fosse quello descritto in questo libro, Il Principe di Machiavelli assomiglierebbe molto a Tre Metri Sopra il Cielo.
Considerato che l’introspezione dei personaggi, protagonista compresa, è profonda più o meno quanto una pozzanghera, la costruzione del personaggio del Valentino risulta una delle più ridicole dell’intera vicenda.
Cesare Borgia non era certo una macchina, era sicuramente un essere umano, capace di provare dei sentimenti. Però da qui a innamorarsi perdutamente senza nessun motivo della protagonista perché sì, riducendosi addirittura a inginocchiarsi davanti a lei, rinunciando a portarsela a letto e promettendo di sposarla – e lei è una serva – passano tre oceani tutti insieme.
Oltre a questa versione senza spina dorsale, il Valentino ha anche un altro alter-ego, il demonio spietato che non esita a far uccidere un servo – una pratica abominevole e rara per l’epoca –, che mette incinta la propria sorella, che rinchiude un servo sorpreso a rubare nel suo studio – anche questa una pratica infame: di solito bastavano due bacchettate sulle dita e la questione era risolta.
Un Cesare Borgia che sembra provenire più dai Cesaroni che dalla Roma di Papa Alessandro VI, in sostanza.

Quando la vide rimase come folgorato. Sembrava che avesse perso l’uso della parola di fronte a quell’incredibile visione. Era la fanciulla più bella che avesse mai visto. Portava i lunghi capelli color biondo miele sciolti sulle spalle ed il suo corpo snello e sinuoso si adattava perfettamente al vestito.

Questo è Cristiano, il bravo ragazzo della situazione.

Rimasto solo, Cesare si diede dello stupido. Perché diamine non l’aveva presa con la forza? Non era abituato a tirarsi indietro in determinate situazioni, tanto più che quella ragazza era solo una serva. Poi capì che in realtà voleva che lei arrivasse a desiderarlo con la stessa intensità con cui lui la desiderava. Non aveva mai provato una sensazione del genere. Quella bizzarra creatura gli faceva bruciare il sangue nelle vene al punto da annebbiargli la vista e togliergli la lucidità che lo aveva sempre contraddistinto. Si rammentò, persino, di essersi lasciato andare con lei a confidenze che non gli erano mai sfuggite con nessun’altro.

Questo invece è Cesare Borgia. (Sì, il nessun’altro è nel testo originale).

Inutile specificare a chi siano indirizzate queste paturnie, e inutile specificare che avvengono più o meno cinque minuti dopo aver fatto conoscenza con la fanciulla in questione.

Ad un certo punto lui la lasciò andare e si inginocchiò ai suoi piedi. Non si sarebbe mai azzardato a umiliarsi in quel modo di fronte a nessuno. Era la prova che lei lo aveva stregato e teneva il suo cuore nelle proprie mani.

Questo è ancora Cesare Borgia. Sì, Cesare Borgia. Non riporto la smielata che ne segue con tanto di giuramento di fedeltà imperitura perché leggerla una volta mi è bastata.

Ora, non sono contraria a questo tipo di situazioni. Anche Cesare Borgia si può innamorare, se poi la protagonista – aiutata dal fatto che proviene dal futuro – sa come rendersi accattivante agli occhi di un uomo di quell’epoca la situazione può diventare anche interessante da leggere e da trattare.
Però la situazione non può essere semplicemente Elisa è così fantastica che anche Cesare Borgia cade ai suoi piedi, anche perché il romanzo scorre talmente veloce che di questa Elisa non ci viene mostrato nulla. Sappiamo che va male in matematica, che è stata con Matteo per due anni, sappiamo che ha un motorino e che non va bene neppure in latino, ma per il resto calma piatta.
Ogni tanto butta lì un “mi mancano la famiglia e gli amici” talmente generico che sembra quasi un messaggio promozionale, ma questa mancanza non traspare minimamente dalle sue azioni.
Però di lei sappiamo una cosa fondamentale: tutti quelli che la conoscono finiscono per rimanerne affascinati, per innamorarsi di lei, o perlomeno per affezionarsi.
Addirittura gli stessi Sancha e Alfonso d’Aragona e Lucrezia Borgia si mettono contro Cesare per aiutare lei: una serva, fa sempre bene ricordarlo. Ed è a causa sua che Cesare poi perseguiterà il cognato Alfonso fino ad ucciderlo: fa sempre piacere sapere queste cose.
Un’altra scena importante che evidenza la superficialità del personaggio è quando, per necessità, si ritrova a commettere un (duplice) omicidio:

Elisa […] tirò fuori la bomboletta anti stupro e ne spruzzò il contenuto, dritto negli occhi della guardia, che si piegò in due per il bruciore. “Maledetta strega!” Urlò l’uomo imbestialito, “Che diamine mi hai fatto? Che razza di sortilegio è mai questo?” Tentò di colpirla, sebbene non riuscisse a vedere nulla, ma Elisa fu più veloce. Afferrò lo stiletto che aveva preso in prestito da Sancha e lo infilzò, all’altezza del cuore, ferendolo a morte. Nel momento in cui lo colpì, sentì le sue carni lacerarsi e, un attimo dopo, il sangue fuoriuscì copioso dalla ferita. Elisa trattenne un moto di raccapriccio mentre pensava: Cavolo, sembra uno di quei film splatter in cui il sangue scorre a fiumi. Peccato però che non si tratti di finzione!

