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L’uomo che divenne Re e altre storie

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Attenzione: lievissimi spoiler

(Lo scrivo così in caso ho il posteriore ben protetto, ma dovrei essere stata abbastanza attenta).

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Stemma della casa Martell. Perché? Perché piacciono a me.

Ho cominciato a leggere le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco per caso, senza sapere poco o nulla della storia o dei personaggi, dell’autore o del traduttore. Ho letto la versione italiana e l’ho trovata da subito scorrevole e appassionante, tanto da affrettarmi a mettere le grinfie su tutti i volumetti fino ad allora pubblicati.

Dopo ho scoperto che c’erano dei grossi errori di traduzione. Non perché qualcuno è venuto a dirmelo, ma perché alcuni erano talmente evidenti – tipo i capelli di Sansa, che in dodici libri cambiano colore settordici volte – che ho dovuto andarmi a cercare la versione originale, visto che non ci capivo nulla.
Questo post non vuole essere né una lezioncina né un articolo di protesta. Ho voluto solo raccogliere alcune scene rappresentative di alcuni errori – che errori non sembrano: sembrano proprio aggiunte indiscriminate – che ritengo abbastanza importanti, per raggrupparli da qualche parte e chiarire alcuni dubbi che per me, nella lettura, sono stati importanti. E perché a un certo punto fanno anche arrabbiare.

Parte uno: Targaryen uno e trino

Upon a towering barbed throne sat an old man in rich robes, an old man with dark eyes and long silver-grey hair. “Let him be king over charred bones and cooked meat,” he said to a man below him. “Let him be the king of ashes.” Drogon shrieked, his claws digging through silk and skin, but the king on his throne never heard, and Dany moved on.
Viserys, was her first thought the next time she paused, but a second glance told her otherwise. The man had her brother’s hair, but he was taller, and his eyes were a dark indigo rather than lilac. “Aegon,” he said to a woman nursing a newborn babe in a great wooden bed. “What better name for a king?”
“Will you make a song for him?” the woman asked.
“He has a song,” the man replied. “He is the prince that was promised, and his is the song of ice and fire.” He looked up when he said it and his eyes met Dany’s, and it seemed as if he saw her standing there beyond the door. “There must be one more,” he said, though whether he was speaking to her or the woman in the bed she could not say. “The dragon has three heads.”

George R.R. Martin, A Clash of Kings

La traduzione italiana:

Su un torreggiante trono irto di protuberanze acuminate, sedeva un vecchio riccamente vestito, dagli occhi neri e dai lunghi capelli grigio argentei.
«Lascia che diventi il re di ossa carbonizzate e di carne bruciata» disse l’uomo sul trono a un altro uomo più in basso. «Lascia che diventi il re delle ceneri.»
Drogon emise un urlo stridulo, i suoi artigli scavavano nella seta e nella pelle. Il re sul frastagliato scranno di metallo non parve udire. Dany avanzò verso di lui.
Viserys. Fu quello il suo primo pensiero. Ma non era così. L’uomo sul trono di lame d’acciaio aveva gli stessi capelli di suo fratello, ma i suoi occhi erano neri come ossidiana, non violetti.
«Aegon» disse il sovrano rivolto alla donna che stava allattando un neonato su un grande letto di legno. «Quale nome migliore di questo per un re?»
«Comporrai una canzone per lui?» chiese la donna.
«Ha già una canzone» rispose il re. «È il principe che venne promesso, e il suo canto è il canto del ghiaccio e del fuoco.»
Sollevò lo sguardo. I suoi occhi incontrarono quelli di Daenerys. Per un fugace momento, parve vederla, là in piedi oltre le porte di bronzo.
«Deve essercene un altro» fu impossibile dire a chi l’uomo sul trono di lame stesse rivolgendosi, se alla donna con il bimbo in braccio o a Dany. «Il drago ha tre teste.»

George R.R. Martin, La Regina dei Draghi, traduzione di Sergio Altieri

Questa è una delle scene più importanti del secondo libro, non fosse altro perché nomina la marginalissima profezia che dà il titolo all’intera serie. In questa scena Daenerys, nella Casa degli Eterni, incontra nell’ordine gli spettri di suo padre Aerys il Folle mentre ordina la distruzione della città, e poi del fratello Rhaegar.
Il traduttore, per ragioni note solo a lui, mescola le due scene e i due personaggi, snaturandone totalmente il senso. Anche un lettore poco attento, infatti, può chiedersi tranquillamente cosa diamine ci faccia un letto nella sala del Trono di Spade. Se c’è scritto the man, a che pro tradurre con il re, o inventarsi un Trono che nella scena non c’è? Il risultato di questo collage è che la scena risulta totalmente incomprensibile.

