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Coriandoli

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Autunno 2003

L’autunno è il carnevale dei boschi.
Il vento le pungeva il viso, il sole le bagnava i capelli. Iris si sarebbe messa a correre nel giardino, per sollevare frammenti di luce dorata a ogni suo passo, se solo fosse stata ancora bambina. Ma erano molte cose che la se stessa cresciuta si impediva di fare, e ridere tra i coriandoli di foglie cadute rientrava nell’elenco.
Una maschera, una volta indossata, va mantenuta.
Seguì a testa bassa le sue compagne, i libri di chimica sotto il braccio, la mente lontana.
Lui quel giorno uscì dai laboratori come un giullare senza sonagli.
Lo vide afferrare una manciata di foglie secche da terra, lanciarle sulle teste dei suoi compagni, calciarle fino a farle volare dappertutto.
Lei sollevò le sopracciglia, mentre un sorriso si fermava al cuore senza arrivare alle labbra. Un sorriso va lasciato libero solo al momento giusto. Le risate delle sue compagne si mescolavano al fruscio delle foglie, mentre quello strano ragazzo raccoglieva la sua borsa da terra e seguiva la sua classe verso la scuola.
Lo vide chinarsi, a raccogliere ancora una manciata di foglie – e gli altri accelerarono il passo, colmando la distanza con altre risate, e altre risate.
Solo quando lui incrociò il suo sguardo si rese conto che lo stava fissando.
Si voltò dall’altra parte, nell’istinto naturale di chi viene scoperto e vuole fingere che no, non è così.

Quando Adam le passò davanti, quel giorno, lasciò cadere l’intero mucchietto di foglie sulla sua testa.

Era il suo primo ricordo.
Da allora, ogni volta che vedo una foglia caduta, mi torna in mente Adam.

Eden

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Ventisettesima gru
We’ve been through this such a long long time
Just tryin’ to kill the pain
But lovers always come and lovers always go
And no one’s really sure who’s lettin’ go today
Walking away
Guns n’ Roses – November Rain

