Dello scrivere storie

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La disinformazione (altrui) che provoca depressione (a me).

Che ci sia tanta disinformazione sulla scrittura penso sia un fatto ormai risaputo. Non serve nemmeno tirare in ballo siti di scrittura amatoriale, basta semplicemente entrare in una libreria per capire fino a che punto si arrivi. Da aspirante scrittrice posso capire: per quanto mi riguarda alle regole della scrittura creativa ci sono arrivata per caso, e mai nessuno me ne aveva fatto cenno prima di allora.
Quindi, non me la sento di giudicare in merito a errori quali la gestione del punto di vista, descrizioni inutili, aggettivazione alle stelle. Tutt’al più, dove se ne presenta l’occasione, cerco di dare consigli, per quello che la mia ancora scarsa esperienza mi consente di fare.
C’è un solo livello che, per quanto ci provi, non riesco a comprendere. Parlo dell’idea di scrivere senza avere una storia da raccontare.
Ho una storia in testa: mi metto a scriverla. L’avere o no gli strumenti per farlo coinvolge un discorso a parte, troppo lungo per essere approfondito in poche righe e già largamente trattato da chi ha più esperienza di me. Ma questo arriva dopo, quando cerco di scrivere la mia storia, mi accorgo che non sta riuscendo come vorrei, e cerco il modo di migliorare. Dopo. Prima, serve la storia.
Mi sono chiesta molte volte quale forza oscura e misteriosa possa spingere una persona a voler scrivere una storia senza avere una storia da scrivere, tanto da chiedere suggerimento ad altri.
L’inutilità si può trovare semplicemente nel fatto che, a mio parere, se non hai una certa esperienza è difficile riuscire ad andare oltre le due righe se non senti una storia come tua, se non fa parte di te, per banale o stupida possa essere. Tutti i primi tentativi lo sono, mi stupirei del contrario.
Non mi stupisco se un lettore inesperto (in materia di letture, chiaramente) legge un libro scritto da cani, con una trama banale, gli stessi cliché triti e ritriti e gli piace, perché va da sé che non ha letto niente che sia oggettivamente meglio (oddio, ne ho sentiti anche dire che Licia Troisi è meglio di Tolkien, ma questo esula dalla mia comprensione).
È normale che la scrittura sembri qualcosa alla portata di tutti, un hobby, un passatempo, un battere le dita sulla tastiera al ritmo di Undisclosed desires, e guai a chi osa criticare.
Anche il fatto che, stando a quanto ho letto, molti si preoccupino di come riuscire a pubblicare senza magari aver scritto neppure mezza riga non aiuta.
Ma non è tanto questo a lasciarmi perplessa – e a darmi un po’ di tristezza, se devo essere sincera. È proprio il fatto che lo stimolo che porta a scrivere sia cambiato a rendermi triste, il fatto che sembri più importante vedere un rettangolo di carta e cartone con stampato sopra il proprio nome piuttosto che mettere su carta una storia che si ha in testa da mesi, o da anni.
È come se tutta la magia, la bellezza dello scrivere una storia fosse svanita, e no, non è colpa degli eBook. Se qualcuno pensa che un eBook ben scritto sia peggio di un libro cartaceo mediocre o banale, quel qualcuno è un idiota, e al diavolo la diplomazia.

In conclusione, dico solo che quando leggo di una persona comincia a scrivere solo per guadagnare soldi, ecco, in questo caso mi deprimo di meno. Rido, tutt’al più, visto che con la scrittura forse, ma forse, ci paga la tassa sull’immondizia.

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  1. In verità Vixen è una di quelle “storie senza storia”. Nel senso che mi sono messo davanti al pc e ho iniziato a battere le dita sulla tastiera, senza un minimo di idea in mente prima di sedermi. È nata così, andando avanti man mano, in pochi minuti.
    Però è anche vero che Vixen non è un libro, né mai lo diventerà. Forse verrà ampliato, d’altronde la ragione di nascita di Vixen è auguralmente repetibile.
    Però, caso mio a parte (che, per inciso, non voglio neanche diventarlo, uno scrittore), capisco il rigetot verso chi scrive senza aver nulla da dire. È fastidioso, è una presa per il culo ed è un furto legalizzato. Gente del genere non merita neanche il tempo speso per guardar la copertina del loro “libro”. ci sarà un motivo per cui il termine più usato per indicare una storia è “racconto”, no?