Nelle scene successive, conato di vomito a parte, andrà avanti allegra per la sua strada a liberare il suo amato dalle prigioni: la stessa Elisa che guardava Cesare con orrore e raccapriccio perché osava far picchiare un servo, e che nel frattempo non ha cambiato idea su di lui, tanto per specificare.
Se per una donna dell’epoca dei Borgia un omicidio non era un fatto insolito, per lei è sempre stata fonte di turbamento. Tranne quando è lei stessa a compierlo: ma come specificherà poi, era per una buona causa.
Al che o la diagnosi è schizofrenia, o c’è qualcosa che non va in merito alla caratterizzazione del personaggio.

Meanwhile, in Vatican

Un altro problema che affligge questo romanzo riguarda lo scorrere del tempo. In centottanta pagine scarse si svolge una storia della durata di tre anni.
L’autrice cerca di giustificarsi specificando di “non aver voluto scrivere un romanzo storico”, e fin qui mi sta anche bene.
Sono più o meno le stesse frasi che ho letto in appendice a Hyperversum, l’intenzione di scrivere una storia fantastica e non un romanzo storico. È legittimo. Però questo non significa che si possa scegliere un’epoca e renderla meno realistica di una fiction di Canale Cinque.
In particolare la “parte storica” è ridotta a un mero riassunto.
Passano intere stagioni nello spazio di due righe, a volte intervallate da un lungo spiegazione storico sullo stile “meanwhile, in Romagna…” che sa tanto di riassunto da Wikipedia e che racconta avvenimenti chiave della storia dei Borgia condensandoli in un paio di frasi buttate lì.
Qualche esempio:

Non erano trascorsi molti giorni, da quando Giovanni aveva minacciato Elisa, che il duca di Gandia fu ritrovato a galleggiare nelle acque del Tevere. Era stato selvaggiamente ucciso la notte del 14 giugno 1497, in un vicolo buio, in prossimità del fiume. Girò la voce che a ucciderlo fosse stato un uomo su un cavallo bianco che era stato visto, aiutato da due domestici, gettare il cadavere nelle acque del Tevere.

Ovviamente passiamo oltre il fatto che un personaggio importante come Juan Borgia sia stato ucciso per amore della protagonista. Il fatto che la sua morte sia liquidata in poche righe mi ha lasciata alquanto perplessa. Alla corte di Alessandro VI era tutt’altro che un personaggio marginale.

Inoltre, tutta la faccenda del matrimonio di Cesare Borgia, della sua mancata alleanza con la Spagna e del ripiego verso la Francia viene condensata in mezza paginetta. Anche qui non si tratta di un episodio di poco conto.

Anche l’estate passò velocemente, senza che Elisa venisse a capo del suo problema. Ormai, erano trascorsi circa cinque mesi da quando aveva attraversato il varco nel tempo e la ragazza continuava a torturarsi, pensando ai propri genitori ed al dolore che dovevano provare, non sapendo dove fosse finita la loro figliola.

Interi mesi in poche righe, e nessuna scena in cui questo tormento interiore venga effettivamente mostrato.

Come se non bastasse c’era il problema di Lucrezia che fu segregata nel convento di San Sisto, per tenere nascosta agli occhi della gente la sua gravidanza. Si era cercata una riconciliazione fra lei ed il marito, per attribuire a lui la paternità, ma le cose si erano complicate ed egli si era rifiutato di stare al loro gioco. Pertanto, era stata avviata una causa di divorzio da Giovanni Sforza che ormai era divenuto un marito scomodo. Alessandro VI serbava altre mire per la figlia Lucrezia, quindi, aveva cercato di convincere lo zio del genero, il cardinale Ascanio Sforza, a parlare col giovane affinché si decidesse a concedere l’annullamento. I progetti del papa, tuttavia, non andarono a buon fine, in quanto Giovanni non ne voleva sapere. Un divorzio era un’onta insopportabile per lui e si rifiutava pertanto di concederlo.

Altro caso, la vicenda del matrimonio e successivo divorzio tra Lucrezia Borgia e Giovanni Sforza: un altro argomento che meritava uno sviluppo un po’ più approfondito che poche righe che appaiono quasi un riassunto da un libro di storia delle superiori.

