Cinquanta sfumature di grigio

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Benvenuti a questa seduta di terapia di gruppo, oggi parleremo di fantasie sessuali. Partiamo subito dicendo che sono una cosa legittima, naturale, che fanno parte dell’essere umano. Anche della versione umana cattolica, sì. Ma c’è un piccolo limite a queste fantasie: è sconsigliato metterle su carta e poi pubblicarle facendole passare per romanzo. Non è carino.

Attenzione: di seguito scostumati e lascivi spoiler!

Ecco, il best seller del momento sembra seguire questa scia. Parlarne è un po’ come tirare un secchio d’acqua nell’oceano, visto che in questo periodo sembra essere sulla bocca di tutti, generalmente divisi tra accaniti detrattori e fan sfegatati. C’è chi lo legge perché lo leggono tutti, chi l’ha letto perché gli interessava il genere, chi l’ha letto per curiosità. Io l’ho letto perché mi interessava sapere cosa avesse di tanto speciale questo libro per guadagnarsi l’etichetta di romanzo-che-tutte-le-donne-dovrebbero-leggere, del romanzo che ha riavvicinato l’universo femminile alla lettura (…), del libro destinato a dare una botta di vita a quest’Italia moralista e bigotta.
Ecco, a mio parere potevamo anche farne a meno.

La trilogia è partita come fanfiction di Twilight (o su Pattinson e la Stewart, non ho mica capito bene, ma del resto me ne frega poco). La trama è molto semplice. Anastasia/Bella è una studentessa universitaria, in procinto di laurearsi. Vive in un appartamento a Portland assieme all’amica Kate, che ovviamente a differenza sua è bellissima, ricchissima, simpatica, spigliata, e chi più ne ha più ne metta. È anche direttrice del giornale scolastico, e finalmente dopo mesi di attesa e insistenze è riuscita a ottenere un’intervista con Edward Cullen Christian Grey, miliardario di Seattle, nonché finanziatore dell’università e direttore di una multinazionale. A ventisei anni.
Il giorno dell’intervista però Kate si prende l’influenza, perciò, ignorando qualsiasi altro giornalista un minimo più esperto che collabora al giornale scolastico, ficca il registratore e la lista di domande in mano ad Anastasia e la manda a fare l’intervista al posto suo.
Inutile dire che Anastasia con Bella Swan non condivide soltanto il nome: anche lei ha i genitori divorziati, ha poca autostima e si vede meno bella di quella che è (poverina: anche lei, come Nihal, ha gli occhi troppo grandi), è goffa e imbranata e inciampa ovunque, e ovviamente è vergine, perché non ha ancora trovato il vero amore a cui concedere la sua virtù. Sì, ha anche due o tre corteggiatori, giusto perché il lettore si renda conto che non è lei che è scialba, è solo insicura, poverina.
Non appena entra nello studio dell’Adone (cit.) coprotagonista, ovviamente inciampa e cade ai suoi piedi, una perfetta anticipazione del resto del romanzo. Fa qualche altra gaffe inutile dovuta al suo estremo imbarazzo nel trovarsi di fronte a cotanto ben di Dio, ma intanto ha già conquistato la sua attenzione, dando inizio a una campagna di stalking che a confronto Edward Cullen pare un dilettante.
Il resto è una marea di cliché messi uno dopo l’altro neanche a farlo apposta.
Si comincia con la menata dello «stammi lontano, non sono l’uomo per te», mentre nel frattempo fa di tutto per incontrarla, cercando l’indirizzo dove lavora, braccandola alla sua laurea, portandola in giro con l’elicottero. Facendo ciao ciao con la manina al vecchio Edward, che si mangia le mani, perché lui all’elicottero non ci aveva mica pensato.
Insomma, mentre dice di voler allontanare Bella/Anastasia la attira dritta dritta nella sua rete, per poi asserire tranquillamente una cosa come «quando scoprirai la verità su di me vorrai andartene».

Ma certo che lei non se ne va, c’è scritto sulla quarta di copertina!
Insomma, Bella scopre che il suo Edward si diverte con una serie di frustini e aggeggi strani (pardon, non sono un’esperta) che tiene nascosti in quella che lei chiama la stanza rossa delle torture, e che ha anche una mania totale per il controllo, tanto da farle firmare un accordo di riservatezza e proporle un vero e proprio contratto per diventare la sua sottomessa. Contratto che lei, peraltro, non firmerà mai, perché l’amore entrerà presto in questa storia lasciando da parte tutto il resto.
Il resto del romanzo è una noia mortale, il che è tutto dire, visto l’argomento. È come se l’autrice si fosse limitata a cucinare un pentolone di minestra all’inizio, andando avanti a servire solo gli avanzi riscaldati fino al finale.
Lo schema è più o meno questo. Prima si ha un attimo di relativa calma, in cui lei è al settimo cielo e piena di grandi speranze sulla loro storia. Poi ha un attimo di sconforto, generalmente determinato da una frase random di lui sulla sua ex dominatrice (una donna che l’ha iniziato alla dolce arte del sadomaso quando aveva quindici anni ma no, dice lui, certo che non è stata pedofilia) o su qualcuna delle sue ex sottomesse. Questo attimo di sconforto è seguito dalle dolci rassicurazioni di Edward – «Voglio soltanto te, Bella», «Tu sei mia», «Cosa mi stai facendo?», e poi sesso, che, per carità, sarà il punto cardine dell’intero romanzo è occupa lo spazio necessario, ma per la miseria, che palle. Cambia di volta in volta solo qualche accessorio, ma lo schema è sempre lo stesso, con tanto di esplosione finale della protagonista, perché un semplice orgasmo è troppo poco. Ovviamente Anastasia è vergine all’inizio della storia, ma diventa praticamente una ninfomane cronica nel giro di un paio di capitoli, con tanto di un lieve disturbo legato all’ipersensibilità: non serve nemmeno che lui la sfiori, le basta che lui la guardi per mandarla diritta nell’iperuranio dell’eccitazione sessuale.
Tra un orgasmo e l’altro arriviamo al finale, che da solo vale tutto il libro. No, non in senso positivo. Se tutto il resto sembrava avere un minimo di senso, l’epilogo è da WTF più puro. Il succo è questo: i due hanno una discussione, che termina sempre sullo stesso punto, il perché Edward non vuole essere toccato (per così dire; a me sembra che lei gli abbia messo le mani un po’ dappertutto, ma se l’autrice dice che lui non vuole essere toccato, sarà vero). Lui glissa, non risponde, cambia discorso, di fa serio – cambia umore al mio stesso ritmo, sarà di sicuro del cancro! – perché ovviamente non vuole rivelarle i suoi traumi nascosti. Sì, è tormentato da un passato oscuro e tristerrimo, serve dirlo?
Alla fine lei se ne esce con una richiesta che ha del surreale: picchiami, così scoprirò quanto male senti quando io ti tocco. Lui, con la grazia di un vero gentleman, la prende a cinghiate sul di dietro. Una volta finito fa per abbracciarla, ma lei esplode in una vera e propria scenata isterica, piange tutte le sue lacrime, gli dà finemente del deviato mentale, lo pianta e se ne va, ignorando i suoi sguardi da cucciolo smarrito che nemmeno Red e Toby arrivano a tanta cucciolaggine.