    • Non dico che non ci si possa mettere al computer e scrivere una storia di getto, anche avendo solo una vaga idea di cosa scrivere. “Cappuccino” è nata dalla prima frase che ho scritto. Non avevo idea di come sarebbe andata avanti, né se sarebbe andata avanti.
      È proprio il discorso “voglio scrivere un libro, ma non ho una trama” che mi risulta incomprensibile.
      Se non hai una trama, non hai niente da scrivere, quindi perché dovresti farlo? È questo che non capisco, e nessuno mi ha dato una risposta soddisfacente finora.

      • Il tuo compleanno. Per me funzionerebbe come stimolo. E la storia, se non c’è, la faccio arrivare, anche a forza.
        Ma io funziono strano, lo sappiamo.
        Parlando del genere umano “normale”, la motivazione, tristemente, è: “Così divento famoso! E faccio un sacco di soldi!”, perché quando paghi un libro venti e rotti euro e non sai nulla di come funzioni l’industria dell’editoria, pensi che lo scrittore guadagni un sacco di soldi. E vorrei fosse un mio pensioer pessimistico e non la realtà…

      • Dio, fossero solo i soldi sarebbe consolante.
        Non lo so cosa sia, sta di fatto che passa il messaggio che scrivere un libro sia un hobby che porta via un paio di mesi e che necessiti solo di una conoscenza elementare dell’italiano (e in molti casi manca anche quella).

  2. Infatti io ho nominato anche la fama.
    Ti dico, l’animo dello scrittore, come ben sai, non ce l’ho, quindi non posso sapere cosa significhi “davvero” anche solo pensare di scrivere un libro. Ma concordo che non è di certo un hobby da un paio di mesi e bisognoso di più delle nozioni delle elementari. Spendessero il tempo sui sito porno piuttosto che a imbrattare carte. Ne risparmia l’ambiente, ne risparmia il consumatore e l’economia gira, se si danno retta anche ai banner pubblicitari ù_ù

      • Magari qualcuno ha voglia di leggere, io non limito la libertà di espressione. Ognuno passa il tempo come gli pare. Dico solo che se uno ha veramente intenzione di scrivere storie con un minimo di serietà e criterio, parte con presupposti totalmente sbagliati.

      • Sarebbe meglio lo passasse leggendo roba buona, invece che storie vuote. E magari vengon anche ingannati in partenza, pensando che sia una storia bella, quando in realtà è una non-storia.
        Truffaldini. Approfittatori della buonafede (e spesso ignoranza) altrui. Un po’ come quelli che entrano in casa delle vecchiette fingendosi operai dell’Enel e rubano loro la pensione.

      • Non sono d’accordo.
        Credo che se uno va su un sito di fanfiction, sa di trovarsi di fronte (a parte le rare eccezioni), a scrittura amatoriale, per la maggior parte scritta per divertimento personale e letta da altre persone che condividono la stessa passione.
        Finché uno pubblica sulla propria pagina, o blog, sono affari suoi, ha anche il diritto di scrivere male e di aver letto solo Eragon.
        Ma se uno vuole PUBBLICARE, il discorso si ribalta completamente ^^
        (non sono sicura di aver scritto in italiano corretto, ma mi giustifico con l’influenza ^^)