Gli strinse forte la mano.
«È il primo concerto a cui vengo».
Jaden le rivolse un mezzo sorriso, e riprese a guardare il muro di persone che li dividevano dal palco. Perlomeno, è il mio primo concerto dopo che ho deciso di dimenticare.
La sua memoria era tornata indietro, senza che lei lo volesse, a quelle serate passate nei locali più assurdi della città, con lui che le parlava di generi e chitarre e faceva pronostici su chi avrebbe avuto successo e chi invece si sarebbe diviso da lì a pochi mesi.
Non ho mai controllato se avesse indovinato.
Avrebbe dovuto immaginarselo. Non poteva non tornarle tutto in mente. Lui era quello dei concerti, delle band, che capiva chi fosse davvero bravo a suonare la chitarra e chi una mezza calzetta che a stento azzeccava una nota. Era quello che voleva fare carriera nel mondo della musica. Quello che partì per realizzare il suo sogno, lasciandosi dietro un biglietto e un cuore infranto.
Perché? Era da quel giorno sul treno che non riusciva a toglierselo dalla testa.
Non aveva fatto nulla per scoprire se fosse lui o no, ma la città era piccola, erano passate tre settimane e nulla di diverso era accaduto. Ormai Iris era convinta di aver semplicemente visto qualcuno che gli assomigliava, anche perché rincontrarlo proprio il giorno della millesima gru sarebbe stata una coincidenza troppo assurda.
Coincidenza, o desiderio che si realizza?
Ancora non riusciva a capire se ci avesse creduto veramente, a quella storia delle gru, o se fosse stato solo un modo come un altro per avere speranza. Sapeva solo che da quel giorno non poteva far altro che pensare a lui, a tutte le ore, come un chiodo fisso che si era limitato ad addormentarsi per tre anni per poi tornare fuori con la forza di un fiume in piena. Cinque maledetti anni, da quando se n’era andato. E lei non aveva fatto un solo passo in avanti.
«Ti dispiace se restiamo qui?»
Si voltò di scatto come se qualcosa l’avesse punta. Jaden le sorrise, alzò le braccia in segno di resa. «Ok, se non vuoi tentiamo di farci largo in quella bolgia, per quanto sembra un’impresa disperata».
Lei inspirò, scosse il capo. Gli lanciò uno sguardo di scuse.
«No, va bene qui». Non voleva avvicinarsi al palco. A lui piaceva avvicinarsi al palco, arrivava anche due ore prima per poterlo fare.
Gli strinse la mano un po’ più forte. «Restiamo qui».
«Va bene».
Iris guardò l’orologio. Le nove meno venti. Il concerto non sarebbe incominciato prima di mezz’ora, forse anche più tardi.  Che cosa avrebbero fatto fino a quel momento?
«Ti va se ci sediamo un attimo?» Jaden accennò a un muretto lì vicino. «Vorrei parlarti».
Appunto. Se l’era aspettato, e aveva deciso di accettare lo stesso il suo invito. Non aveva ancora deciso cosa avrebbe dovuto dirgli, temeva che la verità l’avrebbe ferito. L’ultima cosa al mondo che lei voleva era ferirlo.
Annuì, lo seguì a capo chino. Gli si sedette accanto, lui le teneva ancora stretta la mano, non accennava a parlare. Iris sentiva l’ansia crescere per ogni secondo di silenzio che si accumulava. Più fa fatica a dirlo, più deve essere difficile.
«Ci ho riflettuto negli ultimi tempi» cominciò lui all’improvviso. Non la guardava. «Su noi due, intendo».
Iris attese che continuasse.
«Ho pensato tanto a te, a come sei». Finalmente alzò gli occhi sui suoi. Non sembrava felice. «Al motivo per cui io ti ami. E c’è una cosa che devo dirti, che non posso più tenere per me».
«Non mi ami più».
Le sfuggì dalle labbra prima che potesse fermarlo. Sentì un nodo alla gola, una morsa al petto. Solo in quel momento si rese conto di quanto sentire una frase del genere le avrebbe fatto male. Jaden scosse il capo, un’onda di sollievo la invase. «Non è così semplice».
Iris mantenne il suo silenzio. Strinse il pugno per impedire alla mano di tremare.
«Io ci ho pensato» riprese. «Stiamo insieme da tre anni, e non mi sembra di averti mai fatto troppe domande». Esitò. «So che non ti piace, e non volevo forzarti in nessun modo. Anche quando ti comportavi in modo strano e avrei voluto chiederti perché, ho sempre aspettato che fossi tu a parlarmene. Sapevo che preferivi così, e non volevo darti fastidio o farti sentire a disagio con me». Alzò gli occhi su di lei. «Ho sempre cercato di venirti incontro».
Iris annuì, il nodo alla gola le impediva di parlare. Era vero, tutto quanto. Lui non le aveva mai fatto domande. E lei…
Io non ho mai creduto di dovergli dare delle risposte.
«Ora sono stanco». Si girò verso il palco, ancora deserto, in penombra. «Sono stanco di silenzi, sono stanco di farmi domande inutilmente, sono…» Trasse un sospiro, guardò il cielo. Si voltò di nuovo verso di lei. «Sono stanco» concluse, la voce smorzata.
Iris annuì di nuovo. Non piangere. Avrebbe dovuto capirlo che quel momento sarebbe arrivato. Il momento delle spiegazioni, il momento in cui avrebbe dovuto raccontargli tutto.
«Forse non ti fidi ancora di me» azzardò lui, forse intuendo il suo tormento interiore. Sul suo volto era comparso un sorriso amaro.
Lei si affrettò a scuotere il capo. Magari fosse così semplice.
«E allora cos’è?»
Iris sapeva che Jaden non avrebbe distolto lo sguardo da lei finché non avesse avuto una risposta.
«È solo che…» Respirò, cercò di ritrovare la voce. «È solo che se ne parlo lo rendo reale». Ma che scempiaggini sto dicendo? «Se ne parlo ho paura di non riuscire a dimenticare».
«Iris», esitò un attimo, come se stesse ancora cercando di capire cosa lei gli aveva detto, «a me pare che tu non riesca a dimenticare anche senza parlarne. Qualsiasi cosa a cui tu ti riferisca».
«Lo so» sussurrò. Non piangere. Non è il momento di piangere.
«E allora… perché?»
Lei scosse il capo. Avrebbe voluto dirgli di smetterla di farle domande, avrebbe voluto alzarsi e piantarlo lì, immaginò di dargli uno spintone e fuggire verso la fermata dell’autobus. No. Non se lo meritava, lo aveva già ferito a sufficienza.
«Perché ho paura».
Jaden continuava a guardarla serio, imperturbabile al fiume di assurdità che uscivano dalla sua bocca.
«Paura… di cosa?»
«Del passato». Non dovette nemmeno pensare la risposta. «Di quello che ero. Di quello che non sono riuscita a diventare. Di quello che non voglio tornare a essere».
Jaden alzò gli occhi al cielo, scosse il capo. L’espressione nei suoi occhi era sufficiente a spezzarle il cuore.
«Iris, io non ci capisco niente».
«Nemmeno io» sussurrò. Una lacrima le sfuggì dalle ciglia e le cadde sui jeans, lasciando un cerchio a malapena visibile nella penombra. «Vorrei riuscire a essere più chiara».
«C’è qualcun altro?»
Alzò gli occhi, un’altra lacrima le scivolò lungo la guancia, si fermò sul mento. Non si preoccupò di scacciarla via. «Questo almeno ho il diritto di saperlo» aggiunse lui, senza scomporsi.
Iris espirò a fondo, lo sentì irrigidirsi al suo fianco. «C’era» ammise. «C’era. Ed è tornato». Si morse il labbro, a fatica alzò lo sguardo su quello di lui. «Almeno credo. E non so più se c’è ancora o no. Non so più se voglio vederlo o vorrei che sparisse per sempre dalla faccia della terra».
Jaden rimase in silenzio, come se volesse analizzare le sue parole una per una prima di decidere se piantarla lì sotto le luci colorate del concerto, prima di sentire la prima nota.
Non si mosse. «Ed io?» le sussurrò, infine.
«Che cosa?»
«Vuoi vedermi ancora o vuoi che sparisca dalla faccia della terra?» Le rivolse un sorriso che sapeva di scuse. «Ho bisogno di saperlo, almeno questo».
«Cosa penso di te?»
Lui annuì.
«Io ti amo». Ti prego, ti prego, non lasciarmi sola.
Jaden spalancò gli occhi, esitò, sul suo volto si aprì quel sorriso che ogni giorno riusciva a ricordarle perché stava con lui da tanto tempo più di qualsiasi altra cosa.
Iris si lasciò abbracciare, cingendolo con le braccia, sentendo il suo cuore che ricominciava a battere.
Ma si può amare due persone contemporaneamente? Quella domanda ormai le sembrava la storia della sua vita, e mai come in quel momento era stata meno sicura della risposta.