Ora, capisco che l’intento dell’autrice non fosse quello di scrivere un libro sui Borgia ma su una ragazza del futuro che prima vuole farsi Cesare e poi cambia idea – in estremissima sintesi – ma secondo la mia modesta opinione un romanzo del genere non può prescindere semplicemente dai fatti storici relegandoli in un angolo e sbrigandoli in poche righe.
Senza scomodare Crichton o la Gabaldon, basta fare l’esempio di Hyperversum, che non è sicuramente il migliore del suo genere ma mantiene i patti: i protagonisti finiscono nella Francia poco prima della Battaglia di Bouvines e successivamente al tempo della ribellione dei Baroni in Inghilterra e della Crociate contro gli Albigesi, e tutti e tre questi fatti storici hanno un ruolo centrale nel romanzo, che comunque non è un romanzo storico in senso stretto e ruota attorno alle vicende dei personaggi, con l’ottica del ventunesimo secolo.
In questo romanzo questo non avviene, e le vicende dei Borgia sono lontane, quasi irrilevanti per la protagonista se non fosse per l’infatuazione malata e irreversibile che Cesare nutre per lei e che lo porta a desiderarla per sé, qualunque sia il costo – sì, lo so. Sembra quasi che sia più lei a influire sulla Storia – Cesare uccide Juan per amor suo, fa uccidere Alfonso per colpa sua – che la Storia a influire su lei. Sta per tre anni nel quindicesimo secolo, e rimane sempre la stessa persona, nelle abitudini, nel linguaggio.
A proposito di linguaggio, non posso non sottolineare il vocabolario a mio parere eccessivamente moderno che caratterizza tutti i personaggi.
In particolare, nessuno si sorprende troppo del modo di parlare della protagonista, anzi, sembrano tutti nel bene e nel male parlare come lei.
E non un accenno al fatto che magari, ma magari, la lingua che si parlava nello Stato della Chiesa nel quindicesimo secolo non era esattamente la stessa che si parla oggi. Elementare, no? Però non c’è una riga per spiegare come faccia Elisa a capire che cosa dicono o come facciano loro a capire lei. Magia? Non ci è dato sapere.

In conclusione, capisco e comprendo che questo romanzo non voleva essere nulla di più che una lettura leggera, estiva, senza pretese di malloppone storico. Però credo e ribadisco che anche una lettura leggera dovrebbe attenersi a una coerenza interna ed esterna quando si gioca con la storia, cercando di essere il più accurato possibile: quando ogni due pagine mi ritrovo a pensare che la situazione che ho davanti sia inverosimile c’è qualcosa che proprio non va.
A tutto questo posso aggiungere anche qualche difetto di stile non irrilevante – moltissimo raccontato, non solo nei fatto storici, e soprattutto saltelli di punto di vista fastidiosi al massimo. Nel giro di poche righe si passa dalla testa di Elisa a quella di Cristiano a quella di Cesare – o quella del bigliettaio di Castel Sant’Angelo, intrusione evitabilissima e inutile – senza nessuno stacco o segno, causando solo confusione nel lettore.
Delusione doppia, in conclusione, perché mi aspettavo un romanzo carino e perché parlava della Roma dei Borgia, quindi doppia aspettativa. Entrambe deluse, non c’è bisogno di specificarlo.
So che c’è un seguito. Da un lato mi attira, con questo romanzo ho riso molto, di questo gli rendo merito. Ma non so se ne ho la forza.

Un’ultima domanda prima di chiudere. Perché in ogni romanzo sui Borgia deve esserci immancabilmente una protagonista che finisce per diventare l’amante di Cesare?
Almeno in qualche romanzo potrebbe passare a Juan, sarebbe comunque un piacevole cambiamento.

Kushiel’s legacy

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Trama (da Ibs.it):

Terre d’Ange: un regno fondato dagli angeli, e popolato da individui in cui una bellezza mirabile si accompagna a un’incondizionata libertà fisica e mentale. Un unico precetto guida infatti le Tredici Case che lo dominano: Ama a tuo piacimento.
Abbandonata dalla madre in tenera età e destinata quindi a servire in una delle Case, Phèdre è nata con una piccola macchia scarlatta nell’occhio 9780765342980_custom-s6-c10sinistro. Per molti, un difetto irrimediabile. Per altri, un segno rarissimo e sconvolgente: il Dardo di Kushiel, il marchio che contraddistingue le anguissette, coloro che possono mescolare la sofferenza e il piacere per natura e non per costrizione. Un marchio che non sfugge al nobile Anafiel Delaunay, che paga il prezzo di servaggio per la giovanissima Phèdre e poi la accoglie presso di sé. Ma Delaunay non intende semplicemente farla diventare una cortigiana perfetta, un ambito oggetto del desiderio per gli uomini e le donne di Terre d’Ange. Vuole soprattutto che lei impari a osservare, ricordare e riflettere, che si trasformi cioè in un’abilissima spia, in grado di rivelargli i segreti sussurrati nell’intimità. Perché il regno è inquieto, agitato da complotti e intrighi che affondano le loro radici in un passato lontano, che Delaunay conosce fin troppo bene, e i pericoli si nascondono dietro apparenze insospettabili… Confidando unicamente sul coraggio e sulla determinazione, Phèdre sarà dunque costretta a trovare il suo posto in un universo dove tutti — amici e traditori — indossano la stessa maschera e parlano in modo suadente, dove un singolo gesto o una semplice parola possono fare la differenza tra la vita e la morte. E non avrà che una sola possibilità per difendere ciò che ha di più caro.

Attenzione: di seguito mostruosi spoiler

Per me esiste un segnale che mi fa capire quanto un libro effettivamente mi stia prendendo: arrivando verso metà, devo andare sul web a scoprire se un determinato personaggio vivrà o sarà morto per la fine della storia; preferisco saperlo prima, così da essere preparata. La maggior parte delle volte mi trattengo comunque dal farlo, ma a volte non posso farne a meno, perché ci rimarrei troppo male in caso di prematura dipartita. In questo caso è andata così.