      • Sappia*
        Ma ci siam fraintesi. Gli autori di fanfiction possono scrivere quello che vogliono, come vogliono. Se poi, però, nascono blog che hanno come unico scopo quello di distruggere le “perle migliori”, non se ne lamentino. E chiedi a Clio se vuoi sapere a cosa mi riferisco.
        Quando parlo di truffaldini falsi tecnici del gas, parlo di quegli “autori” che non solo si son fatti pubblicare, ma hanno anche avuto la pretesa di chieder dei soldi alla povera gente per quelle schifezze che hanno scritto.
        Pur lasciando inteso che, economicamente parlando, il tempo è la nostra risorsa più preziosa e scarsa (e io me ne accorgo quasi ogni sera), anche i soldi non abbondano, specie di questo periodo, quindi qualcuno che fa sprecare entrambi è da considerarsi un truffatore.
        Tanto, nel nostro Paese, anche se vieni pubblicamente scoperto come autore di reato, riesci a non andare in carcere per svariati motivi, non ultimo la prescrizione. Criminale più, criminale meno…
        (*patpatta* Vengo a farti da infermiera?)

      • Sempre detto io che dobbiamo trovare delle alternative…
        Dunque, immagino tu sappia la enorme differenza tra la Costituzione italiana e quella, ad esempio, americana, no?
        Ecco, il problema c’è anche qui. Tu sei in buonafede, e ritieni che il Giovane Autore (TM) non voglia fregare casa editrice e lettori proponendo una storiella banale e mal scritta pensata solo ed unicamente per vendere, ma che sia semplicemente un ignorante che ha per caso scritto (male) una storia (banale e noiosa) che, per culo, vende.
        Statisticamente è più probabile il bimbominkia che si vede circondato da vampogay sbrilluccicanti che decide di imitare cio che ha di fronte perché tanto vende e quindi si guadagna, piuttosto che il neanderthaliano a cui tocca spiegare cosa sia una penna che si mette a battere a caso le dita sul computer e becca un genere spendibile.
        E la malafede è proprio nel “scrivo di quello, tanto vende”, che è un ragionamento pregresso allo “scrivo di merda o sono leggibile?”. Alcuni dubito se lo facciano addirittura, gli altri, teoricamente, dovrebbero pensare che, anche scrivessero di merda, tanto c’è l’editor che mette tutto a posto. Il dio in terra lo lascio da parte, non merita considerazione alcuna quando scrive più di mezza facciata. Ed anche quando rimane in quei limiti, è pesantemente da controllare, perché far cazzate è facile, farle rimanere per non controllare ancora di più. e sì, sto parlando anche di me.

        Sulle case editrici. Giovane Lettore può pensare quello che vuoi, Casa Editrice ti ribatterà che ha le collane in cui smista i suoi prodotti, tendenzialmente anche in base alla qualità degli stessi. Mentirebbe, questo è ovvio, ma Casa Editrice ti fa capire che è possibile discernere tra l’immane cagata e l’opera d’arte, tocca solo trovare il giusto punto di vista. Il problema, però, è che tale punto di vista, spesso e volentieri, è esterno agli strumenti che Casa Editrice dà al lettore, per quanto magari quello un pelo più smaliziato riesce ad “interpretare” i commenti fatti al libro, od anche la breve sinossi sul retro, e sfugge ai trappoloni che possono irretire qualcuno di meno esperto. D’altronde, quando la storia non ha nulla da dire, vengon ripetute quelle tre-quattro frasette standard e chi ha esperienza capisce di trovarsi davanti al nulla cosmico. Il problema, però, è il Giovane Lettore. Beh, chiunque passa per degli obbrobri in vita sua, è innegabile. Sta poi a lui usarli per crescere o rimanerci invischiato. Casa Editrice, più di tanto non può fare. Quale autore, scarso o ottimo che sia, acconsentirebbe a farsi classificare come “C’è di meglio, ma se proprio non potete farne a meno…”?
        Il problema è che questa categoria, e quelle peggiori, sono quelle che vendono di più, per cui sarebbe illogico smettere di vendere o pubblicizzare questi prodotti.
        Sarebbe abbastanza logico, ed in un certo senso viene anche fatto, creare una “sezione d’elité”, in cui raggruppare i libri che davvero val la pena di leggere, senza che però gli altri titoli ne vengan danneggiati. Facendo un parallelo col mondo dei videogiochi, sarebbe da creare un “The best of”, o similari, e riproporre libri usciti, come minimo, un paio d’anni prima. Il problema con questo tipo di divisione, infatti, è proprio quello del dover usare titoli “vecchi”, per mantenere attivo il giro dei libribbruttimachevendono e continuare, quindi, a poter far uscire i librbellimachenonvendono. Sostanzialmente, si diffonde cultura diluendola nel lerciume. Quando i gusti cambieranno, o cambierà il lerciume, o non ci sarà direttamente.