Un altro giorno come i suoi occhi

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Non sapeva dove lui fosse. Non sapeva nemmeno dove cercarlo. Non sapeva se si trovasse ancora in città, ma almeno questo lo sentiva.
Si guardava intorno in continuazione, come in quelle prime settimane dopo che lui se n’era andato. Si guardava intorno sulla metropolitana, sulla strada, passava le ore di lezione a guardare fuori dalla finestra.
Non aveva più parlato con Jaden. Era passata una settimana da quel giorno in caffetteria, e non si erano ancora rivolti nemmeno un cenno di saluto entrando in aula la mattina. Questa situazione le provocava una fitta al cuore ogni volta che alzava gli occhi sulla sua nuca, temeva che se l’avesse guardato negli occhi sarebbe crollata come un castello di carte.
Le sue giornate si susseguivano prive di qualsiasi emozione che non fosse una ricerca ossessiva di un segnale qualsiasi attorno a sé.
Se vado avanti così, impazzirò.
In classe, quel giorno, non riusciva a seguire una parola. Era seduta vicino alla finestra, con un posto vuoto accanto a sé occupato dalla sua borsa – per essere sicura rimanesse vuoto.
Seguì con lo sguardo la matita che rotolava sul tavolo. Arrivò fino al bordo, cadde a terra con un rumore secco. Iris non si mosse, mormorò un grazie alla mano che la raccolse e gliel’appoggiò sul banco.
Guardò di nuovo fuori dalla finestra, era un giorno di nebbia. Un altro giorno come i suoi occhi.

Giorni

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Settima gru
Doubt thou the stars are fire;
Doubt that the sun doth move;
Doubt truth to be a liar;
But never doubt I love.
Hamlet, act II, scene II

