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Kushiel’s legacy

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Trama (da Ibs.it):

Terre d’Ange: un regno fondato dagli angeli, e popolato da individui in cui una bellezza mirabile si accompagna a un’incondizionata libertà fisica e mentale. Un unico precetto guida infatti le Tredici Case che lo dominano: Ama a tuo piacimento.
Abbandonata dalla madre in tenera età e destinata quindi a servire in una delle Case, Phèdre è nata con una piccola macchia scarlatta nell’occhio 9780765342980_custom-s6-c10sinistro. Per molti, un difetto irrimediabile. Per altri, un segno rarissimo e sconvolgente: il Dardo di Kushiel, il marchio che contraddistingue le anguissette, coloro che possono mescolare la sofferenza e il piacere per natura e non per costrizione. Un marchio che non sfugge al nobile Anafiel Delaunay, che paga il prezzo di servaggio per la giovanissima Phèdre e poi la accoglie presso di sé. Ma Delaunay non intende semplicemente farla diventare una cortigiana perfetta, un ambito oggetto del desiderio per gli uomini e le donne di Terre d’Ange. Vuole soprattutto che lei impari a osservare, ricordare e riflettere, che si trasformi cioè in un’abilissima spia, in grado di rivelargli i segreti sussurrati nell’intimità. Perché il regno è inquieto, agitato da complotti e intrighi che affondano le loro radici in un passato lontano, che Delaunay conosce fin troppo bene, e i pericoli si nascondono dietro apparenze insospettabili… Confidando unicamente sul coraggio e sulla determinazione, Phèdre sarà dunque costretta a trovare il suo posto in un universo dove tutti — amici e traditori — indossano la stessa maschera e parlano in modo suadente, dove un singolo gesto o una semplice parola possono fare la differenza tra la vita e la morte. E non avrà che una sola possibilità per difendere ciò che ha di più caro.

Attenzione: di seguito mostruosi spoiler

Per me esiste un segnale che mi fa capire quanto un libro effettivamente mi stia prendendo: arrivando verso metà, devo andare sul web a scoprire se un determinato personaggio vivrà o sarà morto per la fine della storia; preferisco saperlo prima, così da essere preparata. La maggior parte delle volte mi trattengo comunque dal farlo, ma a volte non posso farne a meno, perché ci rimarrei troppo male in caso di prematura dipartita. In questo caso è andata così.

L’inutile storia del perché ho deciso di leggere questa serie

Io e questo il primo volume di questa serie, Il dardo e la rosa, dal (per una volta forse non migliore) originale inglese Kushiel’s dart, ci scrutiamo a vicenda da anni. La prima volta che me lo sono ritrovata davanti ero una quindicenne di belle speranze. Un’amica me lo consigliò, ma lo subodorai come romanzo rosa e non le diedi minimamente retta. Anni dopo, un’altra amica me lo consigliò, ma era la stessa che mi costrinse a leggere Twilight con grandissimo entusiasmo, perciò ignorai anche il suo consiglio.
Quello che mi ha fatto cambiare idea è stato il consiglio da parte di un amico: un ragazzo del cui parere non mi sono mai fidata molto, ma se questo libro gli era piaciuto almeno avevo la garanzia che non fosse un concentrato di smancerie intervallate da scene sessuali. Insomma, almeno non poteva essere peggio delle Sfumature.
L’ho letto, e, grazie tante, l’ho adorato in ogni sua parte.

Phèdre all’epoca non poteva saperlo ma…

Il romanzo è narrato in prima persona dalla protagonista, Phèdre, al passato remoto. È una sorta di voce narrante che rievoca gli avvenimenti del suo passato, à la FitzChivalry per dire.
Uno dei principali fattori di odio, almeno a spulciare le recensioni in rete, è il vizietto della Carey di riempire le pagine di questo diario di allusioni su avvenimenti che avverranno successivamente nella storia.
Qualche esempio:

Se solo avessi saputo cosa sarebbe successo in futuro avrei implorato di poter essere presente.