FINE.

E tu lettore, pensi: il romanzo successivo parlerà di lui che tenta di riconquistarla e di trovare un compromesso tra il suo modo di vedere la vita e quello di lei, che si avvicina di più a due-cuori-e-una-capanna. Ti immagini già le difficoltà che farà lei, perché, per quanto sia innamorata, giustamente non accetta di essere presa a cinghiate sulle chiappe in perfetto stile medievale. Ha i suoi principi, e ovviamente l’amore non può superare diversità così incolmabili.
Beh, è così. Almeno fino a più o meno circa pagina cinque. Poi lui le rivela che ehi, bastava usassi la safeword e io mi sarei fermato e lei fa oh, scusa, me l’ero dimenticata e lui ah, fa niente, mettiamoci una pietra sopra e siamo di nuovo love-love-bomber. E io cercherò di avere la storia d’amore al caffelatte che vuoi tu, piccola. Ma tu, mangia.

Vado avanti ancora per inerzia, non so se riuscirò a finire il secondo libro. Un po’ di curiosità c’è, più che altro perché al punto in cui sono c’è una pazza ex sottomessa armata di pistola che potrebbe, potenzialmente, farli fuori tutti e due. E la speranza è sempre l’ultima a morire.

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Il Cavaliere d’Inverno

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Festeggio l’arrivo dell’estate – sì lo so che è cominciata da un pezzo, ma io sono un’universitaria, per me inizia oggi – pulendo per bene l’armadio e tirando fuori gli scheletri.
Questo, per esempio, è uno scheletro particolarmente persistente, ovvero un libro che gronda romanticume da tutti i pori, con due protagonisti credibili quanto è credibile il Vero Amore™, e che, accidenti a me, mi è piaciuto da morire fin dalla prima lettura, ormai cinque anni fa.
Era più o meno questo periodo, tra l’altro. Ero al mare e mentre leggevo ero talmente coinvolta che mi meravigliavo che i miei amici tirassero fuori pomodori e mozzarella per cena, quando lo stato passava solo del pane mischiato a cartone e segatura, e se eri fortunato potevi trovare del brodo annacquato che non sapeva di niente.
Sì, lo so, non serve dire nulla. Andiamo avanti.
Insomma, nonostante il mio ideale romantico sia alquanto contorto e moribondo, e il libro non sia certo il capolavoro del Ventunesimo secolo, è riuscito a coinvolgermi moltissimo.

Partiamo dal titolo. Ovviamente è stato tradotto alla cavolo. L’ho lasciato così perché adoro la parola Inverno, la trovo molto suggestiva, ma il titolo originale è The Bronze Horseman, che richiama direttamente il poema di Puskin, a sua volta citato e ripreso nel corso del romanzo.
Quello che mi ha conquistata dall’inizio è stata l’ambientazione.
La storia comincia a Leningrado, Unione Sovietica, nell’estate del 1940, più precisamente nel giorno in cui il caro Molotov annuncia alla nazione che Hitler li ha presi per il culo tutto il tempo e ha appena dichiarato guerra alla Santa Madre Russia™.
Conosciamo la protagonista, Tatiana, quasi diciassettenne buona oltre il buono possibile immaginabile, che vive in due stanze in un appartamento comune con padre, madre, sorella maggiore, fratello gemello e con i nonni materni. Mentre i genitori accompagnano il figlio a prendere il treno – perché giustamente nel momento in cui scoppia la guerra, per impedirgli di arruolarsi, lo spediscono in campeggio più vicino al fronte – la spediscono bellamente a comprare (da sola) tutte le provviste che può prima che si esauriscano.
Da brava regina del cazzeggio, si siede sulla panchina alla fermata dell’autobus per comprarsi un gelato. Ed è allora che:

Alzando gli occhi dal gelato, vide un soldato che la fissava dall’altra parte della strada.

Il soldato, che risponde al nome di Alexander, si avvicina, le parla, lei si versa il gelato addosso, lo butta, sale su un autobus a caso e lui le va dietro. Fino al capolinea.