L’inutile storia del perché ho deciso di leggere questa serie

Io e questo il primo volume di questa serie, Il dardo e la rosa, dal (per una volta forse non migliore) originale inglese Kushiel’s dart, ci scrutiamo a vicenda da anni. La prima volta che me lo sono ritrovata davanti ero una quindicenne di belle speranze. Un’amica me lo consigliò, ma lo subodorai come romanzo rosa e non le diedi minimamente retta. Anni dopo, un’altra amica me lo consigliò, ma era la stessa che mi costrinse a leggere Twilight con grandissimo entusiasmo, perciò ignorai anche il suo consiglio.
Quello che mi ha fatto cambiare idea è stato il consiglio da parte di un amico: un ragazzo del cui parere non mi sono mai fidata molto, ma se questo libro gli era piaciuto almeno avevo la garanzia che non fosse un concentrato di smancerie intervallate da scene sessuali. Insomma, almeno non poteva essere peggio delle Sfumature.
L’ho letto, e, grazie tante, l’ho adorato in ogni sua parte.

Phèdre all’epoca non poteva saperlo ma…

Il romanzo è narrato in prima persona dalla protagonista, Phèdre, al passato remoto. È una sorta di voce narrante che rievoca gli avvenimenti del suo passato, à la FitzChivalry per dire.
Uno dei principali fattori di odio, almeno a spulciare le recensioni in rete, è il vizietto della Carey di riempire le pagine di questo diario di allusioni su avvenimenti che avverranno successivamente nella storia.
Qualche esempio:

Se solo avessi saputo cosa sarebbe successo in futuro avrei implorato di poter essere presente.

Non potevo sapere, allora, che sarei stata presente quando infine sarebbe stata la sua fortuna a cambiare.

Mi sarebbe stato utile poter dire d’aver incontrato il cruarch di Alba e il suo erede […] Un fatto, questo, che avrebbe inciso sulla mia vita in modi che non potevo immaginare.

Questo potrebbe effettivamente essere annoverato tra i difetti, perché un po’ fastidioso lo è, specie alla luce che non è mai chiaro a cosa si stia riferendo. Con me però ha trovato l’effetto giusto, facendomi aumentare la curiosità e trascinandomi di peso avanti nella storia. E riuscendo anche a sorprendermi.

Attorno a Terre d’Ange

Uno dei punti di forza di questa storia è l’ambientazione. Si tratta di una specie di ucronia, di un’Europa parallela e ha come pernio il culto del beato Elua, nato dal sangue di Gesù, in arte Yeshua ben Yosef, e dalle lacrime della Magdalena.
In sintesi Elua e i suoi angeli, esiliati dal paradiso, nel loro pellegrinare sulla terra si sono stabiliti in Terre d’Ange, corrispondente alla nostra Francia; ognuno degli angeli si è stabilito in una regione a cui ha dato il nome, ad eccezione di Cassiel, fedele all’unico Dio, che è rimasto accanto a Elua a proteggerlo e servirlo. Dalla loro discendenza è nato il popolo angeline, caratterizzato da una grande bellezza esteriore.
Una di questi angeli è Namaah, colei che si è concessa al Re di Persia per liberare Elua dalla sua prigionia, e dalla cui figura nascono le Tredici Case della Corte dei Fiori Notturni, ognuna specializzata secondo una diversa natura, in cui vengono educate generazioni di cortigiane e cortigiani. Secondo il comando di Elua, ama a tuo piacimento, in Terre d’Ange (ma non negli altri paesi) la prostituzione è un sacerdozio, e lo stupro è considerato grave quanto l’omicidio.
Attorno a Terre d’Ange sorgono altre nazioni, ognuna con un suo culto, con sue caratteristiche, sue particolarità. Ci sono quindi la Skaldia delle tribù barbare che combattono tra loro, Alba al di là dello Stretto, con le tribù di picti che si tatuano il volto di blu e che seguono una successione matriarcale, vi sono poi la Serenissima, città stato principale di Cardicca Unitas, Tiberium e Lucca, il Menekhet dei Faraoni e Kriti dei figli di Minos.
La Carey pesca a piene mani dalle varie culture, ci gioca, le modifica, dando una grande importanza agli dei e al loro ruolo nei destini dei popoli. Non scrive un romanzo storico, non scrive un romanzo fantasy: scrive una sorta di via di mezzo, ma in questo caso è una macedonia bella da vedere e buona da mangiare. I rimandi non sono fastidiosi, scrivono solo una storia alternativa a partire dalla ricchezza di quella che abbiamo alle spalle.