Una gru per segnare ogni giorno da quando lui era partito.
Perlomeno, questa era la sua idea iniziale. Cominciò con le gru esattamente diciannove giorni dopo quel giorno sulla spiaggia, con le prime foglie che cadevano dagli alberi e una pioggerellina perfetta fuori dalla finestra.
Fece sei gru quel pomeriggio, prima di scoppiare a piangere.
Arrivò a dieci il giorno successivo, senza versare neppure una lacrima. Il terzo giorno completò le ultime sei.
Una gru al giorno, per ventisette giorni. Poi saltò un giorno, recuperò con due gru il giorno successivo. Poi ne saltò due, e riuscì a recuperare solo una settimana dopo.
Alla fine rinunciò del tutto. Faceva gru nei giorni in cui pensare non le faceva così male, in cui riusciva a ricordare senza sentirsi morire. Ci sono stati giorni in cui addirittura era riuscita a sorridere.
Un paio di volte dimenticò a che numero fosse arrivata, e dovette ricontrollare tutte le gru per cercare il numero più alto. Non poteva sbagliare, farne una in più, una in meno. Dovevano essere mille, mille esatte, mille perfette.
Non avrebbe saputo dire, poi, quando fu il momento in cui cambiò idea, quando il desiderio cambiò. Se qualcuno per assurdo gliel’avesse chiesto, non avrebbe saputo dire quando il suo voglio vederti tornare fosse diventato voglio dimenticare.
Sicuramente, pensò, doveva essere un giorno di nebbia.

un Cappello

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Mi sento addosso la notte.
Mi sento addosso i sogni di lui e lei e ancora lui che rubò i miei, tanti anni fa.
Mi sento addosso i pensieri che non mi hai mai detto, quelli che nascondevi sempre dietro un invito o una parola di porcellana.

L’ultima volta che ti ho visto te ne stavi andando lontano lasciandoti alle spalle una scia zuccherata ed appiccicosa, una macchia indelebile e una maglietta da buttare: una maglietta che sta ancora nel secondo cassetto del mio armadio, in una busta di plastica che non ho mai più aperto.
Non era un giorno di pioggia, anche se riesco a ricordarmelo solamente così, e non era grigio per quanto lo sembrasse.

Era un giorno d’estate e tu avevi il sorriso da vacanza e le scarpe ancora sporche di sabbia e conchiglie, e il cappello che avevi perso non lo portavi ormai più. Avevi un viso diverso, senza quel cappello, ma non te l’ho mai detto: me ne dimenticavo tutte le volte e poi tu non ci sei più stato per lasciartelo dire.
Chissà se hai un nuovo cappello, ora. Magari intonato al colore dei tuoi occhi, sempre che tu ti sia mai reso conto di quale fosse: non ti guardavi mai troppo a lungo allo specchio, era una delle cose che più amavo di te. Preferivi guardare me piuttosto che guardare te,

ed a volte avrei davvero voluto essere
te
quando guardavi
me.
Solo per capire che cosa realmente vedevi oltre al fatto che non potevo fare a meno di sorriderti.

Ogni tanto penso che forse è stato questo. Ti sorridevo sempre e annuivo e sorridevo ancora. Avevo dimenticato il significato del verbo rifiutare, e di tutte le parole che girano attorno al suo piatto. Paroline che mi sembravano troppo cattive per avvicinarsi a te, o a noi.
Del fatto che ancora vivevamo nel mondo, e non in una piccola realtà di caffellatte e croissant, me ne curavo poco.
Era una fiaba, ed io ero la principessa.

Non ho mai letto una fiaba in cui il principe azzurro se ne va. Probabilmente dovrei provare a scriverla io, ma non è giusto che anche le bambine debbano piangere.

Ormai non ricordo più nemmeno il tuo viso.
Ricordo chiaramente ogni minimo, piccolo dettaglio della tua schiena, e nulla del tuo volto. Solo il tuo sorriso, chissà a chi lo rivolgi ora? Chissà se lo rivolgi ancora a qualcuno o se anche tu hai dimenticato come e perché.

Oggi fuori c’è il sole.
Ma qui piove sempre.
Non puoi più aiutarmi e lo sappiamo entrambi anche se tu non te ne rendi conto ed io probabilmente non ci voglio credere.
Credere e sperare lottano da anni, e non so quanto tempo ancora ci vorrà prima di una vittoria.

Le tracce sulla terra non dimostrano più che ci sei stato.
È l’ombra chi ti sei lasciato alle spalle che rivela il fatto che in realtà non te ne sei mai andato, in un modo o nell’altro sei ancora qui.
Un’ombra, un sogno, una speranza, tutto rinchiuso nel fatto che ogni mattina sul treno non faccio altro che guardarmi attorno, continuamente.
Forse non ti riconoscerei nemmeno, in realtà. Non mi ricordo nemmeno il tuo viso.

Solo il tuo stupido cappello che, sai, non avevi perso davvero.