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Battle Royale

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Trama (da Ibs.it):

Repubblica della Grande Asia dell’Est, 1997. Ogni anno una classe di quindicenni viene scelta per partecipare al Programma; e questa volta è toccato alla terza B della Scuola media Shiroiwa. Convinti di recarsi in una gita d’istruzione, i quarantadue ragazzi salgono su un pullman, dove vengono narcotizzati. Quando si risvegliano, lo scenario è molto diverso: intrappolati su un’isola deserta, controllati tramite collari radio, i ragazzi vengono costretti a partecipare a un “gioco” il cui scopo è uccidersi a vicenda. Finché non ne rimanga uno solo…

Partiamo da un presupposto: Battle Royale è un’idea grandiosa sviluppata così così. Comprende due dei difetti che detesto maggiormente, il narratore onnisciente e i saltelli di punti di vista – difetti per fortuna evitati nella trasposizione in manga, che preferisco per tutta una serie di motivi.
Però, c’è un però. Nonostante i suoi grandi difetti, rimane comunque uno dei miei libri preferiti in assoluto.

O perlomeno, uno dei libri che rileggo più volentieri – il che non è sempre garanzia di qualità. Effettivamente non lo è molto spesso.

Attenzione: di seguito mostruosi spoiler!

Perché leggere Battle Royale

La trama di Battle Royale è tutto sommato semplice e riassumibile in poche righe: una classe di quarantadue ragazzi costretti a uccidersi l’un l’altro. Vince chi sopravvive.
Quindi, il perché di questo libro non è dato dalla complessità della trama, ma dal suo sviluppo.
I personaggi chiave sono quarantadue, ognuno di essi con un ruolo da giocare. Alcuni avranno un ruolo minore, marginale, altri un ruolo più attivo e spesso determinante. Ma tutti loro hanno qualcosa da dire.Battle Royale

«Tutti loro volevano solo essere accettati, volevano soltanto sentirsi speciali. E questo può succedere a chiunque. Ecco perché capita anche che ci si senta minacciati, e allora si diventa violenti. Ma forse non si desidera realmente arrivare a questo, no? Di sicuro succedono anche cose simili, e possono succedere a chiunque. E non sto parlando di semplici litigi. Eppure sono certo che a questo mondo esista un modo diverso per farsi accettare. Esistono tanti modi di fare; gli errori di percorso sono poca cosa, ciò che conta davvero sono i sentimenti. Anche quelli che avevano deciso di prendere parte a questo gioco, in condizioni normali sarebbero state delle brave persone. Soltanto, avevano paura, e così hanno perso di vista sé stessi, hanno scelto la strada sbagliata. Ecco perché porterò dentro di me il loro ricordo, finché vivrò porterò dentro di me tutte le persone che incontrerò».

Questo monologo arriva dal manga, e a parlare è il protagonista assoluto della vicenda, Shuya Nanahara; anche se è vero che la caratterizzazione del personaggio differisce leggermente tra il romanzo originale e la sua trasposizione in fumetto, la sostanza del discorso cambia poco: tutti vogliono solo essere accettati, sentirsi speciali. Ogni personaggio in questo romanzo gioca per sé stesso, o al limite per le persone che ama. È il caso di Shuya, che fa voto di proteggere Noriko, la ragazza di cui il suo migliore amico era innamorato, quando questo viene ucciso prima che il gioco inizi. Ma è anche il caso di Toshinori Oda, che si crede un eletto e perciò l’unico degno di sopravvivere; è il caso del capoclasse Motobuchi, che per i suoi voti scolastici e la sua famiglia si convince di essere il migliore tra tutti gli altri; è il caso di Mizuho Inada, che si crede una prescelta della dea della Luce; ma è anche il caso di coloro che cercano solo di proteggere la propria vita, seguendo il primo degli istinti umani, quello di sopravvivenza.
C’è chi cerca il gruppo, c’è chi agisce da solo, c’è chi decide deliberatamente di andare a cercare i propri compagni di classe per ucciderli uno a uno, c’è chi cede completamente alla paura e cerca solo un posto sicuro dove nascondersi.
Ognuno di loro però vuole sopravvivere, con tutti i mezzi. Questo scontro di quarantadue istinti di sopravvivenza è probabilmente il punto narrativamente più avvincente che un romanzo di questo genere possa offrire. La narrazione con un punto di vista singolo sarebbe stata impensabile, avrebbe tolto tutto il colore, gran parte dell’azione, e avrebbe impedito al lettore di entrare nella mente di personaggi così diversi tra loro, ma tutti con un obiettivo chiaro in testa: tornare a casa. È facile leggere un romanzo del genere dal punto di vista di un solo protagonista, ignorando completamente tutti gli altri; è più difficile farlo comprendendo le ragioni, i desideri, le storie di più persone, e contemporaneamente sapere che alla fine dei giochi, ne rimarrà soltanto uno.
Per citare un passaggio dallo stesso monologo, «ciò che conta davvero sono i sentimenti». Non c’è solo il semplice gioco al massacro, un caleidoscopio di cervelli e budella, di sangue e interiora, ma soprattutto ci sono persone vere, che sanno amare, sanno ridere, sanno piangere, sanno odiare anche nella prospettiva della lotta per la sopravvivenza. Non smettono per questo di essere umani.
In Battle Royale c’è anche l’amicizia, quella che spinge la capoclasse Yukie e le sue compagne a stringersi una all’altra e a nascondersi tutte insieme al faro; quella che porta Shinji Mimura a trascinarsi dietro Yutaka Seto nonostante gli sia più di peso che d’aiuto; quella che conduce Mitsuru Numai sotto i colpi del mitra di Kazuo Kiriyama.
C’è l’odio cieco di Oda verso i suoi stessi compagni, il rancore di Akamatsu verso i compagni che lo prendevano in giro, la cieca fiducia negli altri di Takiguchi, il crollo totale di quella di Yuko Sakaki, che porterà in pochi attimi a una tragedia.
Quello che colpisce davvero in Battle Royale sta tutto qui, nei sentimenti che muovono quelle pedine chiamate studenti, e che li porteranno a scegliere il modo in cui vivere o in cui morire.