    • Ops, sapevo di aver sbagliato qualcosa.
      Comunque sono d’accordo con te. Io non critico le fanfiction in generale perché non ne vedo l’utilità, so benissimo trattarsi di principianti che per la maggiore scrivono solo per diletto come è nei loro diritti fare. Evito di criticare perché non serve a niente, è come dire a qualcuno che canta sotto la doccia che è stonato come una campana. Questo probabilmente lo saprà già, o non gliene fregherà niente, perché non vuole fare il cantante, semplicemente canta sotto la doccia. Spero di essermi spiegata.
      Verissimo è che nel momento in cui rendi *pubblico* quello che scrivi, sai di esporti ad eventuali critiche, che tu le voglia o meno. Nessuno ti impedisce di scrivere, ma neppure ti obbliga a pubblicare quello che scrivi da qualche parte, ergo: te la sei cercata.
      Sulla pubblicazione il discorso è diverso. Per un opera d’esordio io “accuso” prima gli editori che gli autori. La maggior parte degli autori, specie se giovanissimi, sono rintronati da lodi di parenti e amici entusiasti e fregati da editori che se ne approfittano puntando su vendite facili rispetto alla qualità. L’autore può peccare di ingenuità, ma non di malafede. La situazione cambia quando si arriva al secondo o terzo libro, specie se sono stati pesantemente criticati. Allora significa che sì, mi prendi in giro.

      • Doccia :Q_________________
        Ehm, coff, sì, ecco…
        Seriamente. Quando pubblichi, chiedendo o meno un compenso economico, devi mettere in conto delle critiche. Che saranno impietose se il testo fa dannatamente schifo, e che saranno impietose e condite da forche per l’impiccazione se il testo, oltre che far dannatamente schifo, è anche costato qualcosa oltre al tempo al lettore.
        Poi sta all’autore. Gente seria reagisce con: “Ops, ho sbagliato”, oppure con: “No, guarda, qui è così per questo motivo, magari non è chiarissimo ma è così, fidati”. “Altri” danno di matto. E, come ben sai, l’età è un fattore relativamente importante in questo tipo di reazioni. Quella anagrafica, per lo meno, visto che quella mentale è sostanzialmente monocifra e facente parte dei numeri primi nel 90% delle volte.
        Sulla malafede, invece, non sono completamente d’accordo. L’autore in malafede, anche all’esordio, non è troppo impensabile. Rimbambito quanto ti pare da parentame e amicume vario, qualcuno che voglia diventare scrittore senza aver letto prima (almeno) qualche centinaio di titoli è in malafede di partenza. Non ha le basi per fare quel lavoro, eppure ci prova lo stesso, senza neanche interrogarsi se, magari, piuttosto che gli amiketti del quore sia meglio chieder consiglio a, chessò, magari un insegnante di italiano di una classe diversa dalla propria, giusto pr evitarsi grane future.
        Gli editori, infine, sono in parte da appendere a testa in giù, in parte da assolvere in toto, senza scomodare la prescrizione (…).
        Da appendere perché permettono la pubblicazione di certi obbrobri, da assolvere perché il loro lavoro, è bene che entri in testa alla gente, non è quello di diffondere la Vera Arte (TM), bensì di selezionare un prodotto commercialmente il più vendibile possibile e poi, appunto, venderlo. E se il quindicenne sgrammaticato che scrive della principessa Bubina che deve esser salvata dal mostro Gnagone grazie all’aiuto del principe Terenzio vende, sarebbe da idioti far cambiare l’autore. Sarebbe da intellettualmente onesti, magari, evitare di pubblicizzarlo come la nuova Luce Nell’Oscurità Letteraria Che Nasce Una Volta Ogni Millemila Anni (TM anche questa), ma dubito che anche la più astrusa bimbaminkia voglia comprare un libro la cui recensione recita: “Solo per bimbeminkia analfabete e con scarse capacità logiche che voglion sbavare dietro al figone di turno”. Semplicemente, non si fa. Non fa vendere. E se gli editori non vengono, poi non stampano. E se non stampano non si ha la possibilità di leggere le belle storie.
        Perché, diciamoci la verità, autori ed editori possono aver tutte le colpe che vuoi, ma alla fin fine entrambi sono al servizio del lettore. Se non è il lettore, in primis, a far capire che no, l’ennesima, banale, scialba storiella preconfezionata (sia nel fantasy che in qualsiasi altro genere) non interessa, se non con rare eccezioni; allora non me la sento di incolpare chi, semplicemente, crea quello che il lettore sembra volere.
        Ma certo, magari tra il primo e il secondo libro correggere almeno l’italiano in cui si scrive…