Love as thou wilt

L’amore gioca sicuramente un ruolo importante in questa serie, anche se non principale: non è un fantasy, ma nemmeno un romanzo rosa. Se proprio dovessi classificarlo direi che tratta di avventura, ma ha alcune caratteristiche molto introspettive.
La storia d’amore comunque c’è, ed è trattata nel modo giusto, ovvero tormentata. Joscelin è la guardia cassiliana di Phèdre, assunto da Delaunay dopo la morte del suo servitore.
I due all’inizio sono cane e gatto, come in ogni storia che si rispetti; sarà durante i lunghi mesi di prigionia in Skaldia che il loro rapporto cambierà radicalmente, ma i problemi tra loro rimarranno. Lei è una cortigiana, un’anguissette che prova piacere nel dolore. Lui un accolito della confraternita cassilliana, un gruppo di monaci guerrieri che si addestrano a servire e proteggere, facendo voto di castità e celibato. Il giorno e la notte, in tutti i sensi, e gli strascichi di queste differenze se li porteranno dietro per tutta la vita. Insomma, niente storia d’amore da fiaba, ma una storia realistica, in cui i personaggi cercano di comprendersi e amarsi nonostante le grandi incompatibilità che li dividono, nonostante si feriscano in continuazione l’uno con l’altra. Una storia verosimile, e proprio per questo molto più coinvolgente.
In particolare nel secondo romanzo, ma anche nel terzo, questa profonda incompatibilità si manifesterà in maniera preponderante nel rapporto tra i due, rischiando di spezzarlo a più riprese. Soprattutto per questi motivi quando – se? – si arriverà al lieto fine, sarà un lieto fine con un senso, senza lasciare il lettore con l’idea che fosse forzato.

Sindrome di Westeros

La Carey non soffre molto della sindrome che sembra invece affliggere pesantemente Martin, quella dello sterminio incondizionato dei propri personaggi.
Ma sa sguinzagliare la signora con la Falce quando serve, e nel modo giusto. Come ho scritto all’inizio, sono andata dritta su Wikipedia a controllare che determinati personaggi non tirassero le cuoia prima del previsto. Mi sono data diversi auto-spoiler con le liste dei personaggi, ma perché in un certo senso volevo essere preparata a quello che avrei trovato girando le pagine.
In diversi casi sono rimasta sorpresa. In altri, nonostante si trattasse di personaggi marginali, sono rimasta addolorata. Alcune volte me l’aspettavo, ma non perché il romanzo diventasse incredibilmente prevedibile, ma perché c’erano degli indizi che potevano condurre in quella direzione.
Insomma, non c’è quell’eccessivo buonismo del non torcere un capello a nessuno – cosa che avrebbe probabilmente bloccato la storia a metà del primo romanzo, credo. Ma non c’è neanche una volontà di sterminio tale da portarti a lanciare il libro dalla finestra, come è accaduto a me con Tempesta di Spade (mannaggia ancora a te, Martin, alcune non te le ho ancora perdonate). Un equilibrio che lascia con la giusta dose di amaro in bocca.

Fantasy o non fantasy

Qualche persona in vena di ironia gratuita potrebbe commentare che la fortissima presenza del lato religioso in questa serie la possa etichettare tranquillamente come romanzo fantasy. In realtà l’elemento fantastico in questo medioevo/rinascimento alternativo è abbastanza marginale, almeno nei primi libri, ma sempre collegato con l’elemento mistico-soprannaturale.
La magia è sempre collegata alle divinità, al loro volere. Tutti gli dei sono reali, hanno una loro forza e una loro volontà. Ci sono anche in questo caso dei collegamenti alla nostra realtà, a partire dal culto degli Yeshuiti, i cristiani, che in questo romanzo sono emarginati e perseguitati, agli dei legati alla terra e alla fertilità di Alba, al culto dei morti la notte del primo novembre, fino all’unico Dio degli Habiru e ad Asherat del Mare alla Serenissima.
L’elemento fantasy quindi è più che altro legato agli dei e alla loro influenza sulle vicende degli umani, ma del tutto funzionale alla trama. Un’intromissione che non pesa e non suona come ridicola, ma che è semplicemente adatta al contesto della storia.

Tirando le somme, non è comunque un romanzo per tutti. Ci sono lunghe scene in cui non accade apparentemente niente. Lunghe descrizioni dettagliate di elementi poco significativi. Molto colore, molta atmosfera; c’è anche l’azione, ma generalmente comincia verso metà romanzo – rendendo detestabile la decisione della casa editrice di dividere ogni volume in due parti a cominciare dalla seconda trilogia: nei fatti va a finire che nel primo volume non succede praticamente mai niente – e ci sono molte scene che potrebbero essere definite come noiose. A me non annoiavano, ma l’oggettività è d’obbligo, la Carey è molto prolissa fin nei dettagli, e questo può appesantire un po’ il suo stile di scrittura.

Il giudizio finale su questa saga (per quanto ne ho letto finora) è senza dubbio positivo. La Carey ha plasmato un mondo a partire dal nostro, ha creato i suoi dei e riesce a giocarci con coerenza senza essere ripetitiva, banale o prevedibile. E questo, per quanto mi riguarda, non è affatto poco.

Cinquanta sfumature di grigio

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Benvenuti a questa seduta di terapia di gruppo, oggi parleremo di fantasie sessuali. Partiamo subito dicendo che sono una cosa legittima, naturale, che fanno parte dell’essere umano. Anche della versione umana cattolica, sì. Ma c’è un piccolo limite a queste fantasie: è sconsigliato metterle su carta e poi pubblicarle facendole passare per romanzo. Non è carino.

Attenzione: di seguito scostumati e lascivi spoiler!