Non potevo sapere, allora, che sarei stata presente quando infine sarebbe stata la sua fortuna a cambiare.

Mi sarebbe stato utile poter dire d’aver incontrato il cruarch di Alba e il suo erede […] Un fatto, questo, che avrebbe inciso sulla mia vita in modi che non potevo immaginare.

Questo potrebbe effettivamente essere annoverato tra i difetti, perché un po’ fastidioso lo è, specie alla luce che non è mai chiaro a cosa si stia riferendo. Con me però ha trovato l’effetto giusto, facendomi aumentare la curiosità e trascinandomi di peso avanti nella storia. E riuscendo anche a sorprendermi.

Attorno a Terre d’Ange

Uno dei punti di forza di questa storia è l’ambientazione. Si tratta di una specie di ucronia, di un’Europa parallela e ha come pernio il culto del beato Elua, nato dal sangue di Gesù, in arte Yeshua ben Yosef, e dalle lacrime della Magdalena.
In sintesi Elua e i suoi angeli, esiliati dal paradiso, nel loro pellegrinare sulla terra si sono stabiliti in Terre d’Ange, corrispondente alla nostra Francia; ognuno degli angeli si è stabilito in una regione a cui ha dato il nome, ad eccezione di Cassiel, fedele all’unico Dio, che è rimasto accanto a Elua a proteggerlo e servirlo. Dalla loro discendenza è nato il popolo angeline, caratterizzato da una grande bellezza esteriore.
Una di questi angeli è Namaah, colei che si è concessa al Re di Persia per liberare Elua dalla sua prigionia, e dalla cui figura nascono le Tredici Case della Corte dei Fiori Notturni, ognuna specializzata secondo una diversa natura, in cui vengono educate generazioni di cortigiane e cortigiani. Secondo il comando di Elua, ama a tuo piacimento, in Terre d’Ange (ma non negli altri paesi) la prostituzione è un sacerdozio, e lo stupro è considerato grave quanto l’omicidio.
Attorno a Terre d’Ange sorgono altre nazioni, ognuna con un suo culto, con sue caratteristiche, sue particolarità. Ci sono quindi la Skaldia delle tribù barbare che combattono tra loro, Alba al di là dello Stretto, con le tribù di picti che si tatuano il volto di blu e che seguono una successione matriarcale, vi sono poi la Serenissima, città stato principale di Cardicca Unitas, Tiberium e Lucca, il Menekhet dei Faraoni e Kriti dei figli di Minos.
La Carey pesca a piene mani dalle varie culture, ci gioca, le modifica, dando una grande importanza agli dei e al loro ruolo nei destini dei popoli. Non scrive un romanzo storico, non scrive un romanzo fantasy: scrive una sorta di via di mezzo, ma in questo caso è una macedonia bella da vedere e buona da mangiare. I rimandi non sono fastidiosi, scrivono solo una storia alternativa a partire dalla ricchezza di quella che abbiamo alle spalle.

Love as thou wilt

L’amore gioca sicuramente un ruolo importante in questa serie, anche se non principale: non è un fantasy, ma nemmeno un romanzo rosa. Se proprio dovessi classificarlo direi che tratta di avventura, ma ha alcune caratteristiche molto introspettive.
La storia d’amore comunque c’è, ed è trattata nel modo giusto, ovvero tormentata. Joscelin è la guardia cassiliana di Phèdre, assunto da Delaunay dopo la morte del suo servitore.
I due all’inizio sono cane e gatto, come in ogni storia che si rispetti; sarà durante i lunghi mesi di prigionia in Skaldia che il loro rapporto cambierà radicalmente, ma i problemi tra loro rimarranno. Lei è una cortigiana, un’anguissette che prova piacere nel dolore. Lui un accolito della confraternita cassilliana, un gruppo di monaci guerrieri che si addestrano a servire e proteggere, facendo voto di castità e celibato. Il giorno e la notte, in tutti i sensi, e gli strascichi di queste differenze se li porteranno dietro per tutta la vita. Insomma, niente storia d’amore da fiaba, ma una storia realistica, in cui i personaggi cercano di comprendersi e amarsi nonostante le grandi incompatibilità che li dividono, nonostante si feriscano in continuazione l’uno con l’altra. Una storia verosimile, e proprio per questo molto più coinvolgente.
In particolare nel secondo romanzo, ma anche nel terzo, questa profonda incompatibilità si manifesterà in maniera preponderante nel rapporto tra i due, rischiando di spezzarlo a più riprese. Soprattutto per questi motivi quando – se? – si arriverà al lieto fine, sarà un lieto fine con un senso, senza lasciare il lettore con l’idea che fosse forzato.