Sì, tempo che tornino indietro, tutti i negozi hanno esaurito le scorte. Quindi lui, comportandosi secondo la più irreprensibile etica professionale, la porta a fare rifornimenti al magazzino della caserma.
Da bravo cavaliere, come dice il titolo, l’aiuta a portare tutto quello che ha comprato a casa, ed è allora che ha inizio il dramma. Già perché lui chi poteva essere se non il nuovo ragazzo della sorella maggiore, quello di cui solo quella mattina si era dichiarata innamorata persa.
Da qui la storia prende il via, in mezzo a un crescendo di attrazione reciproca e di amore, con Tatiana che non vuole in nessun modo ferire l’amatissima sorella, la confessione di Alexander di essere in realtà un ragazzo americano che nasconde la sua vera identità per salvarsi il sedere, che il suo migliore amico (così chiamato) conosce la sua vera identità e lo ricatta per avere tutto quello che vuole.
In tutto questo ci sono anche le cose serie.
La guerra è scoppiata, e non è lasciata sullo sfondo come un bieco contorno. La guerra è la terza grande protagonista del romanzo. Ci sono le restrizioni, c’è l’inverno che arriva implacabile, le scorte che non bastano, le persone che cominciano a morire. L’inverno nella Leningrado assediata non è trattato con superficialità, e la grande volontà di vivere di Tatiana che la mantiene in vita può apparire un miracolo, o il destino, ma sicuramente non è la solita strada in discesa che si ritrovano a percorrere molte eroine in romanzi rosa di dubbia credibilità.
Non vado avanti sul resto, anche se alcune parti meriterebbero, per una volta non voglio fare spoiler.
Commento serio: è proprio l’irrealtà di una storia d’amore raccontata in maniera tanto intensa in uno scenario che adoro come la seconda guerra mondiale quello che mi è rimasto dentro di questo libro. Tutto sommato, sepolto sotto il cinismo e i litri di sangue al cianuro, un animo romantico ce l’ho anche io, e mixare i giusti ingredienti può risvegliarlo come uno spirito maligno pronto a infestare il mio cervello.
Comunque nel complesso, con i suoi difetti, non è un cattivo romanzo, anzi, ed è possibile apprezzarlo appieno come una storia romantica in cui il problema non è solo il solito “mi ama o non mi ama”, ma è quello di sopravvivere a una guerra.

E illuminato da pallida luna,
teso nell’alto il braccio,
dietro lui corre il bronzeo Cavaliere
sul cavallo sonoro galoppante

E per tutta la notte il povero demente
dovunque volga il passo,
dietrogli ovunque il bronzeo Cavaliere
con grave scalpito galoppa.

(Aleksandr Puskin, Il Cavaliere di Bronzo)

Nove buoni motivi per guardarsi la finale europea

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Attenzione: motivazioni ad alto (ma alto, proprio alto alto!) contenuto intellettuale.

1. Jesús Navas

2. Iker Casillas

3. Cesc Fàbregas

4. Gerard Piqué

5. Fernando Torres

6. David Silva

7. Xabi Alonso

8. Sergio Ramos

9. Pedro

9. Fernando Llorente

9. Javi Martínez

(E il fatto di non poter metterci dentro Hummels, GomezMüller mi secca alquanto, niente da dire).

Italia? Gioca anche l’Italia?

Dream

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Trama (da Ibs.it):

È possibile innamorarsi di un ragazzo conosciuto in sogno? Esperia pensa di sì, perché sta succedendo proprio a lei. Diciotto anni, una vita normale tra la scuola e gli amici e, improvvisamente, il colpo di fulmine. Lui si chiama William Holden, l’ha incontrato in un suo sogno e da allora non riesce più a toglierselo dalla testa. Un amore davvero impossibile, perché nella vita reale William è una pop star londinese: come dire, quanto di più lontano dalla vita di Esperia. E il loro amore svanisce con l’alba, ogni mattina.

Ci sono momenti in cui capisci che se non stacchi il cervello dallo studio per qualche ora dici addio alla tua salute mentale. Ci sono momenti in cui hai bisogno di caffè e cretinate, momenti in cui una lettura… leggera diventa come una doccia fresca in pieno agosto, di puro sollievo intellettuale, dove una sana risata porta a ritornare sui libri con un umore migliore. Ecco, sono questi i momenti in cui arrivi a leggere di tua volontà roba del genere. E a commentarla.

Ho letto Dream dopo aver letto Angel, non mi aspettavo nulla di meglio, ma neanche nulla di peggio. Ecco, non chiedete quale dei due sia meglio, je ne sais pas. Sta di fatto che mai avrei pensato di trovare una fanfiction sui Tokio Hotel pubblicata da Mondadori, e pure con una copertina dorata che personalmente trovo di un kitsch esagerato.
Comunque.
Non posso iniziare dicendo che Dream partisse con buone premesse, sarebbe una balla. In realtà, quando avevo letto la trama la prima volta, mi aveva incuriosito, perché la trama che avevo letto io si fermava a una ragazza che incontrava un ragazzo in sogno, che non sarà la premessa più originale del mondo, ma apre la strada a miliardi di svolgimenti che, se gestiti bene, possono dare vita anche a un bel romanzo – anche Inception (in confronto a questo romanzo parliamo di pianeti diversi) partiva dal tema del sogno, ed era tutto fuorché una cretinata. Purtroppo, pare che l’autrice abbia optato proprio per la strada più banale e prevedibile.
Quando ho letto che il ragazzo che sognava era la rockstar del momento e che si chiamava – guardacaso – William, la tristezza ha preso il sopravvento e tutta la curiosità è sparita. Poi sono arrivati gli esami, e tanto vale farsi una risata, eccomi qua. Evviva.

Prevedibilità
Il primo difetto di questo libro, come già detto sopra, e l’essere sempre, immancabilmente, scontato. Dalla prima pagina fino all’ultima non c’è un elemento non dico di suspense – trattandosi di un romanzo rosa, pazienza – ma manco di sorpresa. Non c’è mai il pensiero “pensavo sarebbe andata diversamente”, ma l’intero romanzo si ritrova a essere tristemente simile a una fanfiction autoreferenziale di una ragazzina che scrive di una sé stessa fittizia che si innamora del cantante dei suoi sogni. Punto, fine della storia. Davvero.

Personaggi
Caratterizzazione eccellente.
La protagonista parla in prima persona e non ho notato particolari differenze con Bella Swan. Zero passioni, zero ambizioni, le uniche note caratteristiche sono William ovunque, dai poster sulle pareti allo sfondo e alla suoneria del cellulare, e i compiti di greco che non ha voglia di fare. Ah, e l’essere persa per William e credersi pazza, vabbè.
Valerio, il cretino di turno è il ragazzo-perfetto-ma-non-ti-amo, il classico specchietto per le allodole, messo lì a fare da zerbino fino a essere scaricato con buonagrazia senza battere ciglio.
Gli amici sono prevalentemente caratterizzati solo dal nome di battesimo, c’est tout.
Nulla di nuovo sotto il sole, insomma.

Esperia
Fortunatamente non l’ho trovata irritante quanto altre protagoniste, ma anche lei ha il suo bel destreggiarsi tra trovate gegnali e seghe mentali random. Insomma, solito vortice romantico emozionale, solite lagne, soliti sospironi innamorati. Nulla di diverso dalla Vittoria del romanzo precedente, in realtà, stessa voce, stesso tutto.