Ecco, il best seller del momento sembra seguire questa scia. Parlarne è un po’ come tirare un secchio d’acqua nell’oceano, visto che in questo periodo sembra essere sulla bocca di tutti, generalmente divisi tra accaniti detrattori e fan sfegatati. C’è chi lo legge perché lo leggono tutti, chi l’ha letto perché gli interessava il genere, chi l’ha letto per curiosità. Io l’ho letto perché mi interessava sapere cosa avesse di tanto speciale questo libro per guadagnarsi l’etichetta di romanzo-che-tutte-le-donne-dovrebbero-leggere, del romanzo che ha riavvicinato l’universo femminile alla lettura (…), del libro destinato a dare una botta di vita a quest’Italia moralista e bigotta.
Ecco, a mio parere potevamo anche farne a meno.

La trilogia è partita come fanfiction di Twilight (o su Pattinson e la Stewart, non ho mica capito bene, ma del resto me ne frega poco). La trama è molto semplice. Anastasia/Bella è una studentessa universitaria, in procinto di laurearsi. Vive in un appartamento a Portland assieme all’amica Kate, che ovviamente a differenza sua è bellissima, ricchissima, simpatica, spigliata, e chi più ne ha più ne metta. È anche direttrice del giornale scolastico, e finalmente dopo mesi di attesa e insistenze è riuscita a ottenere un’intervista con Edward Cullen Christian Grey, miliardario di Seattle, nonché finanziatore dell’università e direttore di una multinazionale. A ventisei anni.
Il giorno dell’intervista però Kate si prende l’influenza, perciò, ignorando qualsiasi altro giornalista un minimo più esperto che collabora al giornale scolastico, ficca il registratore e la lista di domande in mano ad Anastasia e la manda a fare l’intervista al posto suo.
Inutile dire che Anastasia con Bella Swan non condivide soltanto il nome: anche lei ha i genitori divorziati, ha poca autostima e si vede meno bella di quella che è (poverina: anche lei, come Nihal, ha gli occhi troppo grandi), è goffa e imbranata e inciampa ovunque, e ovviamente è vergine, perché non ha ancora trovato il vero amore a cui concedere la sua virtù. Sì, ha anche due o tre corteggiatori, giusto perché il lettore si renda conto che non è lei che è scialba, è solo insicura, poverina.
Non appena entra nello studio dell’Adone (cit.) coprotagonista, ovviamente inciampa e cade ai suoi piedi, una perfetta anticipazione del resto del romanzo. Fa qualche altra gaffe inutile dovuta al suo estremo imbarazzo nel trovarsi di fronte a cotanto ben di Dio, ma intanto ha già conquistato la sua attenzione, dando inizio a una campagna di stalking che a confronto Edward Cullen pare un dilettante.
Il resto è una marea di cliché messi uno dopo l’altro neanche a farlo apposta.
Si comincia con la menata dello «stammi lontano, non sono l’uomo per te», mentre nel frattempo fa di tutto per incontrarla, cercando l’indirizzo dove lavora, braccandola alla sua laurea, portandola in giro con l’elicottero. Facendo ciao ciao con la manina al vecchio Edward, che si mangia le mani, perché lui all’elicottero non ci aveva mica pensato.
Insomma, mentre dice di voler allontanare Bella/Anastasia la attira dritta dritta nella sua rete, per poi asserire tranquillamente una cosa come «quando scoprirai la verità su di me vorrai andartene».

Ma certo che lei non se ne va, c’è scritto sulla quarta di copertina!
Insomma, Bella scopre che il suo Edward si diverte con una serie di frustini e aggeggi strani (pardon, non sono un’esperta) che tiene nascosti in quella che lei chiama la stanza rossa delle torture, e che ha anche una mania totale per il controllo, tanto da farle firmare un accordo di riservatezza e proporle un vero e proprio contratto per diventare la sua sottomessa. Contratto che lei, peraltro, non firmerà mai, perché l’amore entrerà presto in questa storia lasciando da parte tutto il resto.
Il resto del romanzo è una noia mortale, il che è tutto dire, visto l’argomento. È come se l’autrice si fosse limitata a cucinare un pentolone di minestra all’inizio, andando avanti a servire solo gli avanzi riscaldati fino al finale.
Lo schema è più o meno questo. Prima si ha un attimo di relativa calma, in cui lei è al settimo cielo e piena di grandi speranze sulla loro storia. Poi ha un attimo di sconforto, generalmente determinato da una frase random di lui sulla sua ex dominatrice (una donna che l’ha iniziato alla dolce arte del sadomaso quando aveva quindici anni ma no, dice lui, certo che non è stata pedofilia) o su qualcuna delle sue ex sottomesse. Questo attimo di sconforto è seguito dalle dolci rassicurazioni di Edward – «Voglio soltanto te, Bella», «Tu sei mia», «Cosa mi stai facendo?», e poi sesso, che, per carità, sarà il punto cardine dell’intero romanzo è occupa lo spazio necessario, ma per la miseria, che palle. Cambia di volta in volta solo qualche accessorio, ma lo schema è sempre lo stesso, con tanto di esplosione finale della protagonista, perché un semplice orgasmo è troppo poco. Ovviamente Anastasia è vergine all’inizio della storia, ma diventa praticamente una ninfomane cronica nel giro di un paio di capitoli, con tanto di un lieve disturbo legato all’ipersensibilità: non serve nemmeno che lui la sfiori, le basta che lui la guardi per mandarla diritta nell’iperuranio dell’eccitazione sessuale.
Tra un orgasmo e l’altro arriviamo al finale, che da solo vale tutto il libro. No, non in senso positivo. Se tutto il resto sembrava avere un minimo di senso, l’epilogo è da WTF più puro. Il succo è questo: i due hanno una discussione, che termina sempre sullo stesso punto, il perché Edward non vuole essere toccato (per così dire; a me sembra che lei gli abbia messo le mani un po’ dappertutto, ma se l’autrice dice che lui non vuole essere toccato, sarà vero). Lui glissa, non risponde, cambia discorso, di fa serio – cambia umore al mio stesso ritmo, sarà di sicuro del cancro! – perché ovviamente non vuole rivelarle i suoi traumi nascosti. Sì, è tormentato da un passato oscuro e tristerrimo, serve dirlo?
Alla fine lei se ne esce con una richiesta che ha del surreale: picchiami, così scoprirò quanto male senti quando io ti tocco. Lui, con la grazia di un vero gentleman, la prende a cinghiate sul di dietro. Una volta finito fa per abbracciarla, ma lei esplode in una vera e propria scenata isterica, piange tutte le sue lacrime, gli dà finemente del deviato mentale, lo pianta e se ne va, ignorando i suoi sguardi da cucciolo smarrito che nemmeno Red e Toby arrivano a tanta cucciolaggine.