Ti fidi di me?

La fiducia è ciò che muove le fila dell’intero romanzo. La fiducia è quello che il Programma si propone nei fatti di distruggere: sapendo che ogni anno intere classi di ragazzini di terza media imbracciano le armi contro i propri compagni, fino a che uno solo può tornarsene a casa, porta i cittadini della Repubblica della Grande Asia a fidarsi sempre meno delle persone che hanno attorno, e la mancanza di fiducia tra le persone è il tassello fondamentale per evitare dal principio qualsiasi rivolta.
Nel programma questa questione di fiducia è portata all’esasperazione: di chi ti puoi fidare, in un gioco che è strutturato in modo che sarà una sola persona a uscirne viva? You can not.
Eppure questa fiducia c’è; Noriko si fida ciecamente di Shuya, come i due non tardano a fidarsi di Shogo Kawada, un ragazzo che sostiene di conoscere un modo per sfuggire dal gioco. Non vuole rivelare quale sia, eppure loro si fidano lo stesso.
La fiducia è quella che tiene insieme le ragazze al faro, nella scena a mio parere più intensa e significativa dell’intero romanzo, l’unica scena che mi ha lasciata con il nodo alla gola e le lacrime agli occhi.
Sono sei ragazze, si conoscono da tempo, si fidano l’una dell’altra; sanno che nessuna vuole partecipare al gioco, e nessuna si pone il problema che durante la notte una di loro potrebbe prendersi un’arma e ucciderle tutte nel sonno.
È una di loro, terrorizzata da Shuya, a mettere il veleno nello stufato destinato a lui, che giace ferito in una stanza dello stesso faro. Il suo piano trova un intoppo quando una delle altre ragazze assaggia una cucchiaiata di stufato prima di portarglielo, e muore davanti ai loro occhi. Un pizzico di cianuro versato per paura e indirizzato a qualcun altro e una ragazza golosa sono i due soli ingredienti che portano a un crollo totale di una fiducia che sembrava indistruttibile. Una delle ragazze imbraccia un’arma, accusa una seconda di essere l’unica che avrebbe potuto mettere il veleno, partono accuse reciproche in cui tutte sono convinte di essere innocenti ma non possono nemmeno immaginare chi sia la colpevole, finché la ragazza accusata non imbraccia a sua volta un arma, per difendersi; nel giro di pochi istanti, saranno morte tutte quante. Tutte, meno la ragazza che ha messo il veleno.
Il valore di questa scena sta proprio nel fatto che basta una piccola crepa nella fiducia più salda per farla crollare in pochi istanti come un castello di sabbia raggiunto dal mare. Una sola scena per riassumere da sola quale sia la vera crudeltà di questo gioco al massacro; non il dover scegliere tra l’uccidere o il morire, ma il non poterti fidare nemmeno delle persone per cui fino al giorno prima avresti messo entrambe le mani sul fuoco.

Il Programma e i Giochi della Fame

Attenzione: anche su Hunger Games mostruosi spoiler!