Sogni
Questa è l’unica grande occasione sprecata. Praticamente la spiegazione logica del perché i due si sognino a vicenda in continuazione è semplicemente perché sono anime gemelle, e tanti saluti al re. Insomma, la realtà del sogno è solo un modo come un altro per far conoscere i due innamorati – che non so in che lingua comunichino: Esperia non specifica mai di parlare con lui in inglese, o di trovare qualche difficoltà dal momento che non è la sua lingua madre, zero al cubo – e portare al lovvo, punto.
Come una telenovela notturna a puntate. O una ficcyna preadolescenziale, come sopra.

Insomma, non so neanche perché sto ancora qui a parlarne. Forse perché mi aspettavo un minimo di miglioramento, visto che dalla pubblicazione di Angel è già passato qualche anno, credo (no, il suo primo libro non l’ho letto né MAI lo farò). Forse perché da un libro pubblicato non mi aspettavo la storia del secolo ma qualcosa di più di una fanfiction su un cantante che potrebbe adattarsi a qualsiasi idolo delle adolescenti odierno – non mi sarei stupita di trovare una cosa del genere su qualsiasi fandom, né escludo che sia cominciata come fanfiction.
Ora, nulla contro le fanfiction, a me piacciono molto e credo siano un’ottima palestra di scrittura, ma come ci sono libri e Libri, ci sono anche fanfiction e Fanfiction, e se alcune di esse meriterebbero senz’altro un passaggio alla carta stampata, altre è meglio che rimangano su internet, a uso e consumo dei fan ma lontano dalle librerie.

Hyperversum

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Trama (da Ibs.it):

Daniel ha una passione bruciante per un videogioco online, “Hyperversum”, che trasporta la sua fantasia nella storia. Dentro la realtà virtuale ha imparato a essere un perfetto uomo del Medioevo e conosce tutte le astuzie per superare ogni livello di gioco. Una sera, Daniel gioca con alcuni amici e mentre vivono tutti insieme la loro avventura virtuale nel Medioevo vengono sorpresi da una tempesta che li tramortisce: i ragazzi si ritrovano così in Fiandra, nel bel mezzo della guerra che vede contrapposte Francia e Inghilterra. Si apre quindi per loro una nuova vita, nuove strade, un nuovo amore.

Come al solito, spoiler!

Allora, premetto subito che Hyperversum per me è stata una lettura particolare, un po’ come il primo volume di Black Friars. Ho cominciato ridendo.
Solo il mio interesse per la trama – adoro i viaggi nel tempo, e per quanto sia una capra ignorante sul medioevo mi affascina molto  – mi ha spinta ad andare oltre i primi paragrafi. Lo stile di Hyperversum non è a livelli horror, insomma, per quanto non vada fiera di questo ammetto di aver letto di peggio (molto peggio), ma è ben lontano dall’essere stilisticamente accettabile, almeno per i miei standard. Il problema è che gli errori che fa la Randall corrispondono esattamente a quelli che detesto trovare in un romanzo.
Stile.
Il primo, ma non più importante errore è quello della gestione del punto di vista. Quando penso al punto di vista di Hyperversum l’immagine che mi viene in mente è quella di una nuvola, sfuggente, che rimane sospesa sopra un personaggio ma occasionalmente si allarga a quelli che ha intorno.
La storia è narrata in terza persona singolare e, a dispetto di quel Daniel in quarta di copertina, ruota per la maggior parte attorno a Ian, il protagonista assoluto del romanzo. Questo non gli impedisce di sconfinare, spesso verso Daniel, a volte verso altri personaggi. Il fastidio è che lo fa spesso e volentieri all’interno di una stessa scena, rendendo alcune cose di non immediata comprensione e appesantendo la lettura. Non mi piace, quando leggo un romanzo, fermarmi ogni tre secondi a chiedermi a chi appartengono i pensieri che sto leggendo, e questo credo valga per tutti.
Il secondo, e a parer mio peggiore, difetto è quello dell’overdose di emozione. Ogni singola, benedetta sensazione che provano i personaggi deve essere accentuata da una pioggia di aggettivi e avverbi perfettamente inutili.
I personaggi non sono tristi, sono assaliti dall’angoscia. Non scoppiano in lacrime, scoppiano in lacrime disperate. Nei loro occhi c’è il buio, una tristezza infinita che non scompariva mai. O, al contrario, condividono la forte emozione e la gioia straripante.
Qualsiasi emozione viene ribadita con un sacco di parole vuote, alla fine, con il benestare del buon vecchio mostrare. Scrivere di tanto in tanto “si sentiva scoppiare di felicità”, o cose del genere, non è fastidioso, ma in questo caso si è esagerato. Non solo i personaggi si sentono felici, ma anche tra loro vedono i reciproci sentimenti, come se avessero scritto sulla fronte il proprio stato d’animo.
Non mi sembra sbagliato preferire leggere di uno che saltella come un cretino piuttosto che leggere “era al settimo cielo”, n’est pas?
Amore.

«Niente smancerie!» protestò Martin con una mezza smorfia. «Non vi sopporto quando fate i colombi!»