      • Porca puttana! Grazie modem per esserti disconnesso al momento giusto per cancellare il mio pregno commento. Tornando a noi…
        Capisco quello che dici. Io so per scontata la buonafede del giovane esordiente perché non voglio credere che uno scriva obbrobri sapendo di scrivere obbrobri. Se scrive senza leggere è sì ignorante come una capra, ma non disonesto. Per me il discorso cambia quando comincia a fare orecchie da mercante e a strepitare dall’alto del suo piedistallo. Prendersela è lecito, ma pensare che siano tutte critiche mosse da invidia è da montati.
        Punto due, sono d’accordo con il tuo discorso sulle case editrici, ma provo a ribaltartelo. Il giovane lettore pensa ancora che l’essere pubblicato da Grande Casa Editrice™ basti a garanzia di qualità, e gli editori giustamente se ne approfittano. Posto che la CE non è una onlus e che il suo obiettivo è guadagnare, il suo chiamiamolo dovere morale non dovrebbe essere quello di diffondere la cultura e non di darle il colpo di grazia?

  3. Purtroppo vivo ancora nell’illusione che le persone scrivano per passione e non per vendere, anche se in alcuni casi il dubbio mi viene.
    Comunque in alcuni casi credo ci sia ingenuità, più che altro perché l’ho provata: quando ho cominciato a scrivere lo facevo di getto, per pura passione, senza film mentali sul vendere o non vendere. Per fortuna ho due genitori che non leggono ogni riga che scrivo adulandomi come il nuovo Proust, e ciò che ho scritto a quell’età rimarrà nascosto a occhi umani fino alla fine del mondo, Amen.
    Quindi, se si tratta di ragazzini, non credo sia un’ipotesi irrealistica. Purtroppo la cultura diffusa non è “scrivere è un lavoro che s’impara” ma “metti i tuoi film mentali su carta e sei uno scrittore”, per questo dico che leggere cagate porta a scrivere cagate, è un circolo vizioso.
    Sulle case editrici: credo che il problema non sia tanto il livello di qualità diverso, quanto che alcune cose non possono neanche essere considerati libri. È come se cominciassero a pubblicare dischi di cantanti completamente stonati: non sono cantanti, punto.
    Non sto chiedendo che pubblichino solo fenomeni, ma pretendo il minimo sindacale.