Il parallelo con il più celebre figlio adottivo americano secondo me è inevitabile, per le evidenti somiglianze che chiunque può riscontrare. Parto da due presupposti: per Hunger Games parlo esclusivamente del primo libro o comunque della questione dei giochi, dal momento che la parte della ribellione nel secondo e terzo capitolo non mi interessa per fare un parallelo; seconda cosa, non mi interessa se la Collins abbia letto o non letto Battle Royale prima di scrivere il suo libro. Lei dice che non ne aveva mai sentito parlare, in mancanza di prove la sua versione va presa per buona.
Quello su cui voglio porre l’accento più che le somiglianze sono le differenze, ovvero ciò che secondo me rende a prescindere Hunger Games un romanzo inferiore a Battle Royale.
Lo stile è un’eccezione: Hunger Games è scritto meglio, su questo non ci sono storie. I problemi si trovano altrove.
1. Punto di vista. Hunger Games è narrato completamente in prima persona, attraverso gli occhi della protagonista. Questo per me è un grosso limite, dal momento che relega tutta l’azione, fatta eccezione per alcune rare situazioni, fuori dalla storia. La stragrande maggioranza dei personaggi muoiono senza che sappiamo nemmeno come si chiamino. La narrazione ruota attorno a Katniss che fa campeggio e gioca a fare l’infermierina con Peeta. Non posso arrivare ad annoiarmi in mezzo a un gioco al massacro, significa che qualcosa non funziona.
2. I giochi. Il Programma in Battle Royale serve, come ho scritto sopra, a minare alla base la fiducia reciproca dei cittadini della Repubblica. Gli Hunger Games dovrebbero in teoria far capire ai cittadini dei dodici distretti in cui è divisa la nazione che chi comanda ha il potere di schiacciarli tutti, pretendendo da loro due ragazzino ogni anno da esibire in uno spettacolo del massacro. Se il primo meccanismo funziona e ha una sua logica, il secondo è degno di un Evil Overlord: quale modo migliore per far rimanere pacifico un popolo che ridurlo alla fame, minacciare ogni anno di sottrarre i loro figli per buttarli in un arena a farsi ammazzare, e costringerli a guardare tutto questo in diretta televisiva? A me sembra la via più semplice per dar vita a rivolte popolari un po’ ovunque, non certo il modo migliore per evitarle. In sintesi, gli Hunger Games hanno poco senso, ma leggendo il romanzo non mi pare che tutto questo fosse voluto.
3. Personaggi. Questo si ricollega un po’ alla questione del punto di vista. I personaggi non si conoscono, anche se provengono dalla stessa nazione spesso non si sono mai visti prima. Inoltre nessuno di loro viene approfondito, lasciando tutta la narrazione in mano a un solo personaggio. Questo snatura il gioco, porta il lettore fuori da qualsiasi forte immedesimazione con un gruppo di ragazzi che cerca di sopravvivere, riducendoli alla consistenza di semplici pedine che devono solo morire in fretta per lasciare spazio ai Romeo e Giulietta dei poveri. Quello che doveva essere uno sconvolgente gioco al massacro si riduce a Katniss che aspetta che un sacco di figurine senza volto né nome si tolgano dai piedi. Il fatto che poi siano perfetti sconosciuti e non compagni di classe toglie tutto quel sottofondo di rapporti e sentimenti che la renderebbero una storia avvincente che prende il lettore direttamente al cuore e allo stomaco.
4. Sentimenti. Leggendo Hunger Games, mi era parso ridicolo che la protagonista, nel bel mezzo di un gioco del genere, si preoccupasse dei sentimenti che prova per l’uno o per l’altro dei suoi “spasimanti”. C’è gente che cerca di ucciderti, dovresti avere altre priorità, mi veniva da pensare. Non è stato lo stesso davanti ai sentimenti di Noriko, che prima che di se stessa si preoccupa della vita di Shuya, di cui è innamorata. Sono due situazioni simili ma diverse, ed è questa piccola differenza a rendere la prima artefatta e la seconda profondamente sincera: anche Shuya nel corso della vicenda comincerà a provare dei sentimenti per Noriko, che prima del gioco non provava, ma non passerà il tempo a tormentarsi tra l’amo e non l’amo, ma semplicemente farà tutto il possibile e anche l’impossibile per proteggerla, qualsiasi sia il prezzo che gli viene chiesto.

Game Over

Se devo essere sincera ho preferito il finale del manga. Quello del libro – forse anche per il fatto che l’ho letto dopo essermi stampata in testa la versione del fumetto – mi è sembrato più tirato via e affrettato, a partire dalla morte di tre personaggi chiave come Hiroki Sugimura e Kayoko Kotohiki (molto più sviluppata nel manga) e di Mitsuko Soma, anche questa completamente diversa.
La versione manga forse pecca un po’ più di realismo rispetto al romanzo (anche se essendo appunto un manga, nel contesto non stona), però sul finale si rivela decisamente più avvincente – rallentando in maniera evidente negli ultimi due numeri, tuttavia: due facciate di azione e venti di ricordi, lamenti, belle frasi, smancerie.
Il romanzo non è dunque scritto in modo eccelso: il punto di vista è ballerino, il narratore è onnisciente e per questo un po’ impersonale anche quando entra nella testa di questo o quel personaggio.
I protagonisti, d’altro canto, sono sviluppati bene, riconoscibili, e hanno ognuno il proprio ruolo attivo, nonostante siano molto numerosi – 42 in tutto, 21 ragazzi e 21 ragazze – la presenza di ognuno di loro ha un senso, e nessuna morte avviene “fuori scena”, o viene semplicemente ignorata. Nessuno è una macchietta: chi più, chi meno, ognuno ha il proprio ruolo nella battaglia, e nelle menti dei compagni, aiutando a rendere tutti i personaggi, anche quelli più marginali, pezzi fondamentali del puzzle del romanzo.
Insomma, se non un ottimo romanzo, sicuramente una lettura piacevole e un vero romanzo distopico, che non si nasconde dietro una dittatura per scrivere un banale romance (ogni riferimento è assolutamente casuale).

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