Consolati, Martin. Nemmeno io li sopporto.
L’ambito in cui l’overdose di emozioni raggiunge il suo apice è senz’altro quello dell’ammore. Capisco che l’amore tra Ian e Isabò sia uno dei punti cardine del romanzo, il problema è che è fastidioso. Zucchero, miele, caramelle, il lovvo trasuda come melassa, con qualche luogo comune bello pronto che emerge qua e là.
Ci si lascia sopraffare da emozione indicibile, si sorride con amore, si bacia con amore, si guarda con amore. Fortunatamente si dimostra anche amore, il che lo mette comunque un gradino più sopra ad altri romanzi dove l’amore si esprime solo a parole e non a fatti.
Ma comunque mi si sono cariati tutti i denti.
Ian.
Passo a parlare dell’uomo del secolo, a quanto pare. Verso la fine del romanzo mi aspettavo la notizia che gli avrebbero dedicato una statua.
Ora, capisco che possa aver studiato bene il medioevo, capisco che possa aver fatto esercizi di scherma nel Ventunesimo secolo, ma quanto ho letto che ha battuto lo sceriffo e fatto la figura dell’eroe nel torneo volevo chiudere il libro e non riaprirlo mai più.
Nel complesso la cosa non appare del tutto forzata; almeno la Randall non ha tirato fuori stupidaggini come talento naturale, o sembra nato per giostrare, che l’avrebbero mandata direttamente sulla mia lista nera per non uscirci mai più, ma nondimeno la situazione appare un po’ ridicola.
Ian non ne fa una sbagliata, e qui va bene. Diventa il falco di uno dei feudatari maggiori di Francia, e già qui puzza un po’, ma è un ragazzo intelligente, conosce la storia, salva la bella e ci può stare. Prende il posto del conte cadetto… già qua la mia credulità cominciava a vacillare, ma sono andata avanti. Poteva essere un risvolto interessante, e non del tutto inverosimile.
Quando ha battuto lo sceriffo al torneo mi sono arresa alla grande superiorità di Ian il predestinato, in missione per conto di Dio, e ho aspettato il momento in cui avrebbe potuto fare l’eroe in battaglia. Non sono stata delusa.
Personaggi.
Diciamo che la caratterizzazione non è delle migliori, e che forse l’obiettivo dell’autrice non è andata a segno quando l’unica storia d’amore che mi ha un minimo coinvolta è stata quella di Donna e Etienne de Sancerre.
Daniel è la spalla di Ian, e fin qui ci siamo. Jodie è la sua bella da proteggere, così come Isabeau è la bella di Ian. Martin ha tredici anni ma la Randall lo fa comportare come un bambino di sette. Carl… beh, quando il conte dice a Ian che non c’era da fidarsi di lui, perché era troppo spaventato per mentire come si deve, ci ho sperato, in un rovesciamento inatteso della situazione. In questo caso sono stata delusa.
I personaggi che mi sono piaciuti di più sono stati in definitiva i compagni d’arme di Ian, almeno mi hanno strappato qualche sorriso.
Predestinazione.
Una cosa che non mi è dispiaciuta particolarmente è il collegamento tra l’Ian del futuro e Jean Marc de Ponthieu, e come Ian scopra che era tutto collegato in un cerchio, nel compiersi del suo stesso destino.
Come dice Ryuk, le donne si lasciano abbindolare in fretta quando parli di destino, e mi sembra pure giusto. Comunque, a parer mio avrebbe potuto essere trattata un pochino meglio. Ma mi riservo di leggere il secondo libro per vedere come prosegue la faccenda.
Comunque, al di là di tutti i difetti oggettivi, ci sono anche alcuni pregi.
Ambientazione.
Sono partita con i piedi di piombo. Ho avuto esperienze letterarie con mondi letterari con meno verosimiglianza di una fanfiction di Twilight, con medioevi fittizi in cui mancava solo il phon, e lo stile non mi faceva pensare di avere sottomano un capolavoro. Non ero sicura, quindi, di quanto potessi fidarmi dell’ambientazione.
Alla fine questo si è rivelato uno dei pochi punti di forza. L’ambientazione è accurata, ben descritta senza essere pesante, e sembra di essere davvero nel medioevo, e non solo in un mondo zuccheroso simile a quello che potevi aver studiato alle medie.
L’unica mia perplessità riguardava il fatto che la lingua francese parlata nel tredicesimo secolo potesse essere la stessa studiata sui libri nel ventunesimo, ma non ne ho sinceramente idea, quindi non posso dire se sia un errore o meno.
Comunque la sensazione generale, da ignorante, è stata molto positiva.

Sempre in generale, posso dire che nonostante tutto è uno di quei libri “mediocri” che mi è piaciuto.
All’inizio ho fatto fatica a ingranare, ma poi nonostante tutto mi sono appassionata. Mancava un po’ quella sensazione di dubbio, nel senso che mai ho smesso di credere che Ian se la sarebbe sempre cavata, ma un po’ di apprensione per gli altri c’era. Un po’ scema io, dal momento che tutto portava al vissero tutti felici e contenti, ma diciamo che la scena della battaglia di Bouvines un po’ di sana ansia me l’ha data, nonostante sapessi già, fatto storico, come sarebbe andata a finire.
A conti fatti, posso dire tranquillamente che nonostante tutto mi è piaciuto, e mi ha lasciato la curiosità di leggere il seguito.
Chiudo con un commento ad alto livello culturale, degno delle migliori fanghérl: anche io al posto di Donna sarei rimasta del medioevo per Etienne de Sancerre.

Eden

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Ventisettesima gru
We’ve been through this such a long long time
Just tryin’ to kill the pain
But lovers always come and lovers always go
And no one’s really sure who’s lettin’ go today
Walking away
Guns n’ Roses – November Rain