Sindrome di Westeros

La Carey non soffre molto della sindrome che sembra invece affliggere pesantemente Martin, quella dello sterminio incondizionato dei propri personaggi.
Ma sa sguinzagliare la signora con la Falce quando serve, e nel modo giusto. Come ho scritto all’inizio, sono andata dritta su Wikipedia a controllare che determinati personaggi non tirassero le cuoia prima del previsto. Mi sono data diversi auto-spoiler con le liste dei personaggi, ma perché in un certo senso volevo essere preparata a quello che avrei trovato girando le pagine.
In diversi casi sono rimasta sorpresa. In altri, nonostante si trattasse di personaggi marginali, sono rimasta addolorata. Alcune volte me l’aspettavo, ma non perché il romanzo diventasse incredibilmente prevedibile, ma perché c’erano degli indizi che potevano condurre in quella direzione.
Insomma, non c’è quell’eccessivo buonismo del non torcere un capello a nessuno – cosa che avrebbe probabilmente bloccato la storia a metà del primo romanzo, credo. Ma non c’è neanche una volontà di sterminio tale da portarti a lanciare il libro dalla finestra, come è accaduto a me con Tempesta di Spade (mannaggia ancora a te, Martin, alcune non te le ho ancora perdonate). Un equilibrio che lascia con la giusta dose di amaro in bocca.

Fantasy o non fantasy

Qualche persona in vena di ironia gratuita potrebbe commentare che la fortissima presenza del lato religioso in questa serie la possa etichettare tranquillamente come romanzo fantasy. In realtà l’elemento fantastico in questo medioevo/rinascimento alternativo è abbastanza marginale, almeno nei primi libri, ma sempre collegato con l’elemento mistico-soprannaturale.
La magia è sempre collegata alle divinità, al loro volere. Tutti gli dei sono reali, hanno una loro forza e una loro volontà. Ci sono anche in questo caso dei collegamenti alla nostra realtà, a partire dal culto degli Yeshuiti, i cristiani, che in questo romanzo sono emarginati e perseguitati, agli dei legati alla terra e alla fertilità di Alba, al culto dei morti la notte del primo novembre, fino all’unico Dio degli Habiru e ad Asherat del Mare alla Serenissima.
L’elemento fantasy quindi è più che altro legato agli dei e alla loro influenza sulle vicende degli umani, ma del tutto funzionale alla trama. Un’intromissione che non pesa e non suona come ridicola, ma che è semplicemente adatta al contesto della storia.

Tirando le somme, non è comunque un romanzo per tutti. Ci sono lunghe scene in cui non accade apparentemente niente. Lunghe descrizioni dettagliate di elementi poco significativi. Molto colore, molta atmosfera; c’è anche l’azione, ma generalmente comincia verso metà romanzo – rendendo detestabile la decisione della casa editrice di dividere ogni volume in due parti a cominciare dalla seconda trilogia: nei fatti va a finire che nel primo volume non succede praticamente mai niente – e ci sono molte scene che potrebbero essere definite come noiose. A me non annoiavano, ma l’oggettività è d’obbligo, la Carey è molto prolissa fin nei dettagli, e questo può appesantire un po’ il suo stile di scrittura.

