Coriandoli

Standard

Autunno 2003

L’autunno è il carnevale dei boschi.
Il vento le pungeva il viso, il sole le bagnava i capelli. Iris si sarebbe messa a correre nel giardino, per sollevare frammenti di luce dorata a ogni suo passo, se solo fosse stata ancora bambina. Ma erano molte cose che la se stessa cresciuta si impediva di fare, e ridere tra i coriandoli di foglie cadute rientrava nell’elenco.
Una maschera, una volta indossata, va mantenuta.
Seguì a testa bassa le sue compagne, i libri di chimica sotto il braccio, la mente lontana.
Lui quel giorno uscì dai laboratori come un giullare senza sonagli.
Lo vide afferrare una manciata di foglie secche da terra, lanciarle sulle teste dei suoi compagni, calciarle fino a farle volare dappertutto.
Lei sollevò le sopracciglia, mentre un sorriso si fermava al cuore senza arrivare alle labbra. Un sorriso va lasciato libero solo al momento giusto. Le risate delle sue compagne si mescolavano al fruscio delle foglie, mentre quello strano ragazzo raccoglieva la sua borsa da terra e seguiva la sua classe verso la scuola.
Lo vide chinarsi, a raccogliere ancora una manciata di foglie – e gli altri accelerarono il passo, colmando la distanza con altre risate, e altre risate.
Solo quando lui incrociò il suo sguardo si rese conto che lo stava fissando.
Si voltò dall’altra parte, nell’istinto naturale di chi viene scoperto e vuole fingere che no, non è così.

Quando Adam le passò davanti, quel giorno, lasciò cadere l’intero mucchietto di foglie sulla sua testa.

Era il suo primo ricordo.
Da allora, ogni volta che vedo una foglia caduta, mi torna in mente Adam.

Annunci

L’uomo che divenne Re e altre storie

Standard

Attenzione: lievissimi spoiler

(Lo scrivo così in caso ho il posteriore ben protetto, ma dovrei essere stata abbastanza attenta).

tumblr_m1jvyoMcCS1qajuej

Stemma della casa Martell. Perché? Perché piacciono a me.

Ho cominciato a leggere le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco per caso, senza sapere poco o nulla della storia o dei personaggi, dell’autore o del traduttore. Ho letto la versione italiana e l’ho trovata da subito scorrevole e appassionante, tanto da affrettarmi a mettere le grinfie su tutti i volumetti fino ad allora pubblicati.

Dopo ho scoperto che c’erano dei grossi errori di traduzione. Non perché qualcuno è venuto a dirmelo, ma perché alcuni erano talmente evidenti – tipo i capelli di Sansa, che in dodici libri cambiano colore settordici volte – che ho dovuto andarmi a cercare la versione originale, visto che non ci capivo nulla.
Questo post non vuole essere né una lezioncina né un articolo di protesta. Ho voluto solo raccogliere alcune scene rappresentative di alcuni errori – che errori non sembrano: sembrano proprio aggiunte indiscriminate – che ritengo abbastanza importanti, per raggrupparli da qualche parte e chiarire alcuni dubbi che per me, nella lettura, sono stati importanti. E perché a un certo punto fanno anche arrabbiare.

Parte uno: Targaryen uno e trino

Upon a towering barbed throne sat an old man in rich robes, an old man with dark eyes and long silver-grey hair. “Let him be king over charred bones and cooked meat,” he said to a man below him. “Let him be the king of ashes.” Drogon shrieked, his claws digging through silk and skin, but the king on his throne never heard, and Dany moved on.
Viserys, was her first thought the next time she paused, but a second glance told her otherwise. The man had her brother’s hair, but he was taller, and his eyes were a dark indigo rather than lilac. “Aegon,” he said to a woman nursing a newborn babe in a great wooden bed. “What better name for a king?”
“Will you make a song for him?” the woman asked.
“He has a song,” the man replied. “He is the prince that was promised, and his is the song of ice and fire.” He looked up when he said it and his eyes met Dany’s, and it seemed as if he saw her standing there beyond the door. “There must be one more,” he said, though whether he was speaking to her or the woman in the bed she could not say. “The dragon has three heads.”

George R.R. Martin, A Clash of Kings

La traduzione italiana:

Su un torreggiante trono irto di protuberanze acuminate, sedeva un vecchio riccamente vestito, dagli occhi neri e dai lunghi capelli grigio argentei.
«Lascia che diventi il re di ossa carbonizzate e di carne bruciata» disse l’uomo sul trono a un altro uomo più in basso. «Lascia che diventi il re delle ceneri.»
Drogon emise un urlo stridulo, i suoi artigli scavavano nella seta e nella pelle. Il re sul frastagliato scranno di metallo non parve udire. Dany avanzò verso di lui.
Viserys. Fu quello il suo primo pensiero. Ma non era così. L’uomo sul trono di lame d’acciaio aveva gli stessi capelli di suo fratello, ma i suoi occhi erano neri come ossidiana, non violetti.
«Aegon» disse il sovrano rivolto alla donna che stava allattando un neonato su un grande letto di legno. «Quale nome migliore di questo per un re?»
«Comporrai una canzone per lui?» chiese la donna.
«Ha già una canzone» rispose il re. «È il principe che venne promesso, e il suo canto è il canto del ghiaccio e del fuoco.»
Sollevò lo sguardo. I suoi occhi incontrarono quelli di Daenerys. Per un fugace momento, parve vederla, là in piedi oltre le porte di bronzo.
«Deve essercene un altro» fu impossibile dire a chi l’uomo sul trono di lame stesse rivolgendosi, se alla donna con il bimbo in braccio o a Dany. «Il drago ha tre teste.»

George R.R. Martin, La Regina dei Draghi, traduzione di Sergio Altieri

Questa è una delle scene più importanti del secondo libro, non fosse altro perché nomina la marginalissima profezia che dà il titolo all’intera serie. In questa scena Daenerys, nella Casa degli Eterni, incontra nell’ordine gli spettri di suo padre Aerys il Folle mentre ordina la distruzione della città, e poi del fratello Rhaegar.
Il traduttore, per ragioni note solo a lui, mescola le due scene e i due personaggi, snaturandone totalmente il senso. Anche un lettore poco attento, infatti, può chiedersi tranquillamente cosa diamine ci faccia un letto nella sala del Trono di Spade. Se c’è scritto the man, a che pro tradurre con il re, o inventarsi un Trono che nella scena non c’è? Il risultato di questo collage è che la scena risulta totalmente incomprensibile.

 

Parte 2: La rosellina di Renly Baratheon

Jaime grabbed the boy with his good hand and yanked him around. “I am the Lord Commander of the Kingsguard, you arrogant pup. Your commander, so long as you wear that white cloak. Now sheathe your bloody sword, or I’ll take it from you and shove it up some place even Renly never found.”

George R.R. Martin, A Storm of Swords

Jaime afferrò il ragazzo con la sinistra, strattonandolo per obbligarlo a voltarsi. «Io sono il lord comandante della Guardia reale, giovane idiota arrogante. E fino a quando indosserai quel mantello bianco, sono il tuo comandante. Ora metti via quella fottuta lama, o te la strappo di mano e te la pianto su per qualche buco da dove nemmeno Renly riuscirà a tirarla fuori

George R.R. Martin, Il Portale delle Tenebre, traduzione di S.Altieri

Questa scena è relativamente più innocua, ma la traduzione imprecisa va ad ammazzare un indizio sulla vera natura del rapporto tra Loras e Renly. Non è indispensabile per capire la serie, va bene, ma rimane comunque un tassello nel mosaico dei rapporti tra i personaggi, e a che pro cambiarlo? I corsivi che scompaiono li ho segnati per il semplice fatto che erano corsivi enfatizzanti: se Martin li ha messi, perché levarli?