 

Parte 2: La rosellina di Renly Baratheon

Jaime grabbed the boy with his good hand and yanked him around. “I am the Lord Commander of the Kingsguard, you arrogant pup. Your commander, so long as you wear that white cloak. Now sheathe your bloody sword, or I’ll take it from you and shove it up some place even Renly never found.”

George R.R. Martin, A Storm of Swords

Jaime afferrò il ragazzo con la sinistra, strattonandolo per obbligarlo a voltarsi. «Io sono il lord comandante della Guardia reale, giovane idiota arrogante. E fino a quando indosserai quel mantello bianco, sono il tuo comandante. Ora metti via quella fottuta lama, o te la strappo di mano e te la pianto su per qualche buco da dove nemmeno Renly riuscirà a tirarla fuori

George R.R. Martin, Il Portale delle Tenebre, traduzione di S.Altieri

Questa scena è relativamente più innocua, ma la traduzione imprecisa va ad ammazzare un indizio sulla vera natura del rapporto tra Loras e Renly. Non è indispensabile per capire la serie, va bene, ma rimane comunque un tassello nel mosaico dei rapporti tra i personaggi, e a che pro cambiarlo? I corsivi che scompaiono li ho segnati per il semplice fatto che erano corsivi enfatizzanti: se Martin li ha messi, perché levarli?

 

Parte 3: Mio? Tuo? Nostro? Tuo?

“When King’s Landing fell, Ser Jaime slew your king with a golden sword, and I wondered where you were.”
“Far away,” Ser Gerold said, “or Aerys would yet sit the Iron Throne, and our false brother would burn in seven hells.”

George R.R. Martin, A Game of Thrones

Questa scena fa parte di una ricordo di Eddard, nel dettaglio la battaglia alla Torre della Gioia per soccorrere Lyanna. Ser Gerold, capitano della Guardia Reale, fa un chiaro riferimento a dove avrebbe mandato Jaime se fosse stato ad Approdo del Re.
In italiano però fa lo scaricabarile:

«Anche quando Approdo del Re è caduta» riprese Ned. «Quando ser Jaime ha ucciso il vostro re con la sua spada dorata, ho continuato a chiedermi dove foste.»
«Lontano» rispose ser Gerold. «Diversamente, Aerys continuerebbe a sedere sul Trono di Spade e il tuo falso fratello Robert brucerebbe al fondo dei sette inferi.»

George R.R. Martin, Il Grande Inverno, traduzione di S.Altieri

Altro cambiamento relativamente “di poco conto”, ma totalmente ingiustificato. Perché cambiare una frase così arbitrariamente. “Nostro falso fratello” aveva senso nell’ambito della Guardia Reale. Con Ned e Robert non ne ha.

 

Parte 4: Il Cavaliere della Mano

Queste sono scemenze, ma scemenze provocate. Cambiare Hand of the King in Primo Cavaliere è una scelta del traduttore tutto sommato accettabile, però si vanno a perdere giochi di parole come:

He pushed away from her and raised his arm, forcing his stump into her face. “A Hand without a hand? A bad jape, sister. Don’t ask me to rule.”

George R.R. Martin, A Feast for Crows

Jaime la respinse e alzò il braccio, avvicinando il moncherino verso il suo viso. «Un Primo Cavaliere mutilato? Pessima battuta, sorella. Non chiedermi di governare.»

George R.R. Martin, Il Dominio della Regina, traduzione di S.Altieri

In un’altra scena, Shae ironizza con Tyrion sulla “solitudine” del Hand of the King nella sua torre, e di cosa doveva fare per passare il tempo in mancanza di una compagna, commentando:

“You’ll think of me every time you go to bed. Then you’ll get hard and you’ll have no one to help you and you’ll never be able to sleep unless you” – she grinned that wicked grin Tyrion liked so well – “Is that why they call it the Tower of the Hand, m’lord?”

George R.R. Martin, A Clash of Kings

Che in italiano diventa:

«Ogni volta che andrai a letto, penserai a me. Poi ti verrà duro, ma non ci sarà nessuno ad aiutarti, così sarai costretto a…» Fece quel suo sorriso malizioso che a Tyrion piaceva tanto. «Torre del Primo Cavaliere la chiamano? Forse dovrebbero rinominarla “torre del cavaliere solitario”…»

George R.R. Martin, Il Regno dei Lupi, traduzione di S.Altieri

Che non rende minimamente quanto l’originale. Però questo lo posso capire. Mano del Re in effetti non è un granché.
Come, a proposito, capisco The Hound che diventa Il Mastino: perde un po’ nel suo significato – il segugio di Re Joffrey – ma in italiano si adatta sicuramente di più alla figura di Sandor Clegane.