Il giudizio finale su questa saga (per quanto ne ho letto finora) è senza dubbio positivo. La Carey ha plasmato un mondo a partire dal nostro, ha creato i suoi dei e riesce a giocarci con coerenza senza essere ripetitiva, banale o prevedibile. E questo, per quanto mi riguarda, non è affatto poco.

Degli insulti e della critica

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Cristoforo Colombo

Aggiungo i miei due cent a una questione già largamente trattata, ma che sembra ancora avvolta in una fitta nebbia di dubbi e opinioni contrastanti.
Molti autori pubblicati – non serve neanche fare dei nomi, a questo punto – si sono più volte scagliati contro le critiche, o, quando non lo hanno fatto, le hanno deliberatamente ignorate. Tutto ciò rientra tranquillamente nei loro diritti, non è mio interesse confutare ciò.
Il punto che voglio trattare è quando si dice che gli insulti vanno ignorati, che sono solo frutto di invidiosi o perditempo, che chi insulta un libro non merita nemmeno di essere preso in considerazione. Tutto ciò è vero fino a un certo punto.
Che gli insulti siano sbagliati, o al limite discutibili, penso siano tutti d’accordo. Sul fatto che siano da ignorare il discorso cambia.
Ma vado con ordine. Poniamo l’uscita del libro dell’autore esordiente Cristoforo Colombo. Libro fantasy, perché è il settore a maggiore concentrato di “cose che voi umani…”, che parla del viaggio dell’eroe Pippo e della sua allegra Compagnia per trovare il Talismano dell’Evil Overlord nel Regno delle Tenebre. Lasciamo perdere per un attimo il motivo per cui il libro viene pubblicato – Cristoforo ha dieci anni; la mamma di Cristoforo lavora per la casa editrice; Cristoforo conosce un agente letterario; Cristoforo è molto ricco; Cristoforo è molto fortunato – sta di fatto che tot tempo dopo il libro fa la sua bella mostra sullo scaffale della libreria della città, con tanto di copertina strafiga e venduto al modico prezzo di venti euro.
Aggiungiamo la clausola Buona Fede™: il romanzo è mediocre per essere buoni, la trama è aria fritta, il POV aleggia nell’Iperuranio, i duelli invece che dai personaggi sono combattuti da aggettivi e avverbi e il Deus ex Machina è sempre dietro l’angolo, ma Cristoforo questo non lo sa. Cristoforo è ingenuo, si è informato poco, si è fatto trarre in inganno dai complimenti di qualche parente che parla troppo, ha letto un paio di libri di fantasy italiano e si è fatto l’idea che è così che si scrive un libro. Quindi, non abbiamo davanti una persona disonesta che sa di scrivere vaccate e se ne frega dei lettori. Abbiamo un ragazzo/uomo ingenuo – forse un po’ tonto – che crede veramente di aver scritto, se non il capolavoro del secolo dopo Il Signore degli Anelli, perlomeno un libro godibile e formalmente corretto.
Passano le settimane, e cominciano ad arrivare le prime recensioni. Su dieci recensioni, quattro si possono riassumere in altrettante parole: il libro fa schifo.
Ohibò. Cristoforo è confuso, amareggiato, arrabbiato. E a ragione: chi non lo sarebbe se qualcuno dicesse che il proprio lavoro, frutto di fatica e impegno, fa schifo? Ma qui arriva il dilemma: secondo molti autori – e lettori – Cristoforo dovrebbe prestare orecchio solo alle altre recensioni (che in questo caso dicono un generico bellissimo!, senza a loro volta argomentare) e lasciare perdere chi insulta o dice che il libro fa schifo perché:
a)    è un frustrato/invidioso (ormai un evergreen);
b)    ha molto tempo da perdere
c)    vuole solo insultare
d)    non è una critica argomentata quindi non vale niente.
Il dilemma diventa, è giusto ignorare quel fa schifo non argomentato e prendere per Verità Assoluta™ un bellissimo altrettanto non argomentato?