 

Parte 3: Mio? Tuo? Nostro? Tuo?

“When King’s Landing fell, Ser Jaime slew your king with a golden sword, and I wondered where you were.”
“Far away,” Ser Gerold said, “or Aerys would yet sit the Iron Throne, and our false brother would burn in seven hells.”

George R.R. Martin, A Game of Thrones

Questa scena fa parte di una ricordo di Eddard, nel dettaglio la battaglia alla Torre della Gioia per soccorrere Lyanna. Ser Gerold, capitano della Guardia Reale, fa un chiaro riferimento a dove avrebbe mandato Jaime se fosse stato ad Approdo del Re.
In italiano però fa lo scaricabarile:

«Anche quando Approdo del Re è caduta» riprese Ned. «Quando ser Jaime ha ucciso il vostro re con la sua spada dorata, ho continuato a chiedermi dove foste.»
«Lontano» rispose ser Gerold. «Diversamente, Aerys continuerebbe a sedere sul Trono di Spade e il tuo falso fratello Robert brucerebbe al fondo dei sette inferi.»

George R.R. Martin, Il Grande Inverno, traduzione di S.Altieri

Altro cambiamento relativamente “di poco conto”, ma totalmente ingiustificato. Perché cambiare una frase così arbitrariamente. “Nostro falso fratello” aveva senso nell’ambito della Guardia Reale. Con Ned e Robert non ne ha.

 

Parte 4: Il Cavaliere della Mano

Queste sono scemenze, ma scemenze provocate. Cambiare Hand of the King in Primo Cavaliere è una scelta del traduttore tutto sommato accettabile, però si vanno a perdere giochi di parole come:

He pushed away from her and raised his arm, forcing his stump into her face. “A Hand without a hand? A bad jape, sister. Don’t ask me to rule.”

George R.R. Martin, A Feast for Crows

Jaime la respinse e alzò il braccio, avvicinando il moncherino verso il suo viso. «Un Primo Cavaliere mutilato? Pessima battuta, sorella. Non chiedermi di governare.»

George R.R. Martin, Il Dominio della Regina, traduzione di S.Altieri

In un’altra scena, Shae ironizza con Tyrion sulla “solitudine” del Hand of the King nella sua torre, e di cosa doveva fare per passare il tempo in mancanza di una compagna, commentando:

“You’ll think of me every time you go to bed. Then you’ll get hard and you’ll have no one to help you and you’ll never be able to sleep unless you” – she grinned that wicked grin Tyrion liked so well – “Is that why they call it the Tower of the Hand, m’lord?”

George R.R. Martin, A Clash of Kings

Che in italiano diventa:

«Ogni volta che andrai a letto, penserai a me. Poi ti verrà duro, ma non ci sarà nessuno ad aiutarti, così sarai costretto a…» Fece quel suo sorriso malizioso che a Tyrion piaceva tanto. «Torre del Primo Cavaliere la chiamano? Forse dovrebbero rinominarla “torre del cavaliere solitario”…»

George R.R. Martin, Il Regno dei Lupi, traduzione di S.Altieri

Che non rende minimamente quanto l’originale. Però questo lo posso capire. Mano del Re in effetti non è un granché.
Come, a proposito, capisco The Hound che diventa Il Mastino: perde un po’ nel suo significato – il segugio di Re Joffrey – ma in italiano si adatta sicuramente di più alla figura di Sandor Clegane.

Altri giochi di parole invece funzionano ancora meno.

 

Parte 5: la testa dell’imene

In questa scena, lord Tywin rimprovera Joffrey di avere l’ossessione di staccare teste random, e gli consiglia di comportarsi come concerne a un ragazzo della sua età e pensare piuttosto a where to put it:

“[Joffrey,] When I’ve won your war for you, we will restore the king’s peace and the king’s justice. The only head that need concern you is Margaery Tyrell’s maidenhead.”

George R.R. Martin, A Storm of Swords

Che in italiano diventa:

«[Joffrey,] Quando avrò vinto questa querra per te, restaureremo la pace del re e la giustizia del re. Per adesso, l’unica testa di cui devi preoccuparti è quella dell’imene di Margaery Tyrell

George R.R. Martin, I Fiumi della Guerra, traduzione di S.Altieri

Ora, lascio il beneficio del dubbio, se qualcuno vorrà correggermi rettificherò subito, ma io testa dell’imene non l’ho mai sentita in tutta la mia vita, e a quanto pare nemmeno Google.

 

Parte 6: i ricami di Re Balon

Il motto dei Greyjoy è:

“We do not sow”.

Ora, in quale mondo parallelo questo diventa

“Noi non sappiamo tessere”?

Sono Greyjoy, vivono su isole rocciose, razziano e pescano, ma non coltivano né seminano. Lo dicono, mi pare. Ma a parte questo, perché diamine uno nel motto della sua famiglia dovrebbe metterci le sue scarse capacità con ago e filo? Chi se ne frega!

Parte 7: la porta Rossa

Di questo mi sono accorta per puro caso. È Daenerys che ricorda, alla fine dell’ultimo libro, e pensa:

Not since those half-remembered days in Braavos when she lived in the house with the red door had she been as happy.

George R.R. Martin, A Dance with Dragons

Magia!, in italiano diventa:

Era dai giorni in cui viveva a Pentos, nella casa dalla porta rossa, che Dany non era così felice.

George R.R. Martin, La Danza dei Draghi, traduzione di S.Altieri

Altra scemenza, ma che porta confusione. Pentos è dove è stata venduta, ma la prima infanzia l’ha passata a Braavos, lo ripete più volte nel corso dei libri. Perché cambiare a caso?

 

Parte 8: indovina lo Stark!

Questa scena fa parte di un capitolo di ser Barristan, in cui lui ricorda il triste destino di Ashara Dayne, disonorata da un uomo ad Harrenhal e suicidatasi dopo aver perso la sua bambina – questo per quanto ne sa o crede di saperne lui, perlomeno. Solo alla fine ser Barristan accenna al nome dell’uomo in questione, con questo pensiero:

If I had unhorsed Rhaegar and crowned Ashara queen of love and beauty, might she have looked to me instead of Stark?

George R.R. Martin, A Dance with Dragons

Dove Stark può stare benissimo tanto per Eddard ma ancora di più per Brandon, vista la differenza di carattere tra i due. Ma evidentemente Brandon non è un’ipotesi contemplata, perché in italiano, sempre per magia, diventa:

Se avessi disarcionato Rhaegar e incoronato Ashara come regina dell’amore e della bellezza, lei avrebbe guardato me invece di Eddard Stark?

Da cosa si intuisca che si parli proprio di Ned, solo i Sette lo sanno. Perché non c’è scritto proprio da nessuna parte: l’unico ulteriore indizio è dato da un racconto di Jojen, nel terzo libro, in cui si racconta che Brandon invitò lady Ashara a ballare per conto di Ned, che era troppo timido per farsi avanti. Ma non per disonorarla, evidentemente.

Con questo chiudo, perché sono stanca e stufa, ma ce ne sono decine di altri – non scomodo nemmeno il cervo che diventa unicorno, perché ormai è storia. Gli errori possono sfuggire, sono le aggiunte quelle che mi stanno proprio sulle scatole. Specie se avvengono su particolari importanti. E specie se continuano indistintamente, anche dopo dodici libri e decine di proteste. Vista la bellezza della storia, è un vero peccato.

Prigioniera del tempo

Standard

IDU8607.IDO13050.IDE12992.IDV12922#_CopertinaAnterioreEra tanto che non leggevo un libro e sentivo il bisogno di recensirlo in questo modo. Sarà perché ne avevo sentito parlare in termini entusiasti, sarà perché mi ha attirato come una calamita, ma probabilmente è perché alla luce dei fatti è stata una delle più grandi delusioni letterarie dell’ultimo periodo. Prometteva bene, ma sono bastate poche righe a rendere la lettura prima deludente e poi esilarante. Non in senso buono.