Gli strinse forte la mano.
«È il primo concerto a cui vengo».
Jaden le rivolse un mezzo sorriso, e riprese a guardare il muro di persone che li dividevano dal palco. Perlomeno, è il mio primo concerto dopo che ho deciso di dimenticare.
La sua memoria era tornata indietro, senza che lei lo volesse, a quelle serate passate nei locali più assurdi della città, con lui che le parlava di generi e chitarre e faceva pronostici su chi avrebbe avuto successo e chi invece si sarebbe diviso da lì a pochi mesi.
Non ho mai controllato se avesse indovinato.
Avrebbe dovuto immaginarselo. Non poteva non tornarle tutto in mente. Lui era quello dei concerti, delle band, che capiva chi fosse davvero bravo a suonare la chitarra e chi una mezza calzetta che a stento azzeccava una nota. Era quello che voleva fare carriera nel mondo della musica. Quello che partì per realizzare il suo sogno, lasciandosi dietro un biglietto e un cuore infranto.
Perché? Era da quel giorno sul treno che non riusciva a toglierselo dalla testa.
Non aveva fatto nulla per scoprire se fosse lui o no, ma la città era piccola, erano passate tre settimane e nulla di diverso era accaduto. Ormai Iris era convinta di aver semplicemente visto qualcuno che gli assomigliava, anche perché rincontrarlo proprio il giorno della millesima gru sarebbe stata una coincidenza troppo assurda.
Coincidenza, o desiderio che si realizza?
Ancora non riusciva a capire se ci avesse creduto veramente, a quella storia delle gru, o se fosse stato solo un modo come un altro per avere speranza. Sapeva solo che da quel giorno non poteva far altro che pensare a lui, a tutte le ore, come un chiodo fisso che si era limitato ad addormentarsi per tre anni per poi tornare fuori con la forza di un fiume in piena. Cinque maledetti anni, da quando se n’era andato. E lei non aveva fatto un solo passo in avanti.
«Ti dispiace se restiamo qui?»
Si voltò di scatto come se qualcosa l’avesse punta. Jaden le sorrise, alzò le braccia in segno di resa. «Ok, se non vuoi tentiamo di farci largo in quella bolgia, per quanto sembra un’impresa disperata».
Lei inspirò, scosse il capo. Gli lanciò uno sguardo di scuse.
«No, va bene qui». Non voleva avvicinarsi al palco. A lui piaceva avvicinarsi al palco, arrivava anche due ore prima per poterlo fare.
Gli strinse la mano un po’ più forte. «Restiamo qui».
«Va bene».
Iris guardò l’orologio. Le nove meno venti. Il concerto non sarebbe incominciato prima di mezz’ora, forse anche più tardi.  Che cosa avrebbero fatto fino a quel momento?
«Ti va se ci sediamo un attimo?» Jaden accennò a un muretto lì vicino. «Vorrei parlarti».
Appunto. Se l’era aspettato, e aveva deciso di accettare lo stesso il suo invito. Non aveva ancora deciso cosa avrebbe dovuto dirgli, temeva che la verità l’avrebbe ferito. L’ultima cosa al mondo che lei voleva era ferirlo.
Annuì, lo seguì a capo chino. Gli si sedette accanto, lui le teneva ancora stretta la mano, non accennava a parlare. Iris sentiva l’ansia crescere per ogni secondo di silenzio che si accumulava. Più fa fatica a dirlo, più deve essere difficile.
«Ci ho riflettuto negli ultimi tempi» cominciò lui all’improvviso. Non la guardava. «Su noi due, intendo».
Iris attese che continuasse.
«Ho pensato tanto a te, a come sei». Finalmente alzò gli occhi sui suoi. Non sembrava felice. «Al motivo per cui io ti ami. E c’è una cosa che devo dirti, che non posso più tenere per me».
«Non mi ami più».
Le sfuggì dalle labbra prima che potesse fermarlo. Sentì un nodo alla gola, una morsa al petto. Solo in quel momento si rese conto di quanto sentire una frase del genere le avrebbe fatto male. Jaden scosse il capo, un’onda di sollievo la invase. «Non è così semplice».
Iris mantenne il suo silenzio. Strinse il pugno per impedire alla mano di tremare.
«Io ci ho pensato» riprese. «Stiamo insieme da tre anni, e non mi sembra di averti mai fatto troppe domande». Esitò. «So che non ti piace, e non volevo forzarti in nessun modo. Anche quando ti comportavi in modo strano e avrei voluto chiederti perché, ho sempre aspettato che fossi tu a parlarmene. Sapevo che preferivi così, e non volevo darti fastidio o farti sentire a disagio con me». Alzò gli occhi su di lei. «Ho sempre cercato di venirti incontro».
Iris annuì, il nodo alla gola le impediva di parlare. Era vero, tutto quanto. Lui non le aveva mai fatto domande. E lei…
Io non ho mai creduto di dovergli dare delle risposte.
«Ora sono stanco». Si girò verso il palco, ancora deserto, in penombra. «Sono stanco di silenzi, sono stanco di farmi domande inutilmente, sono…» Trasse un sospiro, guardò il cielo. Si voltò di nuovo verso di lei. «Sono stanco» concluse, la voce smorzata.
Iris annuì di nuovo. Non piangere. Avrebbe dovuto capirlo che quel momento sarebbe arrivato. Il momento delle spiegazioni, il momento in cui avrebbe dovuto raccontargli tutto.
«Forse non ti fidi ancora di me» azzardò lui, forse intuendo il suo tormento interiore. Sul suo volto era comparso un sorriso amaro.
Lei si affrettò a scuotere il capo. Magari fosse così semplice.
«E allora cos’è?»
Iris sapeva che Jaden non avrebbe distolto lo sguardo da lei finché non avesse avuto una risposta.
«È solo che…» Respirò, cercò di ritrovare la voce. «È solo che se ne parlo lo rendo reale». Ma che scempiaggini sto dicendo? «Se ne parlo ho paura di non riuscire a dimenticare».
«Iris», esitò un attimo, come se stesse ancora cercando di capire cosa lei gli aveva detto, «a me pare che tu non riesca a dimenticare anche senza parlarne. Qualsiasi cosa a cui tu ti riferisca».
«Lo so» sussurrò. Non piangere. Non è il momento di piangere.
«E allora… perché?»
Lei scosse il capo. Avrebbe voluto dirgli di smetterla di farle domande, avrebbe voluto alzarsi e piantarlo lì, immaginò di dargli uno spintone e fuggire verso la fermata dell’autobus. No. Non se lo meritava, lo aveva già ferito a sufficienza.
«Perché ho paura».
Jaden continuava a guardarla serio, imperturbabile al fiume di assurdità che uscivano dalla sua bocca.
«Paura… di cosa?»
«Del passato». Non dovette nemmeno pensare la risposta. «Di quello che ero. Di quello che non sono riuscita a diventare. Di quello che non voglio tornare a essere».
Jaden alzò gli occhi al cielo, scosse il capo. L’espressione nei suoi occhi era sufficiente a spezzarle il cuore.
«Iris, io non ci capisco niente».
«Nemmeno io» sussurrò. Una lacrima le sfuggì dalle ciglia e le cadde sui jeans, lasciando un cerchio a malapena visibile nella penombra. «Vorrei riuscire a essere più chiara».
«C’è qualcun altro?»
Alzò gli occhi, un’altra lacrima le scivolò lungo la guancia, si fermò sul mento. Non si preoccupò di scacciarla via. «Questo almeno ho il diritto di saperlo» aggiunse lui, senza scomporsi.
Iris espirò a fondo, lo sentì irrigidirsi al suo fianco. «C’era» ammise. «C’era. Ed è tornato». Si morse il labbro, a fatica alzò lo sguardo su quello di lui. «Almeno credo. E non so più se c’è ancora o no. Non so più se voglio vederlo o vorrei che sparisse per sempre dalla faccia della terra».
Jaden rimase in silenzio, come se volesse analizzare le sue parole una per una prima di decidere se piantarla lì sotto le luci colorate del concerto, prima di sentire la prima nota.
Non si mosse. «Ed io?» le sussurrò, infine.
«Che cosa?»
«Vuoi vedermi ancora o vuoi che sparisca dalla faccia della terra?» Le rivolse un sorriso che sapeva di scuse. «Ho bisogno di saperlo, almeno questo».
«Cosa penso di te?»
Lui annuì.
«Io ti amo». Ti prego, ti prego, non lasciarmi sola.
Jaden spalancò gli occhi, esitò, sul suo volto si aprì quel sorriso che ogni giorno riusciva a ricordarle perché stava con lui da tanto tempo più di qualsiasi altra cosa.
Iris si lasciò abbracciare, cingendolo con le braccia, sentendo il suo cuore che ricominciava a battere.
Ma si può amare due persone contemporaneamente? Quella domanda ormai le sembrava la storia della sua vita, e mai come in quel momento era stata meno sicura della risposta.