FINE.

E tu lettore, pensi: il romanzo successivo parlerà di lui che tenta di riconquistarla e di trovare un compromesso tra il suo modo di vedere la vita e quello di lei, che si avvicina di più a due-cuori-e-una-capanna. Ti immagini già le difficoltà che farà lei, perché, per quanto sia innamorata, giustamente non accetta di essere presa a cinghiate sulle chiappe in perfetto stile medievale. Ha i suoi principi, e ovviamente l’amore non può superare diversità così incolmabili.
Beh, è così. Almeno fino a più o meno circa pagina cinque. Poi lui le rivela che ehi, bastava usassi la safeword e io mi sarei fermato e lei fa oh, scusa, me l’ero dimenticata e lui ah, fa niente, mettiamoci una pietra sopra e siamo di nuovo love-love-bomber. E io cercherò di avere la storia d’amore al caffelatte che vuoi tu, piccola. Ma tu, mangia.

Vado avanti ancora per inerzia, non so se riuscirò a finire il secondo libro. Un po’ di curiosità c’è, più che altro perché al punto in cui sono c’è una pazza ex sottomessa armata di pistola che potrebbe, potenzialmente, farli fuori tutti e due. E la speranza è sempre l’ultima a morire.

Nove buoni motivi per guardarsi la finale europea

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Attenzione: motivazioni ad alto (ma alto, proprio alto alto!) contenuto intellettuale.

1. Jesús Navas

2. Iker Casillas

3. Cesc Fàbregas

4. Gerard Piqué

5. Fernando Torres

6. David Silva

7. Xabi Alonso

8. Sergio Ramos

9. Pedro

9. Fernando Llorente

9. Javi Martínez

(E il fatto di non poter metterci dentro Hummels, GomezMüller mi secca alquanto, niente da dire).

Italia? Gioca anche l’Italia?

Dream

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Trama (da Ibs.it):

È possibile innamorarsi di un ragazzo conosciuto in sogno? Esperia pensa di sì, perché sta succedendo proprio a lei. Diciotto anni, una vita normale tra la scuola e gli amici e, improvvisamente, il colpo di fulmine. Lui si chiama William Holden, l’ha incontrato in un suo sogno e da allora non riesce più a toglierselo dalla testa. Un amore davvero impossibile, perché nella vita reale William è una pop star londinese: come dire, quanto di più lontano dalla vita di Esperia. E il loro amore svanisce con l’alba, ogni mattina.

Ci sono momenti in cui capisci che se non stacchi il cervello dallo studio per qualche ora dici addio alla tua salute mentale. Ci sono momenti in cui hai bisogno di caffè e cretinate, momenti in cui una lettura… leggera diventa come una doccia fresca in pieno agosto, di puro sollievo intellettuale, dove una sana risata porta a ritornare sui libri con un umore migliore. Ecco, sono questi i momenti in cui arrivi a leggere di tua volontà roba del genere. E a commentarla.

Ho letto Dream dopo aver letto Angel, non mi aspettavo nulla di meglio, ma neanche nulla di peggio. Ecco, non chiedete quale dei due sia meglio, je ne sais pas. Sta di fatto che mai avrei pensato di trovare una fanfiction sui Tokio Hotel pubblicata da Mondadori, e pure con una copertina dorata che personalmente trovo di un kitsch esagerato.
Comunque.
Non posso iniziare dicendo che Dream partisse con buone premesse, sarebbe una balla. In realtà, quando avevo letto la trama la prima volta, mi aveva incuriosito, perché la trama che avevo letto io si fermava a una ragazza che incontrava un ragazzo in sogno, che non sarà la premessa più originale del mondo, ma apre la strada a miliardi di svolgimenti che, se gestiti bene, possono dare vita anche a un bel romanzo – anche Inception (in confronto a questo romanzo parliamo di pianeti diversi) partiva dal tema del sogno, ed era tutto fuorché una cretinata. Purtroppo, pare che l’autrice abbia optato proprio per la strada più banale e prevedibile.
Quando ho letto che il ragazzo che sognava era la rockstar del momento e che si chiamava – guardacaso – William, la tristezza ha preso il sopravvento e tutta la curiosità è sparita. Poi sono arrivati gli esami, e tanto vale farsi una risata, eccomi qua. Evviva.