Altri giochi di parole invece funzionano ancora meno.

 

Parte 5: la testa dell’imene

In questa scena, lord Tywin rimprovera Joffrey di avere l’ossessione di staccare teste random, e gli consiglia di comportarsi come concerne a un ragazzo della sua età e pensare piuttosto a where to put it:

“[Joffrey,] When I’ve won your war for you, we will restore the king’s peace and the king’s justice. The only head that need concern you is Margaery Tyrell’s maidenhead.”

George R.R. Martin, A Storm of Swords

Che in italiano diventa:

«[Joffrey,] Quando avrò vinto questa querra per te, restaureremo la pace del re e la giustizia del re. Per adesso, l’unica testa di cui devi preoccuparti è quella dell’imene di Margaery Tyrell

George R.R. Martin, I Fiumi della Guerra, traduzione di S.Altieri

Ora, lascio il beneficio del dubbio, se qualcuno vorrà correggermi rettificherò subito, ma io testa dell’imene non l’ho mai sentita in tutta la mia vita, e a quanto pare nemmeno Google.

 

Parte 6: i ricami di Re Balon

Il motto dei Greyjoy è:

“We do not sow”.

Ora, in quale mondo parallelo questo diventa

“Noi non sappiamo tessere”?

Sono Greyjoy, vivono su isole rocciose, razziano e pescano, ma non coltivano né seminano. Lo dicono, mi pare. Ma a parte questo, perché diamine uno nel motto della sua famiglia dovrebbe metterci le sue scarse capacità con ago e filo? Chi se ne frega!

Parte 7: la porta Rossa

Di questo mi sono accorta per puro caso. È Daenerys che ricorda, alla fine dell’ultimo libro, e pensa:

Not since those half-remembered days in Braavos when she lived in the house with the red door had she been as happy.

George R.R. Martin, A Dance with Dragons

Magia!, in italiano diventa:

Era dai giorni in cui viveva a Pentos, nella casa dalla porta rossa, che Dany non era così felice.

George R.R. Martin, La Danza dei Draghi, traduzione di S.Altieri

Altra scemenza, ma che porta confusione. Pentos è dove è stata venduta, ma la prima infanzia l’ha passata a Braavos, lo ripete più volte nel corso dei libri. Perché cambiare a caso?

 

Parte 8: indovina lo Stark!

Questa scena fa parte di un capitolo di ser Barristan, in cui lui ricorda il triste destino di Ashara Dayne, disonorata da un uomo ad Harrenhal e suicidatasi dopo aver perso la sua bambina – questo per quanto ne sa o crede di saperne lui, perlomeno. Solo alla fine ser Barristan accenna al nome dell’uomo in questione, con questo pensiero:

If I had unhorsed Rhaegar and crowned Ashara queen of love and beauty, might she have looked to me instead of Stark?

George R.R. Martin, A Dance with Dragons

Dove Stark può stare benissimo tanto per Eddard ma ancora di più per Brandon, vista la differenza di carattere tra i due. Ma evidentemente Brandon non è un’ipotesi contemplata, perché in italiano, sempre per magia, diventa:

Se avessi disarcionato Rhaegar e incoronato Ashara come regina dell’amore e della bellezza, lei avrebbe guardato me invece di Eddard Stark?

Da cosa si intuisca che si parli proprio di Ned, solo i Sette lo sanno. Perché non c’è scritto proprio da nessuna parte: l’unico ulteriore indizio è dato da un racconto di Jojen, nel terzo libro, in cui si racconta che Brandon invitò lady Ashara a ballare per conto di Ned, che era troppo timido per farsi avanti. Ma non per disonorarla, evidentemente.

Con questo chiudo, perché sono stanca e stufa, ma ce ne sono decine di altri – non scomodo nemmeno il cervo che diventa unicorno, perché ormai è storia. Gli errori possono sfuggire, sono le aggiunte quelle che mi stanno proprio sulle scatole. Specie se avvengono su particolari importanti. E specie se continuano indistintamente, anche dopo dodici libri e decine di proteste. Vista la bellezza della storia, è un vero peccato.

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