La seconda vita

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Trama (da Ibs.it):

In un mondo governato dalla luce e dall’ombra, Etenn è un quattordicenne infelice della sua vita da scudiero, anche se il colore dorato dei suoi occhi lascia capire che in lui c’è qualcosa di speciale. Proprio quando Qurasch, il figlio del Demonio, minaccia di gettare la Terra di Lycenell nel buio e nel silenzio per condannarla alla sua stessa solitudine, Etenn entra in possesso del Sitael, una sfera di Luce allo stato puro, e da quel momento niente per lui sarà più come prima. Perché il Sitael è l’unica arma in grado di sconfiggere Qurasch, ed Etenn ha la capacità di usarlo come nessun altro. Nel lungo viaggio che lo porterà faccia a faccia con il suo nemico naturale, tra mille prove che riuscirà a superare solo grazie alla sua forza di volontà e all’aiuto degli amici che lo accompagneranno in questa seconda vita, Etenn dovrà mettere insieme i pezzi del proprio passato. E scoprirà lati di se stesso più oscuri di quanto non avrebbe voluto.

Sitael - La seconda vita
Alessia Fiorentino
2011, 457 p., rilegato
Rizzoli

Premetto che la recensione riguarderà la seconda edizione del libro, quella edita da Rizzoli, migliorata, sistemata e corretta. Detto questo, non oso pensare a come fosse l’edizione precedente.
In realtà Sitael, nonostante tutto (e il tutto è tanto) secondo me avrebbe avuto la possibilità di essere non dico un ottimo romanzo, ma perlomeno un buon libro per ragazzini di dieci anni (e non è una critica, non questa: non c’è niente di male a scrivere per ragazzini di dieci anni), se trattato da mani più esperte. Non metto in dubbio l’impegno e la buona volontà dell’autrice, ma il lavoro va valutato per quello che è.

La prima cosa che si può dire è che l’inesperienza traspare dalle pagine in maniera lampante. L’autrice ha dichiarato di non avere mai letto fantasy, e di avere scritto la storia che avrebbe voluto leggere. A parte il fatto che il mettersi a scrivere un genere che non si conosce è delirante, è più o meno la stessa cosa che ha detto Tolkien. Con risultati un tantino diversi (e con un diverso background di studi e documentazione).
A onor del vero, in un’intervista l’autrice ha specificato di essere stata fraintesa: non era vero, come lei aveva dichiarato, che non avesse mai letto fantasy. Aveva letto i lib

ri di Harry Potter e visto i film del Signore degli Anelli. Ehm, non so se questo a parere suo avesse dovuto cambiare tutto, ma non penso che una sola serie fantasy e un paio di film costituiscano un’esperienza di genere sufficiente per avventurarsi in un lavoro impegnativo come la stesura di un romanzo. Fine dell’angolo della pignola.

Nove punti chiave

Attenzione: di seguito mostruosi spoiler

1.    Narratore
Personalmente è stata la cosa che mi ha dato più fastidio. Il punto di vista adottato ufficialmente è il narratore onnisciente che va qua e là. Per la maggior parte della storia è esterno, che vomita informazioni random sui vari personaggi, il loro background, la loro storia, per poi entrare ogni tanto nella loro testa e passare a un’altra tre secondi dopo e… a me saliva il nervoso.
È il solito punto di vista irritante che spiega le cose tutte e subito, senza dare la possibilità al lettore di conoscere i personaggi poco per volta. In questo caso, visto che Etenn, il protagonista, perde la memoria, sarebbe stato carino non spiegare tutta la sua storia nelle prime righe – il lettore capisce che è il prescelto nel prologo, manco nel primo capitolo! – ma lasciare che venisse scoperta passo per passo a

ssieme ai personaggi. Ma forse era troppo difficile.

2.    Ma che caso!
Leggendo questo libro mi è sembrato di giocare a Pokémon. No, non ci sono mostriciattoli pucciosi in giro, ma seriamente come struttura mi dava più l’idea di un videogioco che di un romanzo. Per chiarire, i giocatori personaggi devono arrivare dal punto A al punto B, che in questo caso corrisponde alla città del Sole conquistata dal Cattivo e quindi avvolta nella tenebra. Sì, il cattivo vuole togliere la luce dal mondo. Senza luce non cresce nulla. Il cattivo mangia aria.
Ma continuiamo. Durante questo viaggio i nostri allegri protagonisti incontrano tutto l’ecosistema di Lycenell. Senza contare che loro sono tre sharephi, un elfa (poteva mancare?), un paio di umani più il protagonista che però è speciale, e allora…
Ovviamente i personaggi trovano sempre il modo di sfruttare le loro straordinarie abilità per salvarsi… no, era uno scherzo.
Sì, se avete pensato deus ex machina, avete pensato bene.

3.    Etenn
È biondo e ha gli occhi dorati. L’ho già detto che è biondo? Ed ha anche gli occhi dorati. Ed è pure biondo. Con gli occhi dorati.
Siete sicuri di aver capito che è biondo con gli occhi dorati?