Prevedibilità
Il primo difetto di questo libro, come già detto sopra, e l’essere sempre, immancabilmente, scontato. Dalla prima pagina fino all’ultima non c’è un elemento non dico di suspense – trattandosi di un romanzo rosa, pazienza – ma manco di sorpresa. Non c’è mai il pensiero “pensavo sarebbe andata diversamente”, ma l’intero romanzo si ritrova a essere tristemente simile a una fanfiction autoreferenziale di una ragazzina che scrive di una sé stessa fittizia che si innamora del cantante dei suoi sogni. Punto, fine della storia. Davvero.

Personaggi
Caratterizzazione eccellente.
La protagonista parla in prima persona e non ho notato particolari differenze con Bella Swan. Zero passioni, zero ambizioni, le uniche note caratteristiche sono William ovunque, dai poster sulle pareti allo sfondo e alla suoneria del cellulare, e i compiti di greco che non ha voglia di fare. Ah, e l’essere persa per William e credersi pazza, vabbè.
Valerio, il cretino di turno è il ragazzo-perfetto-ma-non-ti-amo, il classico specchietto per le allodole, messo lì a fare da zerbino fino a essere scaricato con buonagrazia senza battere ciglio.
Gli amici sono prevalentemente caratterizzati solo dal nome di battesimo, c’est tout.
Nulla di nuovo sotto il sole, insomma.

Esperia
Fortunatamente non l’ho trovata irritante quanto altre protagoniste, ma anche lei ha il suo bel destreggiarsi tra trovate gegnali e seghe mentali random. Insomma, solito vortice romantico emozionale, solite lagne, soliti sospironi innamorati. Nulla di diverso dalla Vittoria del romanzo precedente, in realtà, stessa voce, stesso tutto.

Sogni
Questa è l’unica grande occasione sprecata. Praticamente la spiegazione logica del perché i due si sognino a vicenda in continuazione è semplicemente perché sono anime gemelle, e tanti saluti al re. Insomma, la realtà del sogno è solo un modo come un altro per far conoscere i due innamorati – che non so in che lingua comunichino: Esperia non specifica mai di parlare con lui in inglese, o di trovare qualche difficoltà dal momento che non è la sua lingua madre, zero al cubo – e portare al lovvo, punto.
Come una telenovela notturna a puntate. O una ficcyna preadolescenziale, come sopra.

Insomma, non so neanche perché sto ancora qui a parlarne. Forse perché mi aspettavo un minimo di miglioramento, visto che dalla pubblicazione di Angel è già passato qualche anno, credo (no, il suo primo libro non l’ho letto né MAI lo farò). Forse perché da un libro pubblicato non mi aspettavo la storia del secolo ma qualcosa di più di una fanfiction su un cantante che potrebbe adattarsi a qualsiasi idolo delle adolescenti odierno – non mi sarei stupita di trovare una cosa del genere su qualsiasi fandom, né escludo che sia cominciata come fanfiction.
Ora, nulla contro le fanfiction, a me piacciono molto e credo siano un’ottima palestra di scrittura, ma come ci sono libri e Libri, ci sono anche fanfiction e Fanfiction, e se alcune di esse meriterebbero senz’altro un passaggio alla carta stampata, altre è meglio che rimangano su internet, a uso e consumo dei fan ma lontano dalle librerie.

Gusti discutibili

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Visto che *qualcuno* continua a dirmi che i miei gusti in fatto di uomini fanno schifo (com’era? Denutriti e sul punto di morire?), farò un tentativo: la lista dei nove uomini più  belli gnokki secondo me medesima.
Vediamo se è vero.

9. Harry Lloyd
Anche con i capelli platinati di Viserys, ma in fondo lo preferisco moro.
8. Paul Bettany
Anche quando faceva l’albino nel Codice da Vinci, almeno qualcosa in quel film si salva. La mia versione preferita rimane quella del tennista di Wimbledon.
7. Hyde
È giapponese, è Adam Lang. È. Ci metto vicino anche Tetsuji Tamayama, perché è Takumi e anche semplicemente perché sì.
6. Nestor Carbonell
Generalmente non mi piace l’uomo ispanico, ma lui fa eccezione.
5. Robert Pattinson
… No, è uno scherzo. Me lo sono fatto piacere quando interpretava Cedric solo perché interpretava Cedric, ma ho smesso quasi subito. Ma adesso non sembrerà da omicidio se dico Ian Somerhalder.
4. Michael Fassbender
Colpo di fulmine a metà di Bastardi Senza Gloria. Grande delusione nello scoprire che muore quasi subito.
3. Heath Ledger
Non gli ho mai perdonato di aver osato morire. Era il mio uomo ideale per tutto il periodo del liceo.
2. Tuomas Holopainen
Serve dire perché?
1. Cillian Murphy
Sì, mi piacciono mori e con gli occhi azzurri. E con l’aria bambinesca e contorta insieme.

… Aggiungo il decimo, perché “il decimo è quello decente”, no? E io sfido chiunque a dire «è brutto» davanti a una foto di Gregory Peck.