Il punto è che dovrebbe valere il contrario. Mi spiego meglio.
Un libro di per sé regolarmente pubblicato – non da casa editrice a pagamento, che richiede un discorso a parte – dovrebbe essere bello di default. In questo caso dovrebbero entrare in gioco altre variabili, come quelle dei gusti personali, ma a parte qualche refuso o piccolo errore – che può sfuggire anche ai migliori – il libro dovrebbe non solo non fare schifo, ma essere di buona qualità e non provocare questo tipo di commenti.
Quando un lettore dice che un libro è bello, dice l’ovvio. È stato pubblicato, come minimo deve essere bello. Al massimo può non piacere per altri motivi.
Ma qualunque sia il motivo per il quale quattro persone pensino che faccia schifo, un autore dovrebbe avere il dovere di chiedersi perché quelle quattro persone lo pensano.
Perché sono invidiose. Questa è la tipica risposta da autore ignorante e pieno di sé che crede di aver scritto un capolavoro. La storia dell’invidia va bene finché si studia alle elementari, ma, gioie mie, che risultato devo aspettarmi dal lavoro di uno scrittore che ragiona come un bimbo delle elementari?
Perché non hanno altro da fare che criticare. E il recensore potrebbe ribattere che lo scrittore non aveva altro da fare che scrivere stronzate, è un discorso che non porta a nulla. Ognuno usa il suo tempo come vuole, come accusa è vuota.
Vuole solo insultare. Possibilissimo, di idioti è pieno il mondo. Ma secondo la mia esperienza gli idioti leggono poco, se leggono non recensiscono, se recensiscono scrivono bellissimo! È possibile, ma non è la prima possibilità.
Non è argomentato. Vero, ma, come sopra, neppure il bellissimo lo è. Una critica non argomentata è sempre una critica.
Nel libro c’è qualcosa che non va. La scoperta dell’acqua calda, l’unica ipotesi a cui un autore esordiente non arriva mai. Anche se un lettore è maleducato, usa le parolacce, insulta random, denigra lo scritto con le più becere metafore, magari, magari, non è perché ha mangiato pesce avariato a pranzo o perché il giorno prima si è preso le legnate e si sfoga demolendo romanzi altrui, o perché il nome Cristoforo gli ispira antipatia, ma perché nel libro ci sono dei difetti.
Quindi, prima di pensare a ipotesi complottistiche made in Italy, sarebbe opportuno chiedersi perché la lettura della propria opera ha fatto incazzare un lettore, ridere di gusto un altro, bruciare il libro un terzo. NON cominciare a dire chi sei tu per criticare, ma cosa ho scritto io per essere criticato. Lasciamo perdere quando la recensione negativa è articolata e ricca di argomenti, ma ancora viene bollata come da frustrati, o da soliti invidiosi.
Quindi, il succo del discorso è: ignorare gli insulti è da idioti. Perché se qualcuno insulta la tua opera – o te come autore, non certo come persona – dopo averla letta un motivo ce l’ha per forza. Ovviamente non nego la possibilità che qualcuno insulti perché sì, ma a logica direi che i casi sono davvero rari.
Per l’ennesima volta, quando Cristoforo pubblica, si espone a un giudizio: inutile poi lamentarsi se il giudizio è cattivo, crudele, malvagio o blasfemo.
Ha avuto ragione Neil Gaiman quando disse George Martin is not your bitch, ma è vero anche il contrario: un lettore non è un bidone della spazzatura programmato solo per fare complimenti. È una persona, come lo è l’autore. Inutile dire «è facile pubblicare su internet perché ci si nasconde dietro un soprannome», dal momento che non mi pare ci siano leggi che vietano di pubblicare sotto pseudonimo. Se ti metti in gioco con nome e faccia, accetti quello che ne viene. Se ne hai la maturità. Altrimenti, vai a piantare alberi.