4.    Sottigliezze
Quando parliamo di cura per i dettagli, non sono la persona più indicata per fare prediche. Come per qualsiasi altra cosa, come scrittrice sono parecchio distratta, e spesso anche come lettrice. Ma alle volte ci arrivo persino io.
Come può il capitano dell’esercito d’élite del continente essere uno storpio il cui atto eroico per meritarsi il titolo è stato salvare il fratello minore da un incendio buttandosi con lui dalla finestra?
Se per curare il veleno dato dalle zanne del drago è necessario mangiarne il cuore, come puoi dirmi «non uccideremo il drago, prenderemo solo un piccolo pezzo di cuore?»
Come puoi abbandonare un amico in pasto alle sirene, tornare una settimana dopo e pensare di trovarlo vivo? Sì, lo trovano vivo!
Saranno piccolezze prese una ad una – e questi sono solo degli esempi – ma sommati danno un senso generale di fastidio alla cosa cavolo sto leggendo io, ed è in questi casi che si vedono libri volare attraverso le stanze.

5.    Luce e ombra

Personalmente, non detesto le storie dalla trama un po’ scontata, se sono ben narrate e coinvolgenti. Appunto. Per questo il fatto che si trattasse di una lotta tra la luce e l’ombra, sebbene sia meno originale di un libro sui vampiri che vanno al liceo e s’innamorano, non mi ha schifata a prescindere. In generale il fantasy classico mi piace, e in generale la storia di Sitael m’incuriosiva.
Purtroppo, l’inesperienza ha il suo peso e si sente. Non in merito ai plagi, ma in merito alla strutturazione.

Non ci sono sfumature, ci sono i buoni, i cattivi, i cattivi che sembrano buoni e i buoni che sembrano cattivi, ma non c’è il grigio dell’essere umano.
Il cattivo è pura tenebra incarnata, vuole distruggere il mondo perché sì, è circondato da altri cattivi che sono quasi cattivi quanto lui, bla, bla, bla. Per questo dico che a otto o dieci anni può piacere. Oltre dovresti già aver imparato ad essere un pochino più esigente.

6.    Redenzione
Ovviamente, non mancano i cattivi che diventano buoni solo perché sfiorati dalla magica luce della bontà dei protagonisti. In questo è d’esempio il centauro buono che si sacrifica per salvarli mentre tutti i suoi compagnucci vorrebbero cuocerli alla brace e mangiarli per cena o venderli al supercattivo (non ricordo bene ora). Idem per il gigante, solo che qui c’è l’aggravante che il gigante era convinto di quello che faceva prima, ma bastano poche parole piene d’ammore da parte di Etenn per convincerlo a passare dalla parte dei buoni.
Sinceramente, torno a leggere Topolino.

7.    Miscellanea
Ora, non posso dire che questo sia un punto solamente negativo, ma ho trovato il libro un po’ troppo pieno di qualsiasicosa, come se fosse un grande contenitore per l’immondizia per tutto ciò che può un minimo “fare fantasy”, ma senza una precisa logica.
Ci sono i giganti, nascosti nelle montagne (e vabbè). Ci sono gli sharephi, degli strani ibridi di elfi e nonsocosa che detestano gli elfi perché millenni fa li hanno abbandonati (che ha la stessa logica del detestare gli ebrei nel 2012 per la morte di Cristo, ma tant’è…). Ci sono i centauri. Ci sono le ninfe. Ci sono i pirati, ovviamente classic style, sia mai ci si allontani un pochettino. Ci sono le idre. Ci sono le sirene. E di sicuro c’è anche qualcos’altro, solo che è un po’ di tempo che ho terminato il libro e non lo ricordo.
Ora, se tutte queste razze avessero un ruolo attivo mi starebbe bene, ma molte volte mi sapevano di messe lì per fare comparsata, come chi si piazza davanti alla telecamera del tiggì per salutare la mamma. Non mi piace pensare male, ma l’immagine che mi sono fatta suonava un po’ come: «visto quanto sono brava e fantasiosa? Ci ho messo anche i pirati

8.    Motivazioni
Penso che arrivati a questo punto dell’evoluzione umana l’Evil Overlord dovrebbe essere presente solo nelle parodie. Ora, capisco tutto, capisco l’essere frustrati (…), capisco l’essere incazzati con il mondo, capisco il sentirsi inferiori perché si è brutti e gli altri sono belli e luminosi, ma santa pazienza, solo io lo trovo un motivo idiota per distruggere il mondo?
Voglio dire, persino nei film più mentecatti sui supereroi ormai si sforzano di cercare motivazioni un pochino più articolate.
Il cattivo che vuole distruggere la terra perché sì ormai lo lascerei a Dragon Ball. Quando lo trovo su un libro pubblicato che non reca la scritta dai sei agli otto anni mi aspetto qualcosa di un pochino più profondo. Ah, e non crediate comunque che anche il cattivo non sia giovane e affascinante.

9.    Stile
Concludo con una tirata d’orecchi nel miglior stile maestrina frustrata. Come ho scritto, l’edizione è riveduta e corretta, rieditata e tutto quanto. Rimane comunque un pessimo libro.
Purtroppo non ho il libro sottomano – né avrei la forza per rileggere e cercare le citazioni, comunque – ma il raccontato la fa da padrone, con una generale sensazione di riassunto, specie nei punti chiave, com’è logico che sia (si fa per dire).
Ribadisco che comunque per essere un’opera prima di una ragazza che non ha mai studiato scrittura e che di fantasy ha letto poco o niente le potenzialità ce le ha. Insomma, per il momento siamo ancora al concime, ma mi sembra ci sia la discreta possibilità che crescendo dalla sua scrittura possa nascere qualcosa di buono, se coltivato nella maniera giusta.
Quindi, come opera d’esordio non ci siamo proprio, ma almeno c’è la buona volontà – scrive molto, a quanto ho letto, e ha già completato due trilogie e diversi libri autoconclusivi (certo che, se sono tutti così…)

In coda comunque apprezzo l’onestà della Rizzoli che l’ha venduto rilegato a dodici euro. Avessi dovuto spenderne una ventina mi sarei tenuta la curiosità.