    • Alt. Parlavamo di persone edite.
      Tra queste, i babyautori non è che abbondino, nonostante tentino di far percepire il contrario. Ce ne saranno una decina a dir tanto, di questi più della metà son meri prestanome che hanno, al più, messo anche l’idea di base e, degli ultimi, se prendiamo il caso più famoso (sono una bambina! ), siamo certi della malafede non tanto dell’autrice quanto della madre della stessa.
      Se poi ci sono stuoli di pimpi che si dilettano a pigiare tasti a caso, chissene. EPF 8e similari) è lì per stroncarli/idolatrarli, e sembra che la differenza delle reazioni nasca più nei soggetit tirati dentro che non nell’effettiva qualità dello scritto.
      Ma uno come GL non puoi dirmi essere in buonafede quando pubblica. Specie quando fa quel sermone assurdo sulla Mondadori bruttah&kattyvah, ma poi comunque pubblica con loro nonostante gli sia stata data la possibilità di rescindere completamente aggratis un contratot da lui firmato e che prevedeva tre libri (e qui vorrei consultare chi ha fatto ‘sta scelta per insultarlo a morte, ma vabbè).
      Ah, e scordatelo. Riuscirò a trovare il modo di leggere anche quelli.
      Le case editrici… A parte che il paragone con la musica, dopo che son stati pubblicati Justin Bieber, Lady Gaga, i Jonas Brother, Hannah Montana, Miley Cyrus (e i Rammstein, ma quello è meno obiettivo come giudizio), non depone proprio a favore, mettiamola così.
      Sarebbe bello vender solo e soltanto dei borgogna, delle lacrime, dei barolo, dei pinot e quant’altro, ma tocca anche cucinarci col vino, quindi il tavernello è un male necessario.
      Il criptico esempio qui sopra (se poi lo capisci me lo spiegheresti?) è solo per dire che, fintanto ché rimarrà la democrazia nei gusti, si sarà costretti a dar la possibilità anche alle capre di esprimersi. E se le capre vendono, mentre gli eccelsi maestri stentano, allora la presenza delle capre potrà esser sfruttata per pubblicare anche chi venderebbe poco.
      Certo, se poi mi prendono un eccelso maestro e me lo traducono manco con i piedi, ma direttamente col culo, e me lo rendono una capra, allora lì vien voglia di prendere il traduttore e usarlo come esca per il camino…

      • Ok, ma penso che la dinisformazione sia una tara italiana e questo conferma la buona fede in alcuni casi. In Italia CHIUNQUE scrive libri, dalla D’Urso alla Pellegrini a Pupo, che Dio ce ne scampi e ce ne liberi. Quindi, senza scomodare la narrativa, è normale che si pensi che basti pigiare le dita sulla tastiera per scrivere un libro.
        Per la bambina, io penso sinceramente che sia stata ingenua. All’inizio. Poi no.
        Sulla musica, anche Hanna Montana è intonata. Canta stupidaggini, ma è intonata. Per quello dico che a dispetto dei contenuti, che possono essere discutibili, serve una base che sia almeno scritta con una grammatica corretta e senza buchi di logica grandi come crateri. Questo io pretendo per minimo sindacale.
        GL è un altro discorso, troppo lungo – e mi fa paura, quindi non parlerò di lui.

      • Fosse solo la disinformazione la tara degli italiani…
        È vero che la nostra non è una lingua facile, ma i concetti base, i tempi verbali, le posiione dei segni d’interpunzione dovrebbero essere il minimo sindacale. Se non per l’autore, quantomeno per l’editor. E sai bee come questo non avvenga.
        La bambina s’è vista riscritto più di mezzo libro, a suo dire. Un minimo di dubbio a quel punto no, eh?
        Hannah Montana, in cd, con tutte le modifiche apportate dallo studio, è intonata. Nei programmi Disney canta in playback per un motivo. E no, non è perché alla Disney c’è la Ventura che vuole così, mi spiace.
        Oddio, buchi logici grossi come voragini ce ne sono anche nel primo volume di Harry Potter e ho sempre sentito dire che l’inglese della Rowling è quanto di più elementare e semplice ci sia. Dove semplice non è inteso, ovviamente, come un complimento. Insomma, roba che un bimbo di tredici anni scolarizzato ha uno stile anche più elaborato. Per dire.
        Ma la grammatica sopratutto, e la logica suicida in seconda battuta, se non la si può pretendere dagli autori sarebbe da chiedere agli editori, che su quel testo c’hanno lavorato e non poco (si spera). Ed è ben più grave avere un editor imbecille che non un autore imbecille. Il primo scrive e propone, il secondo revisiona e pubblica.

        Leone. Grosso. Ho le zanne, posso mordere.

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