Trama (da Qlibri):

Elisa è una studentessa liceale con tutti i normali problemi delle ragazze della sua età: la famiglia, i ragazzi, la scuola. Ma un giorno si ritrova catapultata in un’altra epoca, la Roma dei Borgia, e deve imparare a sopravvivere in un mondo completamente diverso dal suo. Mentre cerca disperatamente una soluzione per tornare nella sua epoca, due giovani si contendono il suo amore: l’affascinante e crudele Cesare Borgia e l’onesto e leale Cristiano. Il primo è disposto ad uccidere pur di possederla, il secondo darebbe la vita per lei. Chi riuscirà a conquistare il suo cuore? In un crescendo di colpi di scena, questa storia vi terrà avvinti dalla prima all’ultima pagina.

Prigioniera del tempo non parte da un presupposto originalissimo: una ragazza dalla Roma del 2009 attraverso un varco nel tempo finisce dritta nella Roma dei Borgia. Insomma, cambia l’ambientazione, ma è qualcosa di già sentito mille volte.
Però, chi se ne frega. Com’è stato per Hyperversum, a me i romanzi sui viaggi nel tempo piacciono un sacco, in più in questo caso si parlava della Roma dei Borgia, per me era praticamente un invito a nozze.
In più, e qui entriamo in zona pregiudizio, l’autrice l’ha scritto a quarant’anni, non a quindici: non vale come garanzia, ma sicuramente mi trova più disposta nei suoi confronti.
Tutti questi buoni presupposti sono stati quelli che hanno portato a una delusione ancora maggiore: ho riso molto leggendolo, ma allo stesso tempo arrivata all’ultima pagina ero piuttosto amareggiata. Vedere il Valentino ridotto a un preadolescente che strappa la margherita al ritmo di m’ama non m’ama è stato molto triste. Tanto triste.

Attenzione: di seguito mostruosi spoiler

Un romanzo a bassorilievo

Per quanto mi riguarda, un romanzo dovrebbe essere sempre una scultura a tutto tondo: da qualsiasi lato si guardi, la storia ha senso, è tridimensionale, precisa nei dettagli. Le domande che si fa il lettore nel corso della storia devono sempre riguardare gli sviluppi futuri, non i buchi di trama o le situazioni inverosimili che si creano, senza alcuna spiegazione.
Questo romanzo non è una scultura, è un bassorilievo, per di più appena abbozzato e piuttosto approssimativo. La storia ha senso solo perché l’autrice vuole darle un senso, ma se si sceglie un punto di vista diverso, è come guardare il retro di un quadro: non c’è nulla.
Partiamo dall’inizio: Elisa, la protagonista, ha avuto una giornataccia. Le è andato male il compito di matematica e ha beccato in pieno il fidanzato mentre la rendeva cornuta quanto un alce. Piena di umano sconforto, si rifugia a Castel Sant’Angelo, per godersi la vista di Rome at twilight e sospirare sulle tragedie della vita.
Senza alcuna logica, s’infila dentro una porta in cui è vietato entrare. Si trova in una biblioteca. Afferra un libro e questo innesca un meccanismo e si apre un passaggio segreto. Scende la scala nascosta e si trova sopra una botola, e sempre senza alcuna logica la apre, gattona al buio lungo un passaggio che per quello che ne sa potrebbe condurre alle fogne e, magia!, spunta nella Roma dei Borgia.
Il tutto in una manciata di pagine.
Poi. Se io mi accorgessi di avere preso il treno sbagliato e di essere arrivata a Venezia anziché a Trieste proverei la stessa sorpresa che prova la protagonista nello scoprire di essere finita nel 1496 anziché nel 2009. Tempo impiegato ad accettare la situazione? Trenta secondi.
Non è finita qui. Incontra un aitante giovanotto, servitore dei Borgia in Vaticano, e gli rivela di arrivare dal futuro. Questo che fa? La consegna a un’esorcista? La fa rinchiudere? La butta nel Tevere? La prende con la forza e l’abbandona sulla strada? No, le crede sulla parola nel giro di tre secondi, la porta a casa sua e le procura una raccomandazione per farsi assumere al servizio dei Borgia, assunzione della quale si occuperà Papa Alessandro VI in persona.
Tra l’altro, Papa andrebbe scritto maiuscolo. Non minuscolo come avviene per tutto il romanzo.
Questi sono solo i primi due-tre capitoli, ma queste situazioni al limite del surreale si ripropongono durante tutto il romanzo, a vari livelli di delirio.
Alcune perle: Elisa che rischia uno stupro da Giovanni Borgia e vuole chiamare la polizia. Elisa che s’indigna vedendo Cesare uccidere un servo, non riuscendo a capire come lui possa essere così crudele. Giovanni Borgia che muore e risorge (se è un omonimia, specificare sarebbe cosa gradita).

Il Principe di Federico Moccia

Se Cesare Borgia fosse quello descritto in questo libro, Il Principe di Machiavelli assomiglierebbe molto a Tre Metri Sopra il Cielo.
Considerato che l’introspezione dei personaggi, protagonista compresa, è profonda più o meno quanto una pozzanghera, la costruzione del personaggio del Valentino risulta una delle più ridicole dell’intera vicenda.
Cesare Borgia non era certo una macchina, era sicuramente un essere umano, capace di provare dei sentimenti. Però da qui a innamorarsi perdutamente senza nessun motivo della protagonista perché sì, riducendosi addirittura a inginocchiarsi davanti a lei, rinunciando a portarsela a letto e promettendo di sposarla – e lei è una serva – passano tre oceani tutti insieme.
Oltre a questa versione senza spina dorsale, il Valentino ha anche un altro alter-ego, il demonio spietato che non esita a far uccidere un servo – una pratica abominevole e rara per l’epoca –, che mette incinta la propria sorella, che rinchiude un servo sorpreso a rubare nel suo studio – anche questa una pratica infame: di solito bastavano due bacchettate sulle dita e la questione era risolta.
Un Cesare Borgia che sembra provenire più dai Cesaroni che dalla Roma di Papa Alessandro VI, in sostanza.

Quando la vide rimase come folgorato. Sembrava che avesse perso l’uso della parola di fronte a quell’incredibile visione. Era la fanciulla più bella che avesse mai visto. Portava i lunghi capelli color biondo miele sciolti sulle spalle ed il suo corpo snello e sinuoso si adattava perfettamente al vestito.

Questo è Cristiano, il bravo ragazzo della situazione.

Rimasto solo, Cesare si diede dello stupido. Perché diamine non l’aveva presa con la forza? Non era abituato a tirarsi indietro in determinate situazioni, tanto più che quella ragazza era solo una serva. Poi capì che in realtà voleva che lei arrivasse a desiderarlo con la stessa intensità con cui lui la desiderava. Non aveva mai provato una sensazione del genere. Quella bizzarra creatura gli faceva bruciare il sangue nelle vene al punto da annebbiargli la vista e togliergli la lucidità che lo aveva sempre contraddistinto. Si rammentò, persino, di essersi lasciato andare con lei a confidenze che non gli erano mai sfuggite con nessun’altro.

Questo invece è Cesare Borgia. (Sì, il nessun’altro è nel testo originale).

Inutile specificare a chi siano indirizzate queste paturnie, e inutile specificare che avvengono più o meno cinque minuti dopo aver fatto conoscenza con la fanciulla in questione.

Ad un certo punto lui la lasciò andare e si inginocchiò ai suoi piedi. Non si sarebbe mai azzardato a umiliarsi in quel modo di fronte a nessuno. Era la prova che lei lo aveva stregato e teneva il suo cuore nelle proprie mani.

Questo è ancora Cesare Borgia. Sì, Cesare Borgia. Non riporto la smielata che ne segue con tanto di giuramento di fedeltà imperitura perché leggerla una volta mi è bastata.

Ora, non sono contraria a questo tipo di situazioni. Anche Cesare Borgia si può innamorare, se poi la protagonista – aiutata dal fatto che proviene dal futuro – sa come rendersi accattivante agli occhi di un uomo di quell’epoca la situazione può diventare anche interessante da leggere e da trattare.
Però la situazione non può essere semplicemente Elisa è così fantastica che anche Cesare Borgia cade ai suoi piedi, anche perché il romanzo scorre talmente veloce che di questa Elisa non ci viene mostrato nulla. Sappiamo che va male in matematica, che è stata con Matteo per due anni, sappiamo che ha un motorino e che non va bene neppure in latino, ma per il resto calma piatta.
Ogni tanto butta lì un “mi mancano la famiglia e gli amici” talmente generico che sembra quasi un messaggio promozionale, ma questa mancanza non traspare minimamente dalle sue azioni.
Però di lei sappiamo una cosa fondamentale: tutti quelli che la conoscono finiscono per rimanerne affascinati, per innamorarsi di lei, o perlomeno per affezionarsi.
Addirittura gli stessi Sancha e Alfonso d’Aragona e Lucrezia Borgia si mettono contro Cesare per aiutare lei: una serva, fa sempre bene ricordarlo. Ed è a causa sua che Cesare poi perseguiterà il cognato Alfonso fino ad ucciderlo: fa sempre piacere sapere queste cose.
Un’altra scena importante che evidenza la superficialità del personaggio è quando, per necessità, si ritrova a commettere un (duplice) omicidio:

Elisa […] tirò fuori la bomboletta anti stupro e ne spruzzò il contenuto, dritto negli occhi della guardia, che si piegò in due per il bruciore. “Maledetta strega!” Urlò l’uomo imbestialito, “Che diamine mi hai fatto? Che razza di sortilegio è mai questo?” Tentò di colpirla, sebbene non riuscisse a vedere nulla, ma Elisa fu più veloce. Afferrò lo stiletto che aveva preso in prestito da Sancha e lo infilzò, all’altezza del cuore, ferendolo a morte. Nel momento in cui lo colpì, sentì le sue carni lacerarsi e, un attimo dopo, il sangue fuoriuscì copioso dalla ferita. Elisa trattenne un moto di raccapriccio mentre pensava: Cavolo, sembra uno di quei film splatter in cui il sangue scorre a fiumi. Peccato però che non si tratti di finzione!

Nelle scene successive, conato di vomito a parte, andrà avanti allegra per la sua strada a liberare il suo amato dalle prigioni: la stessa Elisa che guardava Cesare con orrore e raccapriccio perché osava far picchiare un servo, e che nel frattempo non ha cambiato idea su di lui, tanto per specificare.
Se per una donna dell’epoca dei Borgia un omicidio non era un fatto insolito, per lei è sempre stata fonte di turbamento. Tranne quando è lei stessa a compierlo: ma come specificherà poi, era per una buona causa.
Al che o la diagnosi è schizofrenia, o c’è qualcosa che non va in merito alla caratterizzazione del personaggio.

Meanwhile, in Vatican

Un altro problema che affligge questo romanzo riguarda lo scorrere del tempo. In centottanta pagine scarse si svolge una storia della durata di tre anni.
L’autrice cerca di giustificarsi specificando di “non aver voluto scrivere un romanzo storico”, e fin qui mi sta anche bene.
Sono più o meno le stesse frasi che ho letto in appendice a Hyperversum, l’intenzione di scrivere una storia fantastica e non un romanzo storico. È legittimo. Però questo non significa che si possa scegliere un’epoca e renderla meno realistica di una fiction di Canale Cinque.
In particolare la “parte storica” è ridotta a un mero riassunto.
Passano intere stagioni nello spazio di due righe, a volte intervallate da un lungo spiegazione storico sullo stile “meanwhile, in Romagna…” che sa tanto di riassunto da Wikipedia e che racconta avvenimenti chiave della storia dei Borgia condensandoli in un paio di frasi buttate lì.
Qualche esempio:

Non erano trascorsi molti giorni, da quando Giovanni aveva minacciato Elisa, che il duca di Gandia fu ritrovato a galleggiare nelle acque del Tevere. Era stato selvaggiamente ucciso la notte del 14 giugno 1497, in un vicolo buio, in prossimità del fiume. Girò la voce che a ucciderlo fosse stato un uomo su un cavallo bianco che era stato visto, aiutato da due domestici, gettare il cadavere nelle acque del Tevere.

Ovviamente passiamo oltre il fatto che un personaggio importante come Juan Borgia sia stato ucciso per amore della protagonista. Il fatto che la sua morte sia liquidata in poche righe mi ha lasciata alquanto perplessa. Alla corte di Alessandro VI era tutt’altro che un personaggio marginale.

Inoltre, tutta la faccenda del matrimonio di Cesare Borgia, della sua mancata alleanza con la Spagna e del ripiego verso la Francia viene condensata in mezza paginetta. Anche qui non si tratta di un episodio di poco conto.

Anche l’estate passò velocemente, senza che Elisa venisse a capo del suo problema. Ormai, erano trascorsi circa cinque mesi da quando aveva attraversato il varco nel tempo e la ragazza continuava a torturarsi, pensando ai propri genitori ed al dolore che dovevano provare, non sapendo dove fosse finita la loro figliola.

Interi mesi in poche righe, e nessuna scena in cui questo tormento interiore venga effettivamente mostrato.

Come se non bastasse c’era il problema di Lucrezia che fu segregata nel convento di San Sisto, per tenere nascosta agli occhi della gente la sua gravidanza. Si era cercata una riconciliazione fra lei ed il marito, per attribuire a lui la paternità, ma le cose si erano complicate ed egli si era rifiutato di stare al loro gioco. Pertanto, era stata avviata una causa di divorzio da Giovanni Sforza che ormai era divenuto un marito scomodo. Alessandro VI serbava altre mire per la figlia Lucrezia, quindi, aveva cercato di convincere lo zio del genero, il cardinale Ascanio Sforza, a parlare col giovane affinché si decidesse a concedere l’annullamento. I progetti del papa, tuttavia, non andarono a buon fine, in quanto Giovanni non ne voleva sapere. Un divorzio era un’onta insopportabile per lui e si rifiutava pertanto di concederlo.

Altro caso, la vicenda del matrimonio e successivo divorzio tra Lucrezia Borgia e Giovanni Sforza: un altro argomento che meritava uno sviluppo un po’ più approfondito che poche righe che appaiono quasi un riassunto da un libro di storia delle superiori.

Ora, capisco che l’intento dell’autrice non fosse quello di scrivere un libro sui Borgia ma su una ragazza del futuro che prima vuole farsi Cesare e poi cambia idea – in estremissima sintesi – ma secondo la mia modesta opinione un romanzo del genere non può prescindere semplicemente dai fatti storici relegandoli in un angolo e sbrigandoli in poche righe.
Senza scomodare Crichton o la Gabaldon, basta fare l’esempio di Hyperversum, che non è sicuramente il migliore del suo genere ma mantiene i patti: i protagonisti finiscono nella Francia poco prima della Battaglia di Bouvines e successivamente al tempo della ribellione dei Baroni in Inghilterra e della Crociate contro gli Albigesi, e tutti e tre questi fatti storici hanno un ruolo centrale nel romanzo, che comunque non è un romanzo storico in senso stretto e ruota attorno alle vicende dei personaggi, con l’ottica del ventunesimo secolo.
In questo romanzo questo non avviene, e le vicende dei Borgia sono lontane, quasi irrilevanti per la protagonista se non fosse per l’infatuazione malata e irreversibile che Cesare nutre per lei e che lo porta a desiderarla per sé, qualunque sia il costo – sì, lo so. Sembra quasi che sia più lei a influire sulla Storia – Cesare uccide Juan per amor suo, fa uccidere Alfonso per colpa sua – che la Storia a influire su lei. Sta per tre anni nel quindicesimo secolo, e rimane sempre la stessa persona, nelle abitudini, nel linguaggio.
A proposito di linguaggio, non posso non sottolineare il vocabolario a mio parere eccessivamente moderno che caratterizza tutti i personaggi.
In particolare, nessuno si sorprende troppo del modo di parlare della protagonista, anzi, sembrano tutti nel bene e nel male parlare come lei.
E non un accenno al fatto che magari, ma magari, la lingua che si parlava nello Stato della Chiesa nel quindicesimo secolo non era esattamente la stessa che si parla oggi. Elementare, no? Però non c’è una riga per spiegare come faccia Elisa a capire che cosa dicono o come facciano loro a capire lei. Magia? Non ci è dato sapere.

In conclusione, capisco e comprendo che questo romanzo non voleva essere nulla di più che una lettura leggera, estiva, senza pretese di malloppone storico. Però credo e ribadisco che anche una lettura leggera dovrebbe attenersi a una coerenza interna ed esterna quando si gioca con la storia, cercando di essere il più accurato possibile: quando ogni due pagine mi ritrovo a pensare che la situazione che ho davanti sia inverosimile c’è qualcosa che proprio non va.
A tutto questo posso aggiungere anche qualche difetto di stile non irrilevante – moltissimo raccontato, non solo nei fatto storici, e soprattutto saltelli di punto di vista fastidiosi al massimo. Nel giro di poche righe si passa dalla testa di Elisa a quella di Cristiano a quella di Cesare – o quella del bigliettaio di Castel Sant’Angelo, intrusione evitabilissima e inutile – senza nessuno stacco o segno, causando solo confusione nel lettore.
Delusione doppia, in conclusione, perché mi aspettavo un romanzo carino e perché parlava della Roma dei Borgia, quindi doppia aspettativa. Entrambe deluse, non c’è bisogno di specificarlo.
So che c’è un seguito. Da un lato mi attira, con questo romanzo ho riso molto, di questo gli rendo merito. Ma non so se ne ho la forza.

Un’ultima domanda prima di chiudere. Perché in ogni romanzo sui Borgia deve esserci immancabilmente una protagonista che finisce per diventare l’amante di Cesare?
Almeno in qualche romanzo potrebbe passare a Juan, sarebbe comunque un piacevole cambiamento.

Kushiel’s legacy

Standard

Trama (da Ibs.it):

Terre d’Ange: un regno fondato dagli angeli, e popolato da individui in cui una bellezza mirabile si accompagna a un’incondizionata libertà fisica e mentale. Un unico precetto guida infatti le Tredici Case che lo dominano: Ama a tuo piacimento.
Abbandonata dalla madre in tenera età e destinata quindi a servire in una delle Case, Phèdre è nata con una piccola macchia scarlatta nell’occhio 9780765342980_custom-s6-c10sinistro. Per molti, un difetto irrimediabile. Per altri, un segno rarissimo e sconvolgente: il Dardo di Kushiel, il marchio che contraddistingue le anguissette, coloro che possono mescolare la sofferenza e il piacere per natura e non per costrizione. Un marchio che non sfugge al nobile Anafiel Delaunay, che paga il prezzo di servaggio per la giovanissima Phèdre e poi la accoglie presso di sé. Ma Delaunay non intende semplicemente farla diventare una cortigiana perfetta, un ambito oggetto del desiderio per gli uomini e le donne di Terre d’Ange. Vuole soprattutto che lei impari a osservare, ricordare e riflettere, che si trasformi cioè in un’abilissima spia, in grado di rivelargli i segreti sussurrati nell’intimità. Perché il regno è inquieto, agitato da complotti e intrighi che affondano le loro radici in un passato lontano, che Delaunay conosce fin troppo bene, e i pericoli si nascondono dietro apparenze insospettabili… Confidando unicamente sul coraggio e sulla determinazione, Phèdre sarà dunque costretta a trovare il suo posto in un universo dove tutti — amici e traditori — indossano la stessa maschera e parlano in modo suadente, dove un singolo gesto o una semplice parola possono fare la differenza tra la vita e la morte. E non avrà che una sola possibilità per difendere ciò che ha di più caro.

Attenzione: di seguito mostruosi spoiler

Per me esiste un segnale che mi fa capire quanto un libro effettivamente mi stia prendendo: arrivando verso metà, devo andare sul web a scoprire se un determinato personaggio vivrà o sarà morto per la fine della storia; preferisco saperlo prima, così da essere preparata. La maggior parte delle volte mi trattengo comunque dal farlo, ma a volte non posso farne a meno, perché ci rimarrei troppo male in caso di prematura dipartita. In questo caso è andata così.

L’inutile storia del perché ho deciso di leggere questa serie

Io e questo il primo volume di questa serie, Il dardo e la rosa, dal (per una volta forse non migliore) originale inglese Kushiel’s dart, ci scrutiamo a vicenda da anni. La prima volta che me lo sono ritrovata davanti ero una quindicenne di belle speranze. Un’amica me lo consigliò, ma lo subodorai come romanzo rosa e non le diedi minimamente retta. Anni dopo, un’altra amica me lo consigliò, ma era la stessa che mi costrinse a leggere Twilight con grandissimo entusiasmo, perciò ignorai anche il suo consiglio.
Quello che mi ha fatto cambiare idea è stato il consiglio da parte di un amico: un ragazzo del cui parere non mi sono mai fidata molto, ma se questo libro gli era piaciuto almeno avevo la garanzia che non fosse un concentrato di smancerie intervallate da scene sessuali. Insomma, almeno non poteva essere peggio delle Sfumature.
L’ho letto, e, grazie tante, l’ho adorato in ogni sua parte.

Phèdre all’epoca non poteva saperlo ma…

Il romanzo è narrato in prima persona dalla protagonista, Phèdre, al passato remoto. È una sorta di voce narrante che rievoca gli avvenimenti del suo passato, à la FitzChivalry per dire.
Uno dei principali fattori di odio, almeno a spulciare le recensioni in rete, è il vizietto della Carey di riempire le pagine di questo diario di allusioni su avvenimenti che avverranno successivamente nella storia.
Qualche esempio:

Se solo avessi saputo cosa sarebbe successo in futuro avrei implorato di poter essere presente.

Non potevo sapere, allora, che sarei stata presente quando infine sarebbe stata la sua fortuna a cambiare.

Mi sarebbe stato utile poter dire d’aver incontrato il cruarch di Alba e il suo erede […] Un fatto, questo, che avrebbe inciso sulla mia vita in modi che non potevo immaginare.

Questo potrebbe effettivamente essere annoverato tra i difetti, perché un po’ fastidioso lo è, specie alla luce che non è mai chiaro a cosa si stia riferendo. Con me però ha trovato l’effetto giusto, facendomi aumentare la curiosità e trascinandomi di peso avanti nella storia. E riuscendo anche a sorprendermi.

Attorno a Terre d’Ange

Uno dei punti di forza di questa storia è l’ambientazione. Si tratta di una specie di ucronia, di un’Europa parallela e ha come pernio il culto del beato Elua, nato dal sangue di Gesù, in arte Yeshua ben Yosef, e dalle lacrime della Magdalena.
In sintesi Elua e i suoi angeli, esiliati dal paradiso, nel loro pellegrinare sulla terra si sono stabiliti in Terre d’Ange, corrispondente alla nostra Francia; ognuno degli angeli si è stabilito in una regione a cui ha dato il nome, ad eccezione di Cassiel, fedele all’unico Dio, che è rimasto accanto a Elua a proteggerlo e servirlo. Dalla loro discendenza è nato il popolo angeline, caratterizzato da una grande bellezza esteriore.
Una di questi angeli è Namaah, colei che si è concessa al Re di Persia per liberare Elua dalla sua prigionia, e dalla cui figura nascono le Tredici Case della Corte dei Fiori Notturni, ognuna specializzata secondo una diversa natura, in cui vengono educate generazioni di cortigiane e cortigiani. Secondo il comando di Elua, ama a tuo piacimento, in Terre d’Ange (ma non negli altri paesi) la prostituzione è un sacerdozio, e lo stupro è considerato grave quanto l’omicidio.
Attorno a Terre d’Ange sorgono altre nazioni, ognuna con un suo culto, con sue caratteristiche, sue particolarità. Ci sono quindi la Skaldia delle tribù barbare che combattono tra loro, Alba al di là dello Stretto, con le tribù di picti che si tatuano il volto di blu e che seguono una successione matriarcale, vi sono poi la Serenissima, città stato principale di Cardicca Unitas, Tiberium e Lucca, il Menekhet dei Faraoni e Kriti dei figli di Minos.
La Carey pesca a piene mani dalle varie culture, ci gioca, le modifica, dando una grande importanza agli dei e al loro ruolo nei destini dei popoli. Non scrive un romanzo storico, non scrive un romanzo fantasy: scrive una sorta di via di mezzo, ma in questo caso è una macedonia bella da vedere e buona da mangiare. I rimandi non sono fastidiosi, scrivono solo una storia alternativa a partire dalla ricchezza di quella che abbiamo alle spalle.

Love as thou wilt

L’amore gioca sicuramente un ruolo importante in questa serie, anche se non principale: non è un fantasy, ma nemmeno un romanzo rosa. Se proprio dovessi classificarlo direi che tratta di avventura, ma ha alcune caratteristiche molto introspettive.
La storia d’amore comunque c’è, ed è trattata nel modo giusto, ovvero tormentata. Joscelin è la guardia cassiliana di Phèdre, assunto da Delaunay dopo la morte del suo servitore.
I due all’inizio sono cane e gatto, come in ogni storia che si rispetti; sarà durante i lunghi mesi di prigionia in Skaldia che il loro rapporto cambierà radicalmente, ma i problemi tra loro rimarranno. Lei è una cortigiana, un’anguissette che prova piacere nel dolore. Lui un accolito della confraternita cassilliana, un gruppo di monaci guerrieri che si addestrano a servire e proteggere, facendo voto di castità e celibato. Il giorno e la notte, in tutti i sensi, e gli strascichi di queste differenze se li porteranno dietro per tutta la vita. Insomma, niente storia d’amore da fiaba, ma una storia realistica, in cui i personaggi cercano di comprendersi e amarsi nonostante le grandi incompatibilità che li dividono, nonostante si feriscano in continuazione l’uno con l’altra. Una storia verosimile, e proprio per questo molto più coinvolgente.
In particolare nel secondo romanzo, ma anche nel terzo, questa profonda incompatibilità si manifesterà in maniera preponderante nel rapporto tra i due, rischiando di spezzarlo a più riprese. Soprattutto per questi motivi quando – se? – si arriverà al lieto fine, sarà un lieto fine con un senso, senza lasciare il lettore con l’idea che fosse forzato.

Sindrome di Westeros

La Carey non soffre molto della sindrome che sembra invece affliggere pesantemente Martin, quella dello sterminio incondizionato dei propri personaggi.
Ma sa sguinzagliare la signora con la Falce quando serve, e nel modo giusto. Come ho scritto all’inizio, sono andata dritta su Wikipedia a controllare che determinati personaggi non tirassero le cuoia prima del previsto. Mi sono data diversi auto-spoiler con le liste dei personaggi, ma perché in un certo senso volevo essere preparata a quello che avrei trovato girando le pagine.
In diversi casi sono rimasta sorpresa. In altri, nonostante si trattasse di personaggi marginali, sono rimasta addolorata. Alcune volte me l’aspettavo, ma non perché il romanzo diventasse incredibilmente prevedibile, ma perché c’erano degli indizi che potevano condurre in quella direzione.
Insomma, non c’è quell’eccessivo buonismo del non torcere un capello a nessuno – cosa che avrebbe probabilmente bloccato la storia a metà del primo romanzo, credo. Ma non c’è neanche una volontà di sterminio tale da portarti a lanciare il libro dalla finestra, come è accaduto a me con Tempesta di Spade (mannaggia ancora a te, Martin, alcune non te le ho ancora perdonate). Un equilibrio che lascia con la giusta dose di amaro in bocca.

Fantasy o non fantasy

Qualche persona in vena di ironia gratuita potrebbe commentare che la fortissima presenza del lato religioso in questa serie la possa etichettare tranquillamente come romanzo fantasy. In realtà l’elemento fantastico in questo medioevo/rinascimento alternativo è abbastanza marginale, almeno nei primi libri, ma sempre collegato con l’elemento mistico-soprannaturale.
La magia è sempre collegata alle divinità, al loro volere. Tutti gli dei sono reali, hanno una loro forza e una loro volontà. Ci sono anche in questo caso dei collegamenti alla nostra realtà, a partire dal culto degli Yeshuiti, i cristiani, che in questo romanzo sono emarginati e perseguitati, agli dei legati alla terra e alla fertilità di Alba, al culto dei morti la notte del primo novembre, fino all’unico Dio degli Habiru e ad Asherat del Mare alla Serenissima.
L’elemento fantasy quindi è più che altro legato agli dei e alla loro influenza sulle vicende degli umani, ma del tutto funzionale alla trama. Un’intromissione che non pesa e non suona come ridicola, ma che è semplicemente adatta al contesto della storia.

Tirando le somme, non è comunque un romanzo per tutti. Ci sono lunghe scene in cui non accade apparentemente niente. Lunghe descrizioni dettagliate di elementi poco significativi. Molto colore, molta atmosfera; c’è anche l’azione, ma generalmente comincia verso metà romanzo – rendendo detestabile la decisione della casa editrice di dividere ogni volume in due parti a cominciare dalla seconda trilogia: nei fatti va a finire che nel primo volume non succede praticamente mai niente – e ci sono molte scene che potrebbero essere definite come noiose. A me non annoiavano, ma l’oggettività è d’obbligo, la Carey è molto prolissa fin nei dettagli, e questo può appesantire un po’ il suo stile di scrittura.

Il giudizio finale su questa saga (per quanto ne ho letto finora) è senza dubbio positivo. La Carey ha plasmato un mondo a partire dal nostro, ha creato i suoi dei e riesce a giocarci con coerenza senza essere ripetitiva, banale o prevedibile. E questo, per quanto mi riguarda, non è affatto poco.

Battle Royale

Standard

Trama (da Ibs.it):

Repubblica della Grande Asia dell’Est, 1997. Ogni anno una classe di quindicenni viene scelta per partecipare al Programma; e questa volta è toccato alla terza B della Scuola media Shiroiwa. Convinti di recarsi in una gita d’istruzione, i quarantadue ragazzi salgono su un pullman, dove vengono narcotizzati. Quando si risvegliano, lo scenario è molto diverso: intrappolati su un’isola deserta, controllati tramite collari radio, i ragazzi vengono costretti a partecipare a un “gioco” il cui scopo è uccidersi a vicenda. Finché non ne rimanga uno solo…

Partiamo da un presupposto: Battle Royale è un’idea grandiosa sviluppata così così. Comprende due dei difetti che detesto maggiormente, il narratore onnisciente e i saltelli di punti di vista – difetti per fortuna evitati nella trasposizione in manga, che preferisco per tutta una serie di motivi.
Però, c’è un però. Nonostante i suoi grandi difetti, rimane comunque uno dei miei libri preferiti in assoluto.

O perlomeno, uno dei libri che rileggo più volentieri – il che non è sempre garanzia di qualità. Effettivamente non lo è molto spesso.

Attenzione: di seguito mostruosi spoiler!

Perché leggere Battle Royale

La trama di Battle Royale è tutto sommato semplice e riassumibile in poche righe: una classe di quarantadue ragazzi costretti a uccidersi l’un l’altro. Vince chi sopravvive.
Quindi, il perché di questo libro non è dato dalla complessità della trama, ma dal suo sviluppo.
I personaggi chiave sono quarantadue, ognuno di essi con un ruolo da giocare. Alcuni avranno un ruolo minore, marginale, altri un ruolo più attivo e spesso determinante. Ma tutti loro hanno qualcosa da dire.Battle Royale

«Tutti loro volevano solo essere accettati, volevano soltanto sentirsi speciali. E questo può succedere a chiunque. Ecco perché capita anche che ci si senta minacciati, e allora si diventa violenti. Ma forse non si desidera realmente arrivare a questo, no? Di sicuro succedono anche cose simili, e possono succedere a chiunque. E non sto parlando di semplici litigi. Eppure sono certo che a questo mondo esista un modo diverso per farsi accettare. Esistono tanti modi di fare; gli errori di percorso sono poca cosa, ciò che conta davvero sono i sentimenti. Anche quelli che avevano deciso di prendere parte a questo gioco, in condizioni normali sarebbero state delle brave persone. Soltanto, avevano paura, e così hanno perso di vista sé stessi, hanno scelto la strada sbagliata. Ecco perché porterò dentro di me il loro ricordo, finché vivrò porterò dentro di me tutte le persone che incontrerò».

Questo monologo arriva dal manga, e a parlare è il protagonista assoluto della vicenda, Shuya Nanahara; anche se è vero che la caratterizzazione del personaggio differisce leggermente tra il romanzo originale e la sua trasposizione in fumetto, la sostanza del discorso cambia poco: tutti vogliono solo essere accettati, sentirsi speciali. Ogni personaggio in questo romanzo gioca per sé stesso, o al limite per le persone che ama. È il caso di Shuya, che fa voto di proteggere Noriko, la ragazza di cui il suo migliore amico era innamorato, quando questo viene ucciso prima che il gioco inizi. Ma è anche il caso di Toshinori Oda, che si crede un eletto e perciò l’unico degno di sopravvivere; è il caso del capoclasse Motobuchi, che per i suoi voti scolastici e la sua famiglia si convince di essere il migliore tra tutti gli altri; è il caso di Mizuho Inada, che si crede una prescelta della dea della Luce; ma è anche il caso di coloro che cercano solo di proteggere la propria vita, seguendo il primo degli istinti umani, quello di sopravvivenza.
C’è chi cerca il gruppo, c’è chi agisce da solo, c’è chi decide deliberatamente di andare a cercare i propri compagni di classe per ucciderli uno a uno, c’è chi cede completamente alla paura e cerca solo un posto sicuro dove nascondersi.
Ognuno di loro però vuole sopravvivere, con tutti i mezzi. Questo scontro di quarantadue istinti di sopravvivenza è probabilmente il punto narrativamente più avvincente che un romanzo di questo genere possa offrire. La narrazione con un punto di vista singolo sarebbe stata impensabile, avrebbe tolto tutto il colore, gran parte dell’azione, e avrebbe impedito al lettore di entrare nella mente di personaggi così diversi tra loro, ma tutti con un obiettivo chiaro in testa: tornare a casa. È facile leggere un romanzo del genere dal punto di vista di un solo protagonista, ignorando completamente tutti gli altri; è più difficile farlo comprendendo le ragioni, i desideri, le storie di più persone, e contemporaneamente sapere che alla fine dei giochi, ne rimarrà soltanto uno.
Per citare un passaggio dallo stesso monologo, «ciò che conta davvero sono i sentimenti». Non c’è solo il semplice gioco al massacro, un caleidoscopio di cervelli e budella, di sangue e interiora, ma soprattutto ci sono persone vere, che sanno amare, sanno ridere, sanno piangere, sanno odiare anche nella prospettiva della lotta per la sopravvivenza. Non smettono per questo di essere umani.
In Battle Royale c’è anche l’amicizia, quella che spinge la capoclasse Yukie e le sue compagne a stringersi una all’altra e a nascondersi tutte insieme al faro; quella che porta Shinji Mimura a trascinarsi dietro Yutaka Seto nonostante gli sia più di peso che d’aiuto; quella che conduce Mitsuru Numai sotto i colpi del mitra di Kazuo Kiriyama.
C’è l’odio cieco di Oda verso i suoi stessi compagni, il rancore di Akamatsu verso i compagni che lo prendevano in giro, la cieca fiducia negli altri di Takiguchi, il crollo totale di quella di Yuko Sakaki, che porterà in pochi attimi a una tragedia.
Quello che colpisce davvero in Battle Royale sta tutto qui, nei sentimenti che muovono quelle pedine chiamate studenti, e che li porteranno a scegliere il modo in cui vivere o in cui morire.

Ti fidi di me?

La fiducia è ciò che muove le fila dell’intero romanzo. La fiducia è quello che il Programma si propone nei fatti di distruggere: sapendo che ogni anno intere classi di ragazzini di terza media imbracciano le armi contro i propri compagni, fino a che uno solo può tornarsene a casa, porta i cittadini della Repubblica della Grande Asia a fidarsi sempre meno delle persone che hanno attorno, e la mancanza di fiducia tra le persone è il tassello fondamentale per evitare dal principio qualsiasi rivolta.
Nel programma questa questione di fiducia è portata all’esasperazione: di chi ti puoi fidare, in un gioco che è strutturato in modo che sarà una sola persona a uscirne viva? You can not.
Eppure questa fiducia c’è; Noriko si fida ciecamente di Shuya, come i due non tardano a fidarsi di Shogo Kawada, un ragazzo che sostiene di conoscere un modo per sfuggire dal gioco. Non vuole rivelare quale sia, eppure loro si fidano lo stesso.
La fiducia è quella che tiene insieme le ragazze al faro, nella scena a mio parere più intensa e significativa dell’intero romanzo, l’unica scena che mi ha lasciata con il nodo alla gola e le lacrime agli occhi.
Sono sei ragazze, si conoscono da tempo, si fidano l’una dell’altra; sanno che nessuna vuole partecipare al gioco, e nessuna si pone il problema che durante la notte una di loro potrebbe prendersi un’arma e ucciderle tutte nel sonno.
È una di loro, terrorizzata da Shuya, a mettere il veleno nello stufato destinato a lui, che giace ferito in una stanza dello stesso faro. Il suo piano trova un intoppo quando una delle altre ragazze assaggia una cucchiaiata di stufato prima di portarglielo, e muore davanti ai loro occhi. Un pizzico di cianuro versato per paura e indirizzato a qualcun altro e una ragazza golosa sono i due soli ingredienti che portano a un crollo totale di una fiducia che sembrava indistruttibile. Una delle ragazze imbraccia un’arma, accusa una seconda di essere l’unica che avrebbe potuto mettere il veleno, partono accuse reciproche in cui tutte sono convinte di essere innocenti ma non possono nemmeno immaginare chi sia la colpevole, finché la ragazza accusata non imbraccia a sua volta un arma, per difendersi; nel giro di pochi istanti, saranno morte tutte quante. Tutte, meno la ragazza che ha messo il veleno.
Il valore di questa scena sta proprio nel fatto che basta una piccola crepa nella fiducia più salda per farla crollare in pochi istanti come un castello di sabbia raggiunto dal mare. Una sola scena per riassumere da sola quale sia la vera crudeltà di questo gioco al massacro; non il dover scegliere tra l’uccidere o il morire, ma il non poterti fidare nemmeno delle persone per cui fino al giorno prima avresti messo entrambe le mani sul fuoco.

Il Programma e i Giochi della Fame

Attenzione: anche su Hunger Games mostruosi spoiler!

Il parallelo con il più celebre figlio adottivo americano secondo me è inevitabile, per le evidenti somiglianze che chiunque può riscontrare. Parto da due presupposti: per Hunger Games parlo esclusivamente del primo libro o comunque della questione dei giochi, dal momento che la parte della ribellione nel secondo e terzo capitolo non mi interessa per fare un parallelo; seconda cosa, non mi interessa se la Collins abbia letto o non letto Battle Royale prima di scrivere il suo libro. Lei dice che non ne aveva mai sentito parlare, in mancanza di prove la sua versione va presa per buona.
Quello su cui voglio porre l’accento più che le somiglianze sono le differenze, ovvero ciò che secondo me rende a prescindere Hunger Games un romanzo inferiore a Battle Royale.
Lo stile è un’eccezione: Hunger Games è scritto meglio, su questo non ci sono storie. I problemi si trovano altrove.
1. Punto di vista. Hunger Games è narrato completamente in prima persona, attraverso gli occhi della protagonista. Questo per me è un grosso limite, dal momento che relega tutta l’azione, fatta eccezione per alcune rare situazioni, fuori dalla storia. La stragrande maggioranza dei personaggi muoiono senza che sappiamo nemmeno come si chiamino. La narrazione ruota attorno a Katniss che fa campeggio e gioca a fare l’infermierina con Peeta. Non posso arrivare ad annoiarmi in mezzo a un gioco al massacro, significa che qualcosa non funziona.
2. I giochi. Il Programma in Battle Royale serve, come ho scritto sopra, a minare alla base la fiducia reciproca dei cittadini della Repubblica. Gli Hunger Games dovrebbero in teoria far capire ai cittadini dei dodici distretti in cui è divisa la nazione che chi comanda ha il potere di schiacciarli tutti, pretendendo da loro due ragazzino ogni anno da esibire in uno spettacolo del massacro. Se il primo meccanismo funziona e ha una sua logica, il secondo è degno di un Evil Overlord: quale modo migliore per far rimanere pacifico un popolo che ridurlo alla fame, minacciare ogni anno di sottrarre i loro figli per buttarli in un arena a farsi ammazzare, e costringerli a guardare tutto questo in diretta televisiva? A me sembra la via più semplice per dar vita a rivolte popolari un po’ ovunque, non certo il modo migliore per evitarle. In sintesi, gli Hunger Games hanno poco senso, ma leggendo il romanzo non mi pare che tutto questo fosse voluto.
3. Personaggi. Questo si ricollega un po’ alla questione del punto di vista. I personaggi non si conoscono, anche se provengono dalla stessa nazione spesso non si sono mai visti prima. Inoltre nessuno di loro viene approfondito, lasciando tutta la narrazione in mano a un solo personaggio. Questo snatura il gioco, porta il lettore fuori da qualsiasi forte immedesimazione con un gruppo di ragazzi che cerca di sopravvivere, riducendoli alla consistenza di semplici pedine che devono solo morire in fretta per lasciare spazio ai Romeo e Giulietta dei poveri. Quello che doveva essere uno sconvolgente gioco al massacro si riduce a Katniss che aspetta che un sacco di figurine senza volto né nome si tolgano dai piedi. Il fatto che poi siano perfetti sconosciuti e non compagni di classe toglie tutto quel sottofondo di rapporti e sentimenti che la renderebbero una storia avvincente che prende il lettore direttamente al cuore e allo stomaco.
4. Sentimenti. Leggendo Hunger Games, mi era parso ridicolo che la protagonista, nel bel mezzo di un gioco del genere, si preoccupasse dei sentimenti che prova per l’uno o per l’altro dei suoi “spasimanti”. C’è gente che cerca di ucciderti, dovresti avere altre priorità, mi veniva da pensare. Non è stato lo stesso davanti ai sentimenti di Noriko, che prima che di se stessa si preoccupa della vita di Shuya, di cui è innamorata. Sono due situazioni simili ma diverse, ed è questa piccola differenza a rendere la prima artefatta e la seconda profondamente sincera: anche Shuya nel corso della vicenda comincerà a provare dei sentimenti per Noriko, che prima del gioco non provava, ma non passerà il tempo a tormentarsi tra l’amo e non l’amo, ma semplicemente farà tutto il possibile e anche l’impossibile per proteggerla, qualsiasi sia il prezzo che gli viene chiesto.

Game Over

Se devo essere sincera ho preferito il finale del manga. Quello del libro – forse anche per il fatto che l’ho letto dopo essermi stampata in testa la versione del fumetto – mi è sembrato più tirato via e affrettato, a partire dalla morte di tre personaggi chiave come Hiroki Sugimura e Kayoko Kotohiki (molto più sviluppata nel manga) e di Mitsuko Soma, anche questa completamente diversa.
La versione manga forse pecca un po’ più di realismo rispetto al romanzo (anche se essendo appunto un manga, nel contesto non stona), però sul finale si rivela decisamente più avvincente – rallentando in maniera evidente negli ultimi due numeri, tuttavia: due facciate di azione e venti di ricordi, lamenti, belle frasi, smancerie.
Il romanzo non è dunque scritto in modo eccelso: il punto di vista è ballerino, il narratore è onnisciente e per questo un po’ impersonale anche quando entra nella testa di questo o quel personaggio.
I protagonisti, d’altro canto, sono sviluppati bene, riconoscibili, e hanno ognuno il proprio ruolo attivo, nonostante siano molto numerosi – 42 in tutto, 21 ragazzi e 21 ragazze – la presenza di ognuno di loro ha un senso, e nessuna morte avviene “fuori scena”, o viene semplicemente ignorata. Nessuno è una macchietta: chi più, chi meno, ognuno ha il proprio ruolo nella battaglia, e nelle menti dei compagni, aiutando a rendere tutti i personaggi, anche quelli più marginali, pezzi fondamentali del puzzle del romanzo.
Insomma, se non un ottimo romanzo, sicuramente una lettura piacevole e un vero romanzo distopico, che non si nasconde dietro una dittatura per scrivere un banale romance (ogni riferimento è assolutamente casuale).

Specchio

Standard

Molte volte ho studiato
la lapide che mi hanno scolpito:
una barca con vele ammainate, in un porto.
In realtà non è questa la mia destinazione
ma la mia vita.
Perché l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;
l’ambizione mi chiamò, e io temetti gli imprevisti.
Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.
E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita può condurre a follia
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vano desiderio-
è una barca che anela al mare eppure lo teme.

George Gray

Edgar Lee Masters – Antologia di Spoon River

Ritratto

Standard

Sarei stata grande come George Eliot
solo che mi fu avverso il destino.
Guardate il ritratto che Penniwit mi fece,
il mento poggiato alla mano e gli occhi infossati-
e grigi, e che guardano lontano.
Ma c’era il solito, eterno problema:
celibato, matrimonio o libertinaggio?
Poi John Slack, il ricco farmacista, mi corteggiò,
con la lusinga che avrei scritto il mio romanzo in pace,
e lo sposai, misi al mondo otto figli,
e non ebbi più tempo per scrivere.
Comunque, per me era finita,
quando mi piantai l’ago nella mano
mentre lavavo la roba del bambino,
e morii di tetano, una morte beffarda.
Ascoltatemi, anime ambiziose,
il sesso è la maledizione della vita.

Margaret Fuller Slack

Edgar Lee Masters – Antologia